Omelie 2025 di don Giorgio: TERZA DI AVVENTO

30 novembre 2025: TERZA DI AVVENTO
Is 35,1-10; Rm 11,25-36; Mt 11,2-15
Vorrei cogliere, insieme a voi, il nesso che c’è tra alcuni brani che la Liturgia ci offre in questo periodo d’Avvento, e il Mistero natalizio a cui ci stiamo preparando.
È vero che tutto potrebbe ridursi a qualche momento di adorazione privata, o a qualche opera buona per le missioni. Ma credo che il Mistero del Figlio di Dio che si incarna in noi come Logos eterno richieda una piena disponibilità alla Novità divina, che è sempre sorprendente, al di là di qualche devozione personale o di qualche gesto di carità magari pelosa.
E potrebbe aiutarci anche rivivere i momenti storici del popolo eletto nelle sue infedeltà che lo hanno costretto, per punizione, a subìre angherie e sofferenze, soprattutto nei periodi di esilio: in Egitto o a Babilonia. Ma ciò che è sconvolgente non è tanto la dura e lacerante permanenza in esilio, quanto il ritorno in patria, ovvero la conversione che permette al popolo di tornare ad essere un popolo fedele all’Alleanza. Come già detto: Dio puniva per educare, la sua non era mai una vendetta fine a se stessa.
L’Avvento allora per noi cristiani non è tanto la commemorazione di un evento, pur strepitoso e unico, quello della Incarnazione del Figlio di Dio, quanto da parte nostra il tornare, ogni anno, come da una specie di esilio, al Disegno di Dio.
È intenso e suggestivo il racconto del ritorno del popolo ebraico, descritto dal profeta con immagini molto vive, anche poetiche, attinte dalla natura, in modo così visivo da rivivere ancora oggi quei momenti certamente drammatici, ma anche di esultanza per la buona notizia di poter tornare a casa.
Ma il Profeta, pur avendo sempre davanti agli occhi la desolazione dell’esilio e ancor più la desolazione di Gerusalemme e del monte Sion, diroccato e distrutto, in anticipo vede già sorgere un nuovo mondo, pieno di luce e di speranza. Ecco, finalmente si capovolgono le realtà di ingiustizia e di violenza. C’è un ribaltamento radicale umanamente imprevedibile, anche se richiesto ripetutamente con canti funebri e litanie di intercessioni da parte di un popolo che, nonostante tutto, sapeva di avere sempre dalla sua un Dio che può tutto: mettere mano alla storia e riprendere a dare speranza al suo popolo deportato.
Il capitolo che precede il brano di oggi racconta l’intervento di Dio come un combattente vincitore contro Edom, il paese che nella distruzione di Gerusalemme si era affiancato come alleato ai Babilonesi. Il linguaggio drammatico della distruzione e la desolazione si possono paragonare alle sofferenze della sconfitta di Israele. Come se Dio si vendicasse con la stessa moneta.
Nel brano di oggi si intravede la salvezza che il Signore porta: le immagini, ripeto, sono splendide, cariche di poesia e di sogno, ma anche di progetti, di sviluppo, di fecondità, di gioia e di benessere.
Anzitutto, il mondo viene visto rigenerato come un giardino, quasi un nuovo paradiso terrestre, e i luoghi nominati: Libano, Carmelo e Saron sono luoghi splendidi e i più rigogliosi nel Medio Oriente. Dio mostra la sua potenza sul mondo che viene rigenerato. Sembra che anche fisicamente ci sarà una rinascita, un nuovo mondo. Scompariranno le infermità anche fisiche: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa».
Nella bellezza della rinascita è fondamentale l’acqua, come nel paradiso terrestre. E l’acqua trasformerà il deserto, ridarà fecondità al mondo e gioia di vivere su queste terre, un tempo desolate. Sarà un mondo abitato, e non deserto, percorso da strade senza pericoli. Neanche gli inesperti si potranno perdere. La via santa, piana e diritta, è simile a quelle che anticamente erano tracciate davanti ai templi antichi per le processioni che collegano tra loro: su queste strade, in processione, i devoti portano le statue dei loro dèi.
Ci sarà gioia piena e ci si richiama all’uso di particolari culti di portare corone di fiori sul capo: “felicità perenne splenderà sul loro capo”.
Rileggendo oggi questa pagina del profeta, ci viene istintiva una domanda: era solo utopia di uno che aveva avuto visioni extraterrestri, oppure al di là di un tempo che tutto può corrodere anche le utopie più belle è presente qualcosa di vero, ma da cogliere e raccogliere qua e là, ovunque ci siano orme misteriose, per ricomporre in unità quel misterioso Disegno divino che si realizza nonostante tutte le cattiverie umane, e al di là di criminali che vorrebbero sostituirsi a Dio, offuscando ogni sua utopia?
Una domanda a cui ogni credente dovrebbe saper rispondere, appena attinge a quella Sorgente divina che è in lui. Non sarà il teologo saputello o all’ultima moda (quanti ce ne sono sui social!) a offrirci riposte esaurienti. Alla larga! Il Mistero divino, proprio perché Mistero, ovvero tanto infinito da mettere in crisi ogni genio umano, richiede anzitutto umiltà, premessa indispensabile per accostarci al Mistero divino.
L’umiltà non significa tanto rinunciare a comprendere qualcosa, a restare ignoranti, ma metterci nel miglior atteggiamento spirituale, che è svuotamento di ogni carnalità, che è il superfluo, l’inessenziale, il di più, se vogliamo accogliere in noi, in pienezza, il Mistero divino, il quale con la sua Grazia agisce solo quando gli facciamo spazio nel nostro essere, libero da ogni contaminazione di cose.
Siamo per natura precari, perciò bisognosi di tutto, e c’è il rischio di cadere nelle mani del primo che passa per la strada e ci promette mari e monti, nelle mani di guru che si credono onnipotenti in nome di un dio che è di loro fattura.
Quando leggo e medito sulle parole con cui Cristo elogia Giovanni Battista rimango colpito quando dice: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta».
Il nostro rischio è di cadere vittime delle persone sbagliate, perché manchiamo di fede nell’Onnipotente, che è lo Spirito nella sua realtà più pura. Umiltà è fidarci di un Dio che ha un Disegno misterioso, perché del tutto imprevedibile, che si realizza ogni giorno.
Solo nella fede, intesa come l’occhio dello spirito, potremo vedere già l’alba di un nuovo mondo. Se l’alba ci sembra ancora lontana, ovvero ci sembra di essere già al tramonto, è perché siamo in balìa di occhi che vedono solo le apparenze, perché annebbiati e perciò incapaci di vedere al di là di ciò che è puramente materiale.

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