Omelie 2014 di don Giorgio: Settima Domenica dopo Pentecoste

27 luglio 2014: Settima dopo Pentecoste
Gs 4,1-9; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30
Mi soffermerò sul primo e sul terzo brano della Messa. Il primo fa parte del libro di Giosuè. Lo scritto sacro, che, nell’ordine canonico, viene subito dopo il libro del Deuteronomio, non è da attribuire a Giosuè in persona, ma risale a parecchi secoli dopo. Narra anzitutto la conquista della terra di Canaan da parte degli ebrei, sotto la guida di Giosuè, successore di Mosè, e poi racconta la ripartizione del territorio conquistato tra le dodici tribù d’Israele, e si conclude con la solenne assemblea di Sichem, nel centro della terra promessa, ove tutto il popolo rinnova ufficialmente la sua alleanza con Signore. Da quel momento inizia la vera storia di Israele.
Adesso potete capire l’importanza del brano della Messa. Dio vuole che il popolo eletto, in futuro, non dovrà mai dimenticare ciò che è successo, quando il Signore è intervenuto nel momento in cui le tribù d’Israele hanno attraversato il fiume Giordano: è stato il primo passo verso la conquista della terra promessa.
Appena varcata la frontiera naturale della terra di Canaan e, appena messo piede nella futura patria, il popolo d’Israele deve compiere un gesto commemorativo. I rappresentanti delle dodici tribù erigono un monumento che ricordi nei secoli l’evento miracoloso del passaggio del fiume Giordano, quando le acque “si divisero dinanzi all’arca dell’alleanza del Signore”. Dodici massi, presi dal letto del fiume, vengono eretti come memoriale solenne al di là del Giordano. Dodici pietre, dunque, perché dodici erano le tribù d’Israele. Ogni tribù la sua pietra come ricordo. L’ultimo versetto del brano parla anche di altre dodici pietre che Giosuè ha eretto nell’alveo del fiume, come ricordo del passaggio dei sacerdoti che avevano trasportato l’arca dell’alleanza.
In tutta la Bibbia è presente il dovere del ricordo o della commemorazione. I profeti, tra l’altro, avevano anche questa missione: quella di invitare il popolo eletto a ricordare gli eventi strepitosi del passato, quando il Signore era intervenuto per salvarlo dai nemici. Ma anche gli ebrei avevano una memoria corta: dimenticavano facilmente.
Anche noi ci chiediamo che senso possano avere le ricorrenze commemorative. Anche noi abbiamo la memoria corta. Perciò abbiamo bisogno di ricordare. Forse oggi c’è un’inflazione di monumenti, di statue, di celebrazioni degli eventi del passato. Ogni giorno c’è qualcosa da ricordare. E ciò produce abitudine, assuefazione e indifferenza. I soliti discorsi, le solite parole, e tutto finisce in gloria: in un rinfresco o banchetto.
I ricordi non dovrebbero fermarsi a qualche notizia curiosa sul tal personaggio o sul tal evento. Se è vero che la storia è maestra di vita, allora il passato non può cadere nel dimenticatoio o in una celebrazione rituale. Quest’anno, 2014, si ricorda l’inizio della prima guerra mondiale. Qualcuno ne ha parlato. C’è stato anche un grande concerto al sacrario militare del Redipuglia, con il Requiem di Verdi, trasmesso su Rai3. Il Presidente Napolitano è più volte intervenuto. Ma a che pro? Quanti italiani si sono accorti?
Vogliamo che l’uomo si ricordi delle tragedie, perché queste diventino un monito per il futuro. Sono rimasti alcuni segni visibili dei campi di concentramento dell’ultima guerra mondiale. Chi va a visitarli rimane profondamente colpito. Ma per quanto tempo? L’uomo continua la sua pazzia, come prima, anzi peggio di prima.
Tutti i giorni, anche nel nostro piccolo, vediamo segni di ciò che l’uomo ha fatto nel passato. Pensate a certi scempi ambientali. Eppure, si continua come prima: a distruggere il creato, facendoci credere che tutto sia per il bene nostro o dell’umanità. Assistiamo, e facciamo finta di nulla. L’uomo preferisce vedere, senza guardare.
Sapete che nella nostra lingua il verbo vedere di per sé non è sinonimo di guardare.  C’è una differenza tra vedere e guardare. Vedere è legato, nel proprio significato primario, alla percezione del mondo esterno attraverso la vista, mentre guardare si riferisce all’atto di rivolgere lo sguardo verso qualcosa o qualcuno, con più o meno attenzione o benevolenza. Guadare contiene la parola guardia. Dovremmo perciò dare più importanza al nostro guardare, e non limitarsi semplicemente al vedere le cose.
Dio ha messo in ogni cosa un segno della sua divinità. L’uomo, purtroppo, ha lasciato nella storia i segni della propria prepotenza. Una volta si diceva: scuola di catechesi. Sì, la catechesi è una scuola che insegna a scoprire i segni di Dio. La storia è anche una materia scolastica. Ma quale importanza si dà a tale materia? Dobbiamo ricordare non solo le date, ma gli eventi, certamente anche quelli positivi, ma sempre in vista di un insegnamento.
Passiamo al brano del Vangelo: Gesù ci parla di una porta stretta che dobbiamo attraversare, se vogliamo entrare nel nuovo regno di Dio. L’evangelista Luca immagina Cristo sempre in viaggio verso Gerusalemme. Nel terzo Vangelo, infatti, troviamo diverse volte l’espressione: “mentre era in cammino verso Gerusalemme”. E lungo la strada succede un po’ di tutto: Gesù incontra le folle, parla con i discepoli, risponde alle domande della gente. Questa volta è un tale che gli chiede: “Signore, sono pochi quelli che si salvano?”. Una domanda lecita, che anche oggi ci poniamo. Quanti sono i giusti, gli onesti? C’è ancora tanta brava gente? Tra gli stessi credenti quanti conoscono sul serio Cristo e lo seguono senza cercare scorciatoie?
Di fronte ad una difficoltà, troviamo sempre il modo per non affrontarla, cercando una soluzione o una strada più comoda. Oggi si fa di tutto per rendere la vita più facile alla gente. Si asfaltano le strade, si concedono condoni, si chiude un occhio anche su illeciti. La gente non vuole più sentir parlare di sacrifici. Ogni sacrificio viene visto come una diminuzione di un presunto diritto. Notate l’aggettivo “presunto”. Ogni porta stretta è un diritto in meno, così si pensa. I diritti richiedono strade larghe. Se le strade si restringono, allora si va in piazza. Bisogna correre, avere la possibilità di sorpassare coloro che vanno troppo piano. Le strade devono avere tre o quattro corsie.
Bisogna concedere tutto. A iniziare dai propri figli. Bisogna allargare le strade, togliere ogni minimo paletto. Dovere: parola oggi dura da digerire.
Gesù aggiunge poi una parabola, allargando il discorso. Dalla porta stretta passa alla porta che introduce al regno di Dio. Non tutti coloro che busseranno, troveranno accoglienza. Alcuni rimarranno fuori. Perché il padrone di casa non apre? Dio non è misericordioso con tutti? Ciò che colpisce è la risposta: “Non so di dove siete?”. Come? Noi ti conosciamo, veniamo tutte le domeniche a Messa, ascoltiamo la tua parola, partecipiamo alla vita della Chiesa, ti difendiamo dagli attacchi degli anticlericali, e dici: “Voi non so di dove siete”. E aggiungi: “Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”. Ma questo è il colmo. Proprio noi, credenti, trattati come criminali?
Ma c’è di più: Cristo non si ferma. “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. In altre parole: il vostro posto sarà preso dagli stranieri, da coloro che finora sono stati da voi esclusi. Credevate di essere i padroni assoluti, e ora sarete chiusi fuori.
A noi piace sentire parole come misericordia, accoglienza, bontà, perdono. Bisognerebbe intenderci sulle parole, e non equivocarci sopra. Che cosa s’intende per misericordia di Dio? Forse che il Signore è sempre pronto a chiudere un occhio sulle nostre mancanze? Ma qual è il peccato più grave di fronte a Dio?
Dio perdona tutte le nostre infedeltà, ma non permette che noi facciamo del suo regno ciò che vogliamo noi. In altre parole: il peccato più grave è chiudere il regno di Dio tra quattro mura, bloccarlo mettendo serrature sulle sue porte, tenendo noi le chiavi per entrare e per uscire. Ma Dio non la pensa così. Tutti possono entrare nel suo regno, far parte dell’Umanità. Ma non sta a noi fissare le condizioni, a noi spetta osservare le condizioni di quel Dio che è padre universale, che non vuole essere una zona riservata a pochi eletti.
Dio ci invita a cambiare il nostro modo di vedere la fede. Dobbiamo uscire dal nostro punto di vista: dobbiamo partire dal regno di Dio, e chiederci: che cos’è? come posso entrarci? Invece sembra che la nostra preoccupazione sia: perché anche quelli possono farvi parte? Non è giusto! Ma tocca a te stabilire ciò che è giusto e ciò che non è giusto davanti a Dio?

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