Mago Minzo. Tutti i trucchi di un fuoriclasse dedicati a Meloni

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28 Giugno 2024

Mago Minzo.

Tutti i trucchi di un fuoriclasse dedicati a Meloni

di Alessandro De Angelis
La premier si lamenta dei metodi di Fanpage. Ma Augusto Minzolini si travestiva da inserviente, si nascondeva dietro le tende, origliava dalle condutture dell’aria condizionata, si fingeva commesso dell’ambasciata. Tutto per una notizia in più. E la notizia era sempre sua
Nel corso di una conversazione, di quelle più belle, perché scanzonate e di puro divertimento all’insegna dell’armarcord, Augusto Minzolini che, senza alcuna piaggeria o amichevole compiacimento, si può definire come un principe del retroscenismo politico, mi raccontò di quella volta che si nascose nel bagno del partito socialista nella mitica sede di via del Corso, ai tempi di Bettino Craxi.
L’episodio è gustosissimo. Ci si infilò così per caso, per non farsi beccare. E, per caso, si accorse che dal bocchettone dell’aria condizionata si sentiva tutto ciò che si diceva nella sala riunioni accanto. Ne divenne, ovviamente, un habitué. Tecnicamente, un infiltrato nella toletta. Mica puoi chiedere l’autorizzazione per fare certe cose: scusi, dovrei andare ad origliare quel che dice Craxi dal bagno delle donne, salendo sul water. Funziona così: fai il vago, ti muovi con nonchalance negli spazi consentiti, poi, ops, approfitti della distrazione altrui, ti infili, ascolti, prendi appunti, et voilà, ecco la notizia che altri non hanno. “Ma come accidenti fa ad avere quelle informazioni?”: la frase del politico certifica che hai fatto egregiamente il tuo lavoro. È durata un po’ finché, un giorno, una volta entrato, Minzo si accorse che il bagno era stato accorciato e fine della pacchia. E anche questo fa parte del gioco sano: io faccio il mio mestiere di giornalista, che è quello di raccontare anche le cose più segrete, tu politico fai il tuo mestiere di tutelare la tua riservatezza, anche ricorrendo ai muratori.
Un’altra volta, invece, ha fregato i democristiani. Quando si decise la candidatura al Quirinale di Oscar Luigi Scalfaro, la riunione decisiva era nell’auletta dei gruppi parlamentari alla Camera dei deputati, luogo un po’ off limits perché, per arrivarci, c’è una ridda di commessi: stanze, anti-stanze, uscita dagli ascensori. Il diavolaccio si procurò uno di quei grembiuli che usavano gli inservienti, lo indossò con tanto di cappello fingendosi uno di loro e, con l’aria più naturale del mondo, riuscì a salire infilandosi nella stanzetta degli interpreti. E da lì ascoltò tutto. L’operazione fu favorita dal fatto che i commessi dei piani superiori non erano gli stessi del piano Aula, quindi, non riconobbero il volto: essendo poi il nostro in abiti “da lavoro”, caddero nell’inganno.
E poi c’è la tenda, una delle specialità della casa. Perché in questi palazzi antichi e nobili spesso tra la porta e la stanza c’è un pesante drappo di velluto. Se riesci, con abilità, a ficcarti lì in mezzo il gioco è fatto. Ci riuscì diverse volte. Pure con quel furbacchione di Clemente Mastella, ad esempio, che, ai tempi in cui era capo ufficio stampa a piazza del Gesù, non si accorse che si era infilato dietro la tenda che stava tra la sua stanza e la porta della sala riunioni. Ma accadde anche a Silvio Berlusconi, una volta che scelse la Sala della Regina.
Ah, dimenticavo, oltre alla tenda, c’è poi la faccia tosta, altra specialità della casa. Da piazza del Gesù scende un tipo che doveva portare una busta all’ambasciata americana. Lì sotto c’era posteggiata una macchina nera, tipo Cadillac. Fingendosi un commesso dell’ambasciata, con guizzo scenico, Minzo gli va incontro e gli dice “dia a me”. Lo sventurato porse il plico. Una volta agguantato, però, partì l’inseguimento perché i commessi, quelli veri, di piazza del Gesù si erano accorti dell’inganno.
Insomma, Augusto ci perdonerà se raccontiamo questi episodi come esempio – in fondo ha contribuito a creare un genere – ma sono infiniti gli episodi del giornalismo come schietta irriverenza, infiltrazione, travestimento, spirito guascone, capacità di osare. Se invece del taccuino, ci mettiamo la telecamera è, né più né meno (anche se non con altrettanto genio), quello che ha fatto Fanpage. E non è giornalismo malevolo, character assassination, velina – di procura o meno – confezionata ad arte ma, semplicemente, racconto che peraltro ha innovato, movimentato e reso sceniche le cronache del Palazzo, oggettivamente più ingessato sul calar della Prima Repubblica. E lo movimenta ora, nell’era in cui alla mediazione giornalistica si tende a sostituire la disintermediazione dei social, perfetta per la propaganda.
Che qualcuno si arrabbi, si senta ingannato, si lamenti perché si ritrova spiattellato in pagina ciò che pensava fosse confidenziale, fa parte del gioco, i “metodi da regime” di cui parla Giorgia Meloni non c’entrano pressoché nulla, molto c’entra la solita sindrome da complotto davanti a uno spaccato rivelato, evidentemente urticante in quanto vero e con cui non si vogliono fare i conti. E questa idea dei mandanti è davvero insopportabile. Un giornalista è un po’ come il famoso gatto di Deng Xiaoping: non importa di che colore sia – e nemmeno se e come si nasconde – l’importante è che prenda il topo, ovvero la notizia.

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