Il tempo che passa (crònos) e la Grazia che è l’Eterno presente (Kairòs)

Il tempo che passa (crònos)

e la Grazia che è l’Eterno presente (Kairòs)

Quando arriva l’ultimo dell’anno, si è quasi costretti a riflettere sul tempo che passa.
Anche io vorrei fare qualche riflessione, tenendo sempre presente ciò che ha scritto Sant’Agostino nelle sue Confessioni: «Che cos’è dunque il tempo? Quando nessuno me lo chiede, lo so; ma se qualcuno me lo chiede e voglio spiegarglielo, non lo so».
Il tempo è ed è sempre stato oggetto di dibattito e di discussione, a partire dall’antichità. La cosa già interessante è questa: a differenza della nostra lingua, solitamente povera di vocabolario, gli antichi greci usavano più parole per indicare ciò che noi indichiamo con un solo termine.
Per indicare il tempo, troviamo in greco: χρόνος (chrònos), καιρός (kairòs), αἰών (aiòn) e ἐνιαυτός (eniautòs), ogni termine con un proprio significato.
Il termine χρόνος (krònos) si riferisce al tempo cronologico e sequenziale, in una dimensione quantitativa (il tempo fatto di secondi, minuti, giorni, mesi, anni). Quindi il krònos per i greci era un tempo empirico e in continuo movimento. Non dimentichiamo il mito: Krònos per Esiodo è il più giovane dei titani che mutila il padre, dopo che questi, temendo di perdere il controllo del mondo, aveva fatto imprigionare i figli. Ma Krònos, sposandosi con Rea, avendo paura che i figli gli togliessero il potere, li divorava appena nascevano. Krònos verrà sconfitto da Zeus e dai suoi fratelli. L’immagine è quella di un Dio potente e distruttore che, però, cede di fronte al “padre degli uomini e degli dèi”, Zeus, custode dell’ordine del mondo e protettore della polis. Armonia, destino e civiltà sembrano quindi in grado di andare oltre il tempo.
Il termine καιρός (kairòs), invece, significa “tempo nel mezzo”, cioè un momento in un periodo di tempo indeterminato nel quale qualcosa accade. Se krònos ha una dimensione quantitativa, kairòs ha una natura qualitativa. Nel mito, Kairòs, ultimo figlio di Zeus, era rappresentato come un giovanetto con le ali ai piedi, in continuo movimento, con un ciuffo di capelli in fronte e la nuca rasata ad indicare la difficoltà ad afferrarlo. Tiene in mano un rasoio su cui è poggiata una bilancia. Indicava il momento giusto, opportuno, adatto, la buona occasione, un momento nel quale accade qualcosa di speciale.
Kairòs rimanda alle azioni che vanno colte tempestivamente, senza ritardi o esitazioni, come per afferrare il dio per il suo ciuffo, prima che l’occasione passi e che il dio ci sfugga definitivamente.
Il termine αἰών (aiòn), poi, si riferisce al tempo eterno, “tempo trascendente e assoluto”, eternità immobile e una. Aiòn indica successivamente il tempo eterno, sede della vita e forza vitale, legato alla durata della vita umana.
Infine, il termine ἐνιαυτός (eniautòs) originariamente indicava “un anno” e assume poi, in senso più largo, qualsiasi periodo di tempo fisso e definito.
Famoso è il frammento di Eraclito di Efeso, un filosofo greco antico, vissuto tra il VI e il V sec. a.C., uno dei maggiori pensatori presocratici. Eraclito è considerato il pensatore oscuro per eccellenza ed egli stesso nutriva sfiducia nella possibilità che il suo scritto potesse essere compreso dalla maggior parte degli uomini.
Ecco il frammento: “Il tempo è un bambino che gioca, che muove le pedine; di un bambino è il regno”.
L’immagine criptata usata da Eraclito per parlare del tempo accosta la leggerezza del gioco, la casualità di un lancio di dadi all’inesorabilità del tempo e all’enigma del suo svolgimento.
L’uomo ha sempre rivolto un’attenzione speciale al trascorrere del tempo, soprattutto al futuro e alla sua predizione: basti pensare all’arte della divinazione, sviluppata fin dalla preistoria e poi praticata nelle più antiche civiltà con un rigore sistematico e con onori tributati ai sacerdoti che ne erano i detentori. A loro si doveva la capacità rarissima di leggere i segni, interpretando in tal modo il volere degli dèi. Indovini, àuguri, aruspici si ponevano come preziosi intermediari tra la volontà dei numi e il mondo dei mortali, poiché il futuro parlava al presente attraverso l’accurata interpretazione dei segni inviati dagli dèi, quasi una mappa criptata che solo l’occhio sapiente era in grado di decifrare.
Eppure il futuro è da sempre legato, in un’inscindibile filiazione, al passato. Fin nella sua etimologia, la parola “futuro” rappresenta una declinazione a venire dell’essere, dell’esistere, ma insieme contiene la radice del passato. Il termine futurum è infatti, nella sua origine latina, participio futuro del verbo “essere”, e indica “ciò che sta per essere o accadere”, “ciò che è destinato ad essere”. Al tempo stesso, però, tale forma si origina dalla radice fu-, che corrisponde appunto alla radice tematica del tempo perfetto, cioè del passato.
Una prima definizione, che è anche la più antica, è quella di tempo come “ordine misurabile del movimento”. Alle origini del pensiero greco il concetto di tempo come misura del perdurare delle cose mutevoli e come ritmica successione delle fasi in cui si svolge il divenire della natura, si presentava ancora profondamente influenzato dai miti sulla formazione dell’universo e dalla tradizione orfica, che parlava di ciclo del tempo e ruota del destino come leggi che regolano il mondo umano.
La più antica concezione del tempo che ci ha tramandato la filosofia è quella circolare, infatti i greci avevano una visione di tipo ciclico, di origine orientale che vedeva gli eventi ripetersi costantemente. Successivamente, nella tradizione ebraico/cristiana prevarrà invece una concezione lineare, in cui il tempo è legato alla creazione del mondo, dunque ha avuto un inizio e avrà una fine.
I filosofi presocratici parlavano di fasi alterne di formazione e dissoluzione del mondo: tutto muta e si rinnova secondo una legge razionale.
È con Parmenide che il tempo comincia ad assumere quel senso problematico che lo caratterizza come questione filosofica in quanto esso viene opposto all’eternità e immutabilità dell’essere e quindi ricondotto all’ambito della mutevole opinione sensibile.
Il testo in cui il problema del tempo viene affrontato per la prima volta in tutta la sua complessità è il “Timeo” di Platone. Il filosofo riprende la riflessione sull’eternità di Parmenide e ribadisce la ciclicità naturale del tempo. Platone definendo il tempo come “l’immagine mobile dell’eternità” intende dire che esso riproduce nel movimento, sotto la forma del ciclo costante delle stagioni, quella immutabilità che è propria dell’essere eterno.
Il tempo è creato dal Demiurgo per dare ordine al corso degli eventi naturali ed umani e per riprodurre, nella dimensione del mondo sensibile in movimento, l’immutabilità dell’essere ideale eterno.
Aristotele è il filosofo che cerca di definire la natura del tempo: si tratta di “una proprietà del movimento secondo il prima e il poi” e collega la nozione di tempo all’anima o all’intelletto, che è in essa che diventa la condizione di esistenza del tempo stesso.
È un pensiero, questo, che anticipa la visione di Sant’Agostino e le diverse concezioni spiritualistiche del tempo.
Proviamo a riflettere sul termine kairòs: è il momento propizio da cogliere nella sua veloce istantaneità: in questo caso il tempo sembra vivere solo come presente, ma diventa fondamentale per il futuro in quanto l’attenzione costante permette di “leggere” gli eventi.
È un invito a vivere nel presente, nella quotidianità, agendo consapevolmente.
Kairos è un tempo rivelatore, che è stato definito una porta sull’interiorità.
Dunque kairòs è il momento giusto per qualcosa, anche speciale per chi la sta sperimentando in quel preciso istante. È anche un dare senso a ciò accade, un essere presenti mentalmente nelle diverse azioni che svolgiamo nella vita, un aprirsi alla qualità del tempo e guardare le cose da un altro punto di vista.
Per gli antichi il futuro non è solo tempus futurum, cioè “tempo che sarà”, o destinato a essere grazie al suo legame con il passato. Esso è anche tempus reliquum, il “tempo che resta”. Forse questo sguardo sul futuro come tempo che rimane da vivere, da immaginare, da amare, può essere un balsamo efficace contro lo smarrimento del presente.
Ricordando però che la pienezza ricercata e desiderata resterà sempre “a venire”, come la rosa di Borges “il giovane fiore platonico, / l’ardente e cieca rosa che non canto, / la rosa irraggiungibile”.
Non posso chiudere questo articolo senza prima aver parlato del kairòs biblico, inteso come grazia divina, o dell’Eterno presente, espressione tipica della grande Mistica medievale.
Se l’antico mondo greco nell’Oracolo di Delfi considerava vertice della saggezza la conoscenza di sé: «Conosci te stesso!», a questa massima se ne potrebbe affiancare una seconda, simile e quasi complementare: «Conosci il kairòs!». Forse sarebbe meglio tradurre: “Riconosci il kairòs”, dal momento che si tratta di individuare, nello scorrere cronologico del tempo, inteso quale misura esterna e impersonale, la presenza del kairòs, ovvero la consapevolezza di un’occasione irrepetibile e provvidenziale (questo è anche il senso del vocabolo greco), che mi è offerta in ordine all’incontro e all’unione mistica con il Divino che è nel “fondo dell’anima” di ciascuno di noi.
«Nel krònos (il tempo) si manifesta il kairòs», sosteneva già Aristotele. Analogamente, nel krònos dei nostri giorni faticosi e sorprendenti, siamo invitati per necessità, se vogliamo salvare quel pezzo di Dio che è in noi, come ha scritto Etty Hillesum, a cogliere il kairòs, un evento di grazia, da non lasciarci assolutamente sfuggire, ma da vivere in pienezza.
Ma per noi credenti che cosa nasconde in realtà la parola kairòs? Si tratta di una parola chiave del messaggio racchiuso nelle pagine del Nuovo Testamento. È il Cristo in prima persona che ci invita a discernere “i segni del kairòs» (τὰ δὲ σημεῖα τῶν καιρῶν) (Matteo 16,3), polemizzando per di più con i suoi contemporanei, capaci, come oggi noi, di azzeccare le previsioni meteorologiche, ma incapaci di cogliere i messaggi del cielo. Luca (12,56) rincara la dose, dando ai suoi ascoltatori dell’ipocrita (termine che ricorre una buona dozzina di volte in Matteo e solo due volte nel terzo Vangelo!), perché non sanno «esplorare questo kairòs» E questa è la ragione che spinge Cristo a piangere su Gerusalemme, dal momento che «non ha riconosciuto il kairòs (τὸν καιρὸν) in cui è stata visitata» (Luca 19,44).
Il «kairòs di Cristo» è sempre «imminente» (cfr. Matteo 26.18 e Apocalisse 1,3; 22,10) o, meglio ancora, ogni istante del tempo messianico da lui inaugurato è un kairòs. Lo riconosce Gesù stesso quando afferma che il kairòs offerto ai discepoli «è sempre pronto» (Giovanni 7,6). Come a dire che ogni istante dell’era nuova che egli ha inaugurato sulla Croce donandoci il suo Spirito ci offre l’opportunità di vivere in pienezza la Grazia divina. «Ecco il kairòs favorevole, ecco il giorno della salvezza» (ἰδοὺ νῦν καιρὸς εὐπρόσδεκτος, ἰδοὺ νῦν ἡμέρα σωτηρίας), afferma san Paolo (2 Corinzi 6,2). Ciò spinge l’apostolo a invitare i suoi fedeli perché si rendano «consapevoli del kairòs» (Καὶ τοῦτο εἰδότες τὸν καιρόν) (Romani 13,11) e a esortarli perché «operino il bene, finché ne hanno l’opportunità, il kairòs» (ἄρα οὖν ὡς καιρὸν ἔχομεν), (Galati 6,10). Cogliere il kairòs è paragonabile al gesto di chi si reca con tempestività al mercato per acquistare una merce preziosa che potrebbe sfuggirgli irreparabilmente: «Osservate con attenzione la vostra condotta, che non sia da stolti ma da saggi, appropriandovi del kairòs, ἐξαγοραζόμενοι τὸν καιρόν), poiché i giorni sono cattivi» (Efesini 5,16; cfr. Colossesi 4,5).
I giorni sono cattivi (πονηραί)… In italiano “πονηριά” può voler dire malvagità, astuzia, furbizia, inganno.
Non siamo lontani dai tempi di San Paolo. Anzi…
31 dicembre 2022
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
EDITORIALI DI DON GIORGIO 2

Lascia un Commento

CAPTCHA
*