Il senso dello Stato tra i credenti
La domanda riguarda la Chiesa nel suo insieme: nei suoi organismi, nei suoi ministri e nelle singole comunità cristiane.
Che peso ha, all’interno della Chiesa, la legalità intesa come rispetto delle leggi dello Stato, nel campo fiscale ed economico?
Non parlo, qui, del rispetto delle leggi dello Stato che riguardano l’etica o la bioetica. Sappiamo che la Chiesa ha ben altre vedute, e che finora ha fatto di tutto per bloccare “aperture troppo azzardate” ai cosiddetti diritti civili. La Chiesa si è fatto proprio, nella sua integralità, l’essere umano, e lo vuole gestire riservandosene ogni diritto. E, quando può per quanto può, ricatta lo Stato. Lo sappiamo come.
Non sfuggiamo alla domanda, che è semplice e molto concreta: la Chiesa, nel suo insieme, allo Stato di cui fa parte paga le tasse a prescindere? Oppure trova mille ragioni e mille giustificazioni per evadere? I privilegi, ottenuti con i soliti mezzi machiavellici, come si conciliano con la legalità civile?
Non vorrei scendere nei particolari, e chiedere ai parroci fino a che punto sono onesti per quanto riguarda le tasse o le fatture per lavori o per acquisti. Quanto in regola e quanto in nero? Quanto viene coperto in nome del no-profit?
Ma la mia è una semplice constatazione, che suscita un’ulteriore domanda. Constatazione: non credo di ricordarmi un solo intervento del mio vescovo, anche nel passato, che toccava il dovere di pagare le tasse. Senz’altro qualche accenno ci sarà stato nei vari documenti, ma, ripeto, non ricordo un esplicito intervento sulla legalità da rispettare da parte del clero milanese.
Ecco la domanda: forse che si presuppone che i preti diocesani siano sempre onesti e che non abbiano perciò bisogno di qualche richiamo? Non metterei la mano sul fuoco, anzi sono sicuro che nessuno di noi andrebbe in paradiso, se Dio ci giudicasse sulla giustizia fiscale.
E poi, la legalità non dovrebbe essere un tema ricorrente anche nei Consigli pastorali e nei Consigli Affari economici? L’unica preoccupazione sembra riguardare le casse parrocchiali perché non scendano in rosso, sorvolando sulla liceità dei mezzi che si usano per aumentare le entrate.
Lo so: ciò che per me prete di parrocchia rappresentava la bestia nera era il pagamento dell’Iva, che tuttora ritengo eccessiva, oltre misura. Da tempo sostengo che se l’Iva fosse più accessibile, tutti o quasi pagherebbero le fatture. Siccome non tutti sono onesti, allora lo Stato fa pagare agli onesti ciò che i disonesti non pagano. Ma perché io onesto dovrei pagare anche per i disonesti? La tentazione c’è di usare un metodo personale di legalità.
Ciò che, tuttavia, non condivido, e lo dico ora con maggior ragione, è l’insinuarsi di quel pensiero di fondo che può minare il rapporto che ci deve essere tra le istituzioni ecclesiastiche e le istituzioni statali, con il rischio di trovare alibi o giustificazioni anche canoniche per sottrarsi agli obblighi civili in nome di una pseudo-autonomia di fede, che viene sempre a galla ogniqualvolta si presenta il pericolo che a smenarci sia il monopolio cattolico. Qui il discorso si farebbe lungo e complesso. In una parola: noi credenti perché ci sentiamo anzitutto credenti, e poi cittadini? La Chiesa stessa ci ha istillato questa idea. E che cosa è successo? È successo che ora, venuta meno la fede cristiana, è rimasto ben poco del senso civile. I privilegi secolari della Chiesa sono diventati l’alibi di un intero popolo per sentirsi esente da ogni dovere verso la Stato, ritenuto prima come l’antagonista del regno di Dio su questa terra, e ora un insieme di ladri da cui difendersi.
Qual è il discorso principale tra la nostra brava gente? Tasse, e nient’altro che tasse da pagare. Tutto qui. E si trovano tutte le scuse per non pagarle. La Chiesa, anche senza volerlo, ha contribuito a togliere al cittadino il rispetto per lo Stato. E non si è accorta che, facendo così, si è tirata la zappa sui piedi. Oggi ci troviamo una nazione senza fede e senza senso dello Stato. Né credenti né cittadini.
15 giugno 2014
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