Omelie 2026 di don Giorgio: PRIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE

30 agosto 2026: PRIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 65,13-19; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11
Per qualche stimolante riflessione soffermiamoci sul primo testo, tratto da libro di Isaia, che non è tanto facile da interpretare e che in alcuni aspetti è anche duro da digerire. Come vedremo.
Anzitutto, il testo riproposto dalla liturgia non è del profeta di nome Isaia, vissuto nell’VIII secolo a.C., ma è attribuito a un profeta anonimo, che gli studiosi chiamano Terzo Isaia, vissuto dopo l’esilio Babilonese e durante la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme e negli anni successivi (dal 520 a.C. in poi).
Il testo fa parte di quella sezione che gli studiosi chiamano “Giudizio finale e la nuova creazione”. C’è dunque una parte, che è negativa, in cui il Dio dell’Alleanza condanna duramente quanti tra gli ebrei lo hanno abbandonato per seguire idoli stranieri, ma, ecco la seconda parte, positiva, in cui lo stesso Dio tiene aperta una speranza a causa di quel “piccolo gruppo di giusti”, chiamato il “resto di Israele”, o “anawin”, che rimane fedele all’Alleanza; da questo piccolo gruppo Dio farà uscirà una discendenza, a cui verrà riservata la nuova terra promessa, naturalmente non da intendere in senso fisico o geografico.
Ciò che colpisce, più che la benedizione divina per i giusti, è il modo con cui l’anonimo profeta presenta la condanna degli infedeli o idolatri. La sorte dei fedeli e quella dei ribelli vengono accostate in una serie di quattro contrapposizioni. Rileggiamole: «Ecco, i miei servi mangeranno e voi avrete fame; ecco, i miei servi berranno e voi avrete sete; ecco, i miei servi gioiranno e voi resterete delusi; ecco, i miei servi giubileranno per la gioia del cuore, voi griderete per il dolore del cuore».
Una martellante contrapposizione, molto efficace nell’esprimere la condanna da una parte dei ribelli, e dall’altra la gioia dei giusti. Sembra di risentire le benedizioni e le maledizioni presenti nel Vangelo secondo Luca. «Gesù diceva: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi che ora piangete, perché riderete. Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti. Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti»
Notate la parola “cuore”, che per un ebreo era la sede dell’intelletto e dei sentimenti di una persona. In gioco è tutto l’uomo, nella sua integralità: di mente, di psiche e di corpo.
Ed ecco il versetto 15, il più duro da accettare. C’è il richiamo al destino definitivo dei ribelli che suonerà come imprecazione di morte. «Voi lascerete il vostro nome come imprecazione fra i miei eletti: “Così ti faccia morire il Signore Dio”». Spieghiamo. La maledizione è legata alla punizione divina che gli idolatri attirano su di sé. La sorte di alcuni empi poteva essere ricordata in formule di maledizioni contro i nemici del tipo: “Che il Signore ti faccia morire come quel tale”. Forse è da leggere solo come un monito, per dire: attenzione a non fare la stessa fine di quelli che sono finiti male. Anche noi lo diciamo ancora, per avvertire qualcuno si sta comportando male.
Ma soffermiamoci sulla parte positiva. Per i servi del Signore, ovvero per i giusti, si apre un nuovo orizzonte luminoso: «Ecco, dice il Signore, io creo nuovi cieli e nuova terra».
“Nuovi cieli e nuova terra”, una espressione che sta a indicare una svolta radicale nella storia e nell’universo. Il mondo, trasformato e rinnovato dalla grazia rigenerante del Signore, acquista lineamenti cosmici di splendore impensabili.
Questa apertura ad una novità radicale la troviamo anche negli scritti di Geremia e di Ezechiele, e anche nei testi apocalittici, come l’Apocalisse di Giovanni.
Qui dovremmo fermarci a lungo, anche perché abbiamo idee confuse anche sulla terminologia. Pensate alla parola “apocalisse” intesa comunemente in senso negativo come qualcosa di catastrofico, invece il termine greco significa “rivelazione”, ovvero, in senso biblico, di un Dio che si manifesta in tutto il suo splendore.
Dunque, “nuovi cieli e terra nuova” sta a indicare un Dio che ricrea l’Universo. L’Universo è un progressivo tornare all’Uno, da cui è uscito nella mente divina. Si tratta dunque di un cammino sempre in evoluzione. Dio non ha creato un mondo già perfetto nella sua espansione anche fisica. Pensate la parola “natura” che in latino significa “ciò che sta per nasce”. E il detto filosofico latino “natura non facit saltus” (in italiano: la “natura non fa salti”), che indica il principio secondo cui i cambiamenti, lo sviluppo e i processi nel mondo naturale avvengono in modo graduale, continuo e per piccoli passi, senza interruzioni o passaggi improvvisi, di per sé non corrisponde al disegno di Dio, per cui nell’Universo c’è qualcosa che va al di là di passaggi o evoluzioni naturali. Dio pensa sempre a qualcosa di oltre, a un radicale salto che supera ogni nostra previsione. Si parla di un salto di qualità. Ed è questo salto di qualità che non ci permette di seguire la legge naturale o istintiva di un progresso che ci lascia quasi passivi. Anche qui la terminologia ha una sua importanza. C’è progresso e progresso, e solitamente intendiamo il progresso in senso materialistico, più cose ad esempio, e, soprattutto oggi, in senso tecnicistico.
Accanto ai cieli nuovi c’è la terra nuova, quasi a indicare che c’è una stretta correlazione tra i cieli e la terra, ma il punto di partenza è l’apertura dei cieli che permette di vedere la terra in modo nuovo. La trasformazione della terra dipende dal come la vediamo: se siamo chini su di essa, sarà sempre terra e basta, ma se eleviamo gli occhi in Alto, allora la terra prenderà una nuova fisionomia. La terra ha i suoi cicli che sono chiusi in un ritorno come in un anello. Nello spirito, ovvero nella nostra interiorità, la creazione diventa ri-creazione.
È stato scritto: “la nuova creazione si fa in atto anche per le nostre mani”. Mani che creano. Pensate a un artista, a un vasaio. “Noi diventiamo in piccolo compagni di Dio in creazione”.
E qui sarebbe interessante, ma il tempo non lo permette, soffermarci sul secondo testo della Messa, dove san Paolo mette in contrapposizione tra loro la luce e le tenebre. Scrive: «Un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità».
Dunque non siamo solo nella luce, ma siamo luce, figli della luce. Generati dalla luce, immagine di Dio luce, figli di Dio e figli della luce, noi viviamo il tempo dell’incontro, della familiarità intima di Dio. Le tenebre non faranno più paura. Le tenebre mortificano la creazione nella sua interiore evoluzione radicale. In quanto figli della luce saremo come trascinati dall’impulso generativo di una terra che ha bisogno di sole per rigenerarsi.

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