EDITORIALE
di don Giorgio De Capitani
Tra vita e morte, morte e vita
C’è sempre qualcosa che distingue una morte da un’altra: l’età (la morte di un bambino colpisce più della morte di un adulto), oppure il sesso (lo stupro e la pedofilia, ad esempio), oppure l’odio razziale o politico (la guerra), oppure la razza o la casta (quando la violenza è opera di un extra comunitario o di un prete o di un politico).
Ci sono morti che passano inosservate, perché fanno parte della vita quotidiana, e le giustifichiamo parlando di fatalità, oppure di effetti collaterali. Per un motivo o per l’altro, da che mondo è mondo la morte fa stragi di innocenti, e anche la parola innocente colpisce, distinguendo. Ma chi sono gli innocenti?
La vita stessa, anche nella sua più assoluta normalità, non è forse una morte? Normalità! Una parola che fa paura, appena pensiamo al modo con cui viviamo, o siamo costretti a vivere. Si muore ogni giorno, senza saperlo. Sì, senza saperlo, perché la società fa di tutto per toglierci il “pensiero”. Pensiamo poco alla vita, preoccupati di sopravvivere. Quando siamo nel vigore della giovinezza, non pensiamo a come viviamo, drogandoci di ebbrezze soporifere o droganti. Man mano l’età passa, si cerca di sopravvivere, magari nel peggiore dei morti: vegetando, nell’apatia, trascinando i piedi stanchi verso un domani incerto. Da un momento all’altro, può arrivare il colpo finale.
Che vita è mai questa? Almeno, ce lo chiediamo? Magari sì, quando una crisi mette a rischio le nostre sicurezze, o quel mondo di superfluo che ci siamo costruiti, anche solo sognando l’impossibile (il sogno va oltre il reale), e di colpo la vita sembra spegnersi sotto i riflettori esauriti.
Giusto e sacrosanto scandalizzarsi per la pedofilia e l’omofobia, lottare per i diritti dei piccoli e per un posto di lavoro, ma mi chiedo quale sia l’idea che ci siamo fatti della Democrazia, quale sia il nostro concetto di Fede. Mi chiedo se la società attuale aiuti a morire bene. Sì, a morire bene. Non sono convinto che interessi molto all’uomo tecnologico la morte, anzi la tecnologia sembra complicarci la vita, spegnendo la nostra mente; e questo non è già una morte?
Moriamo tutti i giorni, e si parla di vita! Quale vita? Quella predicata da una Chiesa che è preoccupata di far nascere oltre il lecito e di prolungare la vita oltre il dovuto? Una società che si scandalizza, giustamente, per la violenza sui piccoli e sulle donne, ma non si scandalizza per le stragi sul lavoro o sulle strade, o per le droghe o per l’indifferenza del nostro piccolo mondo borghese, per la solitudine finale di anziani alla deriva, quale futuro ci offre?
Se Israele o Hamas uccide un bambino, tutti a commuoverci, ma quanti si commuovono per le stragi continue di popolazioni affamate? Siamo inquinati ogni giorno da ditte che fabbricano morte, e quanti contestano? Quanti sono i morti per l’amianto o per i veleni di un mercato folle? Se un aereo è abbattuto da un missile, i giornali dedicano pagine intere, e dimenticano che sono più numerose le morti per disperazione.
Certo, il progresso ha i suoi inevitabili effetti collaterali. Gli imprevisti, questi sì, fanno un effetto diverso. Eppure la vita quotidiana è un continuo imprevisto. Un imprevisto che oramai è diventato normale, in una società che sta rendendo scontato lo stillicidio quotidiano, a cui è sottoposto il nostro essere umano.
20 luglio 2014
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