
dal Corriere della Sera
27 agosto 2026
Ratko Mladic è morto:
il boia di Srebrenica aveva 84 anni.
I massacri, gli stupri, la ferocia senza fine:
«Bisogna colpire senza logica
e portare i civili sull’orlo della follia»
di Francesco Battistini
Ratko Mladic era stato condannato all’ergastolo dal tribunale de l’Aja nel 2021, per il genocidio compiuto in Bosnia. I giudici lo definirono «uno dei peggiori criminali» mai conosciuti dall’umanità; lui non si è mai pentito
È morto Ratko Mladic, il generale serbo responsabile del massacro di Srebrenica, in Bosnia. Aveva 84 anni e si trovava in carcere all’Aja, dove stava scontando l’ergastolo. Mladic era stato condannato dalla Corte penale internazionale per il genocidio compiuto in Bosnia. Era malato da tempo, e negli ultimi anni era stato colpito da un ictus e da un infarto.
Citava sempre De Gaulle, il suo mito: «Vivrò a lungo. Ma state tranquilli: prima o poi, morirò anch’io». Alla fine, è morto. Ma non riposa in pace e non possiamo stare tranquilli: la crna bajka, la favola nera dei Balcani, durerà finché qualcuno a Belgrado continuerà a raccontarsi le eroiche gesta di Ratko Mladic. «Uno dei peggiori criminali» mai conosciuti dall’umanità, scrissero i giudici dell’Aja nella loro sentenza. Che fra i centomila massacrati della guerra di Bosnia e gli ottomila e passa genocidati a Srebrenica, ne aveva combinate così tante da rendere impossibile punirlo per tutto. Il bombardamento d’almeno sei città, il safari dei cecchini sulle colline di Sarajevo che fece diecimila morti – compresi 1.500 bambini -, la presa in ostaggio dei soldati Onu, gli stupri su bambine di 12 anni, i lager, le razzie, le devastazioni più spaventose viste in Europa dopo il nazismo.
Una volta, costrinse 22 musulmani a saltare dal ponte Brhpolje e ai suoi soldati comandò di «colpirli in volo». A una donna, il proiettile d’uno snajper trapassò lo stomaco e si conficcò nella testa del bimbo che teneva in braccio. «Bisogna colpire senza una logica», ordinò in un’intercettazione, «per portare i civili sull’orlo della follia».
A Mostar, dove croati e bosniaci si combattevano all’arma bianca contrada per contrada, lui guardava da lontano: «Mi diverto, a vederli che si scannano. Poi li getterò tutti in mare». A Srebrenica, quando convocò il comandante olandese dei caschi blu, fece legare un maiale e propose un brindisi con la šljivovica, augurando lunga vita ai presenti, finché un soldato non estrasse il coltello per infilarlo nel collo del maiale, che lanciava urla strazianti: «Così trattiamo i nostri nemici», sorrise Mladic al collega, pallido e terrorizzato.
«Ho potuto seppellire solo due ossa dei miei figli», gli sibilò in tribunale una madre, Munira Subasic: «Spero che ti appaiano in sogno tutte le notti».
Eppure, lo difendono ancora. Per i turboserbi, un eroe. A Kalinovik, dov’era nato, c’è ancora una gigantografia e la scritta «città degli eroi». E a Belgrado, il nome di Mladic è acclamato da centinaia di graffiti. Perfino il tennista Novak Djokovic, qualche anno fa, s’è fatto fotografare con orgoglio assieme a un «lupo della Drina» amico di Ratko. Era in realtà «un narcisista, presuntuoso, vanitoso e arrogante», nelle parole dell’ex portavoce dell’esercito jugoslavo Ljubograd Stojadinovic, che se lo ricordava giovane ufficiale e lo incrociò da latitante. Per i negoziatori internazionali che l’incontravano, semplicemente, si trattava d’uno squilibrato mentale.
Da più d’un anno «il macellaio» respirava malissimo, campava con un pacemaker e i reni andati, passava da un ictus a un infarto. La malattia l’ha torturato lentamente: «Gli davano ormai solo oppiacei», dice Darko, il figlio, che voleva portarlo a casa dall’ospedale. I giudici internazionali – l’ultima volta, venerdì scorso – non hanno mai ceduto: tenerlo dentro, hanno sentenziato, non avrebbe peggiorato il suo stato e tenerlo fuori non l’avrebbe migliorato. «L’hanno ucciso», sparano Darko e l’ultranazionalista serbo Vojislav Seselj, già processato all’Aja. «Non ho capito» perché non potesse uscire dal carcere, il commento del presidente serbo Aleksandar Vucic, nazionalista e in passato sostenitore delle guerre, da sempre critico sulla Corte penale internazionale («ce l’hanno solo con noi – disse una volta -: ai nostri hanno inflitto 1.138 anni di reclusione, ai bosniaci soltanto 42…!»).
Mladic non ha mai smesso d’incantare altri macellai: il pazzo australiano che nel 2019 ammazzò decine di musulmani a Christchurch, disse d’ispirarsi a lui, e così pure Anders Breivik, il suprematista norvegese che sparò su 77 ragazzi.
Nato a 40 km da Sarajevo, una città multiculturale che odiava allo stesso modo del suo capo politico, il leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, Mladic era ossessionato dalla storia nazionale e vedeva la guerra in Bosnia come l’occasione per vendicare i 500 anni d’occupazione ottomana.
Figlio d’un poverissimo partigiano titino, morto combattendo i croati, non poté essere allattato dalla mamma, malata di tifo: fu un soldato italiano padre di cinque figli, che alloggiava nella sua casa, a salvargli la vita nutrendolo con del latte. Ricercato e latitante per sedici anni, se la seppe cavare con astuzia: eccolo a sciare sui monti olimpionici di Jahorina, a fare spesa al supermarket con la sua Yugo, quindi ad allevare api e a pascolare pecore sulle montagne della Serbia orientale (la più grande, l’aveva battezzata Madeleine Albright: come la segretaria di Stato americana che aveva bombardato Belgrado), sulla spiaggia montenegrina di Sveti Stefan, senza disdegnare bar e ristoranti, oppure la tribuna dello stadio per vedere Jugoslavia-Cina…
Ogni anno, riusciva a lasciare un mazzo di fiori sulla tomba di Ana, la figlia che s’era suicidata per la vergogna. A proteggerlo, la fidata moglie Bosilijka e forse qualche manina straniera: un collaboratore dell’ex premier Tadic, in un’intervista che facemmo col collega Marzio G. Mian, rivelò che dietro la lunga fuga ci furono i servizi segreti russi dell’Fsb, perché «Putin vedeva nella possibile cattura di Mladic una vittoria dell’Occidente in un Paese tradizionalmente fratello della Russia».
Finito a processo, Ratko non fece che ripetere ai giudici dell’Aja: «Ho fatto tutto questo per proteggere l’Europa dall’Islam!». Gli appigli a qualsiasi cavillo: «Non esiste traccia d’un mio ordine scritto!». Nessuna ammissione: «Tutto quel che dite è falso!». E a ogni udienza, un urlo: «Vergognatevi!». Lui non l’ha mai fatto.
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dal Corriere della Sera
27 agosto 2026
Ana, la figlia prediletta di Mladic
che si suicidò per la vergogna
(con la pistola che il padre le aveva regalato)
di Francesco Battistini

Ana Mladic si tolse la vita a 23 anni, dopo avere scoperto le atrocità del padre. Che mai accettò l’accaduto, parlando sempre di un «omicidio». E che le «dedicò» la distruzione di Gorazde, e – secondo la scrittrice Clara Uson – non solo: «Il massacro di Srebrenica non aveva alcuna logica militare. Fu la sua vendetta sul mondo»
Ratko Mladic, il generale serbo architetto del massacro di Srebrenica, è morto il 27 agosto, all’età di 84 anni. Ripubblichiamo l’articolo di Francesco Battistini apparso su 7 sulla storia della figlia del «macellaio dei Balcani».
Cuore di babbo. Luce dei miei occhi. Vita mia.
Pure i criminali sanno dire queste cose. Papà Ratko le diceva alla sua Ana. La più grande. La preferita. La chiamava figlio mio, come s’usa nelle Krajine. Figlio anche se era una figlia, perché in certi mondi non c’è modo migliore d’amare una primogenita che considerarla un maschio.
Il generale e la bambina. Ratko la coccolava, coccolato. Ana l’abbracciava, abbracciata. Lui le dava da smontare e pulire la Zastava, la pistola dell’accademia militare, e le diceva un giorno te la regalerò e tu la darai a tuo figlio, mio nipote. Lei scovolava energica meglio d’un attendente, olio e acquaragia, felice d’ubbidire cieca.
Poi accadde che Ana diventò grande. Meno cieca. Meno allegra. Meno bella, anche. Vide il cuore vero, nero, del babbo. Gli occhi presero un’altra luce. La vita, un’altra via. Ana che sognava di diventare chirurgo, perché da giovane era stato il sogno frustrato di papà, una notte si svegliò nell’incubo.
Era il 24 marzo 1994, aveva 23 anni. Aprì l’armadietto di casa. Tirò fuori la Zastava. Si sparò un colpo alla tempia.
Spararsi e sparire. S’è portata il segreto nella tomba, s’usa dire. Quando certe tombe non hanno alcun segreto. La scrittrice catalana Clara Usòn ha letto e ascoltato e viaggiato, quaranta mesi per raccontare «La figlia» (edizioni Sellerio) dentro un romanzo che in Spagna incoronarono libro dell’anno, adornandolo di paragoni: scespiriano, puro Cechov; per Adriano Sofri, il più bello sul ventennio balcanico. Il racconto d’una famiglia svaporata nelle guerre: «Quand’ho letto questa storia sul Times», dice Clara, che una volta faceva l’avvocato, «ho pensato subito che fosse poderosa. Una tragedia greca. O russa. Il rapporto di Ana con suo padre non ha nulla d’edipico, è tutto in un video che si può vedere su YouTube. Ci sono loro due che scherzano durante un picnic. Lo schermo nero. La scena dopo è Mladic che si dispera su una bara. Io volevo occuparmi di quel nero».
La storia di questa ragazza cambia in un viaggio a Mosca, dove va coi compagni e sente delle cose, ne discute altre. Torture. Stupri. Ana realizza che il suo punto di riferimento, forse, non è l’eroe che crede. Torna a casa cambiata, introversa, non dice a nessuno che cosa pensi: «Ci sono molte interpretazioni possibili: Ana s’uccide per uccidere in realtà suo padre. O perché sente il peso della colpa e non può conviverci. O è una specie di sacrificio: mi ammazzo perché tu capisca, io sono la persona al mondo che tu ami di più e devi capire la sofferenza che stai infliggendo agli altri».
A Belgrado, non è un segreto dov’è la tomba di Ana. Ratko ci andava di nascosto, nei sedici anni da latitante. Il giorno dell’arresto, volle deporvi sei rose prima d’essere portato all’Aja e processato per l’assedio di Sarajevo, la pulizia etnica in Bosnia, il genocidio di Srebrenica.
«Qualunque fosse il messaggio di sua figlia, lui non l’ha mai accettato: parla ancora d’omicidio, di cospirazione. Dice che lei non si sarebbe mai ammazzata con la Zastava, perché sapeva bene che cosa significasse per lui. Forse è proprio lì la risposta: la pistola che avrebbe dovuto simboleggiare la stirpe, è quella usata per interromperla».
Ana s’è cancellata, come tanti suoi fratelli disperati della storia: se i piccoli Goebbels non ebbero il tempo di sentire il peso del cognome, perché fu il cianuro di mamma ad alleviarlo, Bettina Goering scelse di sterilizzarsi, pur di non trasmettere quel sangue. «Mladic non è stato capace di suicidarsi: quando lo presero, aveva molte armi, ma non ci provò nemmeno. Le colpe dei padri, è ingiusto ma è così, pesano sui figli più di quelle dei figli sui padri. Nella Bibbia, Dio pone il problema ad Abramo ed è il ragazzo che deve sacrificarsi, per provare l’amore di Dio. Oggi, il figlio d’un politico corrotto va a scuola e i compagni gli dicono: tuo padre è un ladro. Se il mostro è il genitore, non hai scelta: o neghi tutto o lo rinneghi».
Certi dna sono prove dure: il figlio di Stalin, tenentino catturato dalla Wehrmacht, s’uccide nel campo di prigionia dopo che papà, sprezzante, s’è rifiutato di scambiarlo col grande Von Paulus preso dai sovietici («non do un feldmaresciallo per ricevere un semplice tenente»). Figli di sensibilità diverse: Alina Castro ha sfogato in un libro tutto il suo disprezzo, Katrin Himmler è una signora che cerca d’argomentarlo.
Il fratello di Ana, Darko, sopravvive negando il padre genocida: il libro di Clara non gli è piaciuto, ha vietato all’editore d’usare immagini di famiglia. «In Serbia ci sono molte coscienze oneste, ma senti ancora dire che i campi di concentramento serbi erano stati costruiti sui set di Hollywood con modelli anoressici. Il premier Nikolic disse cose vergognose su Srebrenica».
La tragedia di Ratko e Ana muore lì, nel più feroce sterminio mai visto in Europa dopo il nazismo. Il lavacro familiare diventa il bagno di sangue collettivo.
Qualche settimana dopo la morte di Ana, che lui chiamava Stella, Mladic rade al suolo Gorazde: in codice, «operazione Stella». Un anno dopo, gli ottomila massacrati nell’estate contadina della Bosnia orientale: «C’è un Mladic prima e dopo la morte di Ana. Un uomo impazzito dal dolore, disperato. Sono convinta che Srebrenica sia stata una vendetta sul mondo. Gli esperti militari dicono che ammazzare tutta quella gente non aveva alcuna logica, neanche sul piano strategico».
Ratko ora langue in una cella olandese, il processo pure. I giudici ascoltano i suoi deliri sull’Europa in pericolo e sull’Islam da fermare con ogni mezzo. «Lo leggo e mi spavento, perché quei discorsi li riconosco», dice Clara: «Spagnoli ed ex jugoslavi, siamo passati per le stesse esperienze. La guerra civile, la dittatura, le etnie, il baluardo della cristianità contro i mori (noi) e contro gli ottomani (loro). Ora che rispuntano la xenofobia e le Albe Dorate, in Europa non si vedono nuovi Mladic, ma rispuntano le loro vecchie idee. Al Bundestag, un deputato s’allarmava perché i turchi si stanno riproducendo troppo e distruggono l’identità tedesca. È quel che si diceva per gli albanesi in Kosovo! E abbiamo visto come finì…».
Ana lo vide troppo tardi, e non sopportò il troppo.
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da AVVENIRE
29 agosto 2026
Il boia, la Serbia nazionalista
e quell’ultimo oltraggio
di Fabio Carminati
La decisione di tributare funerali di Stato al “generale” Mladic, responsabile del massacro di Srebrenica, è solo l’ultimo colpo inflitto al diritto internazionale, in una fase storica in cui la Corte penale cerca invano di perseguire i nuovi criminali di guerra
Dall’alto del monte Trebevic, Ratko Mladic amava farsi inquadrare con il binocolo premuto sugli occhi mentre scrutava le macerie di Sarajevo ai suoi piedi. Gli obici martellavano i viali, più in basso i cecchini puntavano a qualsiasi cosa si muovesse e sparavano due volte: la prima per uccidere chi avevano mirato, la seconda per colpire chi accorresse a soccorrerlo. Più di tre anni di assedio e di morti inutili tra il 1992 e il 1995. Lo stesso 1995 in cui, a luglio, il “generale” si mostrava sorridente davanti ai ragazzini nella Srebrenica occupata senza sparare un colpo sulle truppe delle Nazioni Unite che dicevano di averla resa sicura. Offriva ai piccoli, separati dai genitori, carezze e lecca lecca. Sapendo che alle sue spalle, lontano dalle telecamere e agli occhi colpevolmente chiusi dei caschi blu dell’Onu, ottomila donne, uomini e altri bambini musulmani venivano presi a fucilate e sepolti immediatamente. Come i nazisti avevano fatto, con la complicità degli ustascia quella volta croati, trent’anni prima.
L’altro ieri, più di trent’anni dopo la fine del conflitto in Bosnia, il primo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, con il viso devastato dall’ictus, Ratko Mladic ha visto la fine di una vita vissuta tra la gloria del regime serbo, una latitanza lunga sedici anni e trascorsa davanti agli occhi di tutti tranne quelli delle Nazioni Unite, puntati per la seconda volta dalla parte sbagliata, e una modernissima cella del carcere di Scheveningen all’Aja. La sua porta è rimasta sbarrata nonostante i quattro ricorsi del governo di Belgrado che voleva far trascorrere a casa al generale gli ultimi giorni. La morte, ora, riconsegna Mladic al nazionalismo serbo.
Come negli anni più bui dei Balcani. Il regime di Vucic non ha perso un minuto per rimettere sui laici altari il “boia di Srebrenica”, a cui saranno riservati «tutti gli onori militari e di Stato a cui ha diritto» nonostante l’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Lo ha annunciato alla radio locale K1, il ministro della Giustizia serbo, Nenad Vujic, solo semi omonimo del presidente Aleksandr Vucic.
Lo stesso bersaglio delle manifestazioni studentesche e dell’amicizia stretta con lo zar del Cremlino Vladimir Putin. Il titolare della Giustizia ha motivato la quantomeno controversa decisione – di cui indiscrezioni circolavano già giovedì – addentrandosi in equilibri lessicali conditi di «diritto umanitario» e rispetto della persona. Dei funerali di Stato, «sarà la famiglia a decidere il luogo», ha annunciato con tempismo sospetto rispetto alla manifestazione di dolore dei familiari delle vittime di Srebrenica per i quali l’unica “consolazione” è che Mladic «abbia scontato la sua pena fino all’ultimo in una cella».
Belgrado da tempo tiene il piede in due scarpe e usare la figura di un sanguinario generale serbo-bosniaco è l’ennesimo segnale che la propaggine russa nel cuore dei Balcani è ben presente. Ma la vicenda acquista una luce ancora più sinistra al tempo della crisi del multilateralismo e degli scontri di queste settimane. La scelta di Belgrado infligge anche un colpo durissimo al sistema, attaccando un tribunale delle Nazioni Unite, creato ad hoc per la guerra nell’ex Jugoslavia, con il proposito di attuare quel «mai più» stabilito dalla Convenzione contro il genocidio e rimasto sulla carta negli anni della Guerra fredda.
Un’istituzione purtroppo da tempo defunta come ormai sta avvenendo per tutte le strutture giudiziarie dell’Onu, a partire da quella Corte Penale internazionale che contro lo zar del Cremlino ha ancora in vigore un mandato di cattura globale. Insieme a Mladic, oltre la pietà per un carnefice comunque in fin di vita, l’altro ieri è morta un’altra volta anche la speranza di una giustizia terrena universale. Perseguire criminali di guerra, calpestatori di qualsiasi diritto umanitario, o genocidi riconosciuti fino all’appello era ed è impossibile. Mladic per sedici anni ha goduto della copertura di uno Stato, della complicità di istituzioni che non volevano alterare il quieto vivere internazionale. Eppure di questi tempi, di una giustizia rapida, efficace non a orologeria, il mondo avrebbe maledettamente bisogno.
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