La Croce, il Chiodo e la spettacolarizzazione
Partiamo dal Chiodo, venerato nel Duomo di Milano da tempi antichissimi, perché ritenuto uno dei chiodi che avrebbero trafitto i piedi o le mani del Cristo crocifisso.
Credo che, con tutta la buona fede di questo mondo, sia del tutto inverosimile che sia rimasto qualcosa, e del legno della croce, e degli strumenti usati dai romani per la crocifissione del Figlio di Dio. In ogni caso, la venerazione va al di là di ciò che si presume sia una reliquia attinente a Cristo o ai suoi santi. La fede supera la mitologia e la stessa realtà. la realtà. Si dice che Il Curato d’Ars venerasse una santa che non è mai esistita. La fede! Quale potenza può avere! Con un granello di fede pura, ha detto Gesù Cristo, si possono spostare le montagne. Ma le montagne, purtroppo, si spostano sì, ma per cadere su di noi, schiacciandoci sotto il loro peso, a causa della nostra poca o pochissima fede.
Tuttavia, stiamo attenti: c’è il pericolo di cadere nel culto di latria o, in altre parole, nell’idolatria. Il popolo si lascia sedurre facilmente dagli oggetti, e su di loro carica tutte le attese e speranze: e noi preti dovremmo saperlo, e perciò sentirci in dovere di educarlo ad una fede più matura.
Interessante, per non dire grottesca, la storia dei chiodi della Croce di Cristo. Siccome il numero non quadra, allora si fa di tutto per trovare ogni chiodo che ha interessato la croce di Gesù. Quelli riguardanti il suo corpo dovrebbero essere tre: uno per i piedi (sovrapposti) e gli altri due riguardanti le due mani o, meglio, i polsi. Siccome i chiodi in giro per il mondo sono di più, allora ecco il chiodo del cartello sopra il capo di Gesù, i chiodi per tenere insieme i due pali ecc. ecc. Chi è stato a trovare questi chiodi? L’imperatrice Elena che poi li ha regalati in parte al figlio Costantino, il quale ha pensato bene di usarli come talismani per le sue imprese belliche: uno l’ha inserito nel suo elmo, un altro lo fece modellare a forma di morso del cavallo onde essere protetto nei tanti pericoli delle battaglie. Così trasformati, i chiodi, passarono ai successivi imperatori, fino a Teodosio, che donò quello inserito nel morso del cavallo all’arcivescovo di Milano, S. Ambrogio, in seguito al perdono che egli concesse per la strage di Tessalonica, in cui perirono 6000 cristiani.
Il santo chiodo si trova ora nel Duomo di Milano, in un reliquiario a forma di croce posto alla sommità dell’abside. Una volta all’anno, in occasione della festa della S. Croce, l’arcivescovo, per esporlo alla venerazione dei fedeli, sale a prenderlo con una particolare carrucola a forma di nuvola, ora elettrificata, e risalente al 1500 (la famosa “Nivula” di San Carlo). Uno dei chiodi venne donato alla Basilica di S. Croce in Roma, dove è tuttora conservato. Un altro, forgiato a forma di cerchio, si dice che sia stato inserito nella celebre Corona Ferrea conservata nel Duomo di Monza, corona che è servita, lungo i secoli, per incoronare imperatori e re. Non deve poi meravigliare il fatto che diverse chiese venerino un chiodo, per soddisfare la pietà dei fedeli. Si sa che furono limati i vari chiodi, specialmente quello che è a Roma e che, proprio per questo, non ha più la punta. La limatura veniva poi inserita in altri chiodi, fatti alla foggia di quelli veri, che in tal modo si sono moltiplicati.
Non so se tutto quanto vi ho descritto (e non ho detto tutto) corrisponda alla verità, o se sia frutto anche di leggende: fatto sta che in ogni chiesa c’è un pezzetto del legno della croce, e in molte di esse ci sono anche i santi chiodi. Giudicate voi.
Ciò che vorrei dire è una cosa semplice: lasciando stare il passato, come si può ancora oggi proporre alla gente la venerazione di un chiodo della passione di Cristo? E il guaio è che, attorno a questo sacro Chiodo, si è costruito la sera dell’8 maggio scorso uno spettacolo che di quel sacro mistico che è legato al Mistero divino ha avuto ben poco. Lasciamo stare l’aspetto culturale o artistico della serata, ciò che contesto è quel volere cercare un consenso popolare sfruttando un Evento che vuole ben altro per essere contemplato. Una fede profonda!
L’evangelista Luca, narrando gli ultimi istanti della passione di Cristo, scrive: «Tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto» (Lc 23,48). Non penso che si saranno messi a gridare o a cantare, e tanto meno a battere le mani. Qualcuno magari avrà commentato, qualche altro avrà scosso la testa. Ma son chiare le parole di Luca: “battendosi il petto”.
Uno spettacolo dunque di commozione! Il popolo avrà capito?
Come possiamo far capire alla gente di oggi che il Mistero della Croce va oltre le nostre povere parole umane, scava dentro di noi, là dove l’umano e il divino si fanno un tutt’uno, nel silenzio più profondo?
No, noi cerchiamo il consenso della gente, organizziamo manifestazioni di massa, compromettendo così quel Mistero divino che non ha bisogno di spettacolarizzazioni, di chissà quale valore artistico, pur bello e fascinoso, ma che stona quando prevale la bravura o la ricerca del bello fine a se stesso.
Dobbiamo riprendere quella Mistica che, neppure compresa dalla gerarchia ecclesiastica, che l’ha sempre ostacolata e repressa, potrebbe essere la via della salvezza del mondo d’oggi.
Caro Scola, la tua pastorale è ben lontana: prima o poi capirai che l’uomo moderno, e nemmeno quello milanese, non ha bisogno del sensazionale, ma di quella essenzialità, che resta tuttora così nascosta e talora repressa dal gigantesco ingranaggio di una religione che, nel migliore dei casi, sta girando a vuoto, e che, nel peggiore, sta macinando speranze e lo stesso desiderio d’Infinito, che è la realtà del nostro essere.
11 maggio 2014
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