31 agosto 2025: PRIMA DOPO IL MARTIRIO DI S. GIOVANNI IL PRECURSORE
Is 30,8-15b; Rm 5,1-11; Mt 4,12-17
Per capire il primo brano della Messa, bisogna inquadrarlo nel suo contesto storico.
Siamo negli anni 705-701 a.C. La potenza degli Assiri si fa sempre più minacciosa. Il re di Giuda chiede l’aiuto degli Egiziani. Il capitolo 30 del libro di Isaia inizia con la descrizione della ambasceria giudaica, una carovana che scende in Egitto, carica di doni per la sperata alleanza con il Faraone. Interessante questo modo di fare alleanze, tra l’altro non differente da quanto succede ancora oggi tra le potenze che si alleano contro un pericolo comune.
Il cammino di questa carovana si svolge attraverso il Negheb, a sud della Giudea, ed è raccontato con l’apparizione di bestie feroci e di animali favolosi (draghi alati). Sono stati fatti tanti sacrifici per raccogliere ricchezze e offrirle all’Egitto, ma inutilmente. L’Egitto infatti è chiamato “Raab il fannullone”: mostro primitivo che non aiuta per niente, ingordo solo di tesori. Pensiamo all’attualità.
Questa descrizione, che anticipa il testo di oggi, colloca e dà un motivo serio al lamento di Dio sul suo popolo: un lamento che il profeta deve incidere su una tavoletta, come testo ufficiale, per essere di perenne memoria come richiamo: le vere garanzie sono la protezione del Signore e il rapporto di fedeltà alla legge, condannando perciò il rifiuto da parte di Israele della vera profezia che insegna la volontà divina, e condannando la scelta della perversione e la fiducia nella potenza terrena. L’accusa ai connazionali è durissima e perfino sorprendente: «… questo è un popolo ribelle. Sono figli bugiardi, figli che non vogliono ascoltare la legge del Signore. Essi dicono ai veggenti: “Non abbiate visioni” e ai profeti: “Non fateci profezie sincere, diteci cose piacevoli, profetateci illusioni! Scostatevi dalla retta via, uscite dal sentiero, toglieteci dalla vista il Santo d’Israele”».
Questo non può che causare una rovina clamorosa, raffigurata nell’immagine di una brocca che s’infrange in mille cocci. Sì, immaginate la scena: prendete una brocca di terracotta, lasciatela cadere per terra, e la vedrete andare in frantumi.
Anziché porre la fiducia nella conversione, nella calma serena, nell’adesione a Dio, ci si affida alla potenza degli eserciti, della cavalleria faraonica e del proprio orgoglio. Ebbene, l’esito sarà catastrofico: una fuga disordinata, un terrore ingiustificato, finché Israele apparirà come un palo isolato o un vessillo strappato su un colle solitario. Così finirà anche lo Stato d’Israele di oggi.
Come abbiamo letto, si parla ancora di conversione, su cui i profeti torneranno fino alla noia: «Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza». Notate le due parole che si richiamano: conversione e calma. Convertirsi è cambiare quel modo di pensare e di agire che è disordine, confusione, caos, scompiglio, subbuglio, baraonda, e soqquadro. Altri sinonimi possono essere sconvolgimento, disorganizzazione, sregolatezza e scompostezza. La conversione riporta all’ordine, all’armonia, alla pace interiore.
Ci vuole ancora la Mistica, quella medievale speculativa, per farci capire queste cose, e i primi Mistici sono stati i Profeti (pensate alla conversione mistica dello stesso Elia, dopo che si era incontrato con il Dio leggero come un soffio sottilissimo di vento), anche se apparentemente sembravano tutt’altro che mistici, per il loro carattere irruente e un linguaggio tagliente con cui senza paura di essere querelati definivano il peccato del popolo eletto come un adulterio o una prostituzione.
Fuori di noi siamo in frantumi, in perenne dissipazione o, come scriveva Sant’Agostino nel suo libro autobiografico “Le confessioni”, “in regione dissimilitudinis”, ovvero in uno stato di dissociazione dall’immagine divina che è in noi.
Senza conversione non possiamo tornare all’unità del nostro essere e perciò all’Uno divino, nel quale tutto si ricompone in unità.
Noi parliamo di pace, e, essendo fuori di noi, restiamo in balìa della più ostinata disgregazione, che è il vero pericolo che ci mette continuamente in guerra con il nostro essere più profondo.
Ma il vero problema di oggi, tanto per essere attuali, e non stare in un passato lontano, è il venir meno di punti forti di riferimento. Dio puniva il suo popolo, facendogli mancare la sua parola, quando i profeti tacevano. E oggi, dove sono i profeti di Dio? Certo, vediamo migliaia e migliaia di falsi profeti, di guru di ogni risma, di leader di movimenti ecclesiali con un ego spaventoso e autoritario da essere un dio. Ma Dio parla là dove uno spirito libero si ribella a una omologazione di massa. E gli spiriti liberi non piacciono a nessuno, e tanto meno al potere, e tanto meno nella Chiesa istituzionale, che pretende di fare da mediatrice tra lo spirito del nostro essere e il mondo del Divino.
Sì, oggi sono venuti meno i punti autorevoli di riferimento. E questo in ogni campo, da quello politico a quello ecclesiale. Punti di riferimento non tanto dottrinali o dogmatici, ma anche testimonianze credibili e invece vediamo burattini ovunque, fantocci di cartapesta, palloni gonfiati, incarnazioni di quella imbecillità che trova sempre il modo per farsi valere, anche sotto vesti angeliche.
A parte il mondo politico dove a regnare sono “bestie feroci e animali favolosi (draghi alati)”, come scrive l’autore sacro nel primo brano, è la fede più pura che sembra scomparsa, anche là dove, un tempo, era di casa tra la gente più semplice. Oggi il secolarismo è entrato prepotentemente nelle comunità ecclesiali, sotto forme diverse, ma che hanno un denominatore comune: il materialismo. Fede come credenza è ridotta a superstizione, anche se un po’ di folclore non fa mai male, è soprattutto ridotta ad appagamento del ventre: oggi si vorrebbe attirare la gente in chiesa appagando i sensi.
Visto che le stiamo tentando tutte, anche le più oscene offerte culinarie, perché non giocare la carta dell’essenziale? Perché restare perennemente nel solito fallimentare giro di aggrapparsi a quanto è apparentemente vincente, promettente, per poi restare delusi, in crisi, in uno stato di prostrazione interiore?
Ma il profeta, subito dopo, scrive: “Il Signore ti farà grazia al grido della tua supplica; appena ti avrà udito, ti risponderà”, invitando il popolo eletto ad abbandonare gli idoli. Ogni conversione richiede una condizione, ovvero la rinuncia agli idoli, e l’idolatria si nasconde dietro a tante forme ingannevoli. L’idolatria nasce all’interno delle religioni, e, fuori delle religioni, per gli atei l’idolatria è sostituire il dio che rinnegano con altri dei che si costruiscono. Aveva ragione Carlo Maria Martini: l’ateismo puro non esiste. Tutti sono credenti. Ma vorrei chiarire: esiste l’ateismo puro ed è quello dei Mistici che rinunciano a ogni immagine divina. Così pregava Meister Eckhart: “Prego Dio che mi liberi da dio”.
Commenti Recenti