![Sartirana_cardinale_Ravasi_005[1]](http://www.dongiorgio.it/wp-content/uploads/2014/12/Sartirana_cardinale_Ravasi_0051.jpg)
di don Giorgio De Capitani
Eccolo, puntuale, girare nelle parrocchie meratesi
per il solito show:
parlo del cardinal Ravasi che, ogni anno,
in questo periodo natalizio,
corre dove lo invitano – tutto già programmato! –,
ovvero là dove la gente è prona a incensarlo:
ora devoto di Francesco,
ieri di Carlo Maria Martini.
Angelo Scola non fa per lui:
il cardinale ciellino non è un personaggio che tira la volata
al cardinale brianzolo, specialista fai da te della Bibbia più ortodossa.
Nessuno mette in dubbio la memoria “alla Pico della Mirandola” di Ravasi
– una prova sono le continue citazioni accademiche di autori famosi,
che egli mette come prezzemolo in ogni omelia –
ma per il resto, nel campo esegetico, non è senz’altro il più avanzato,
anche perché sua eminenza vive con piacere di rendita dei studi giovanili,
che egli ritiene oramai insuperabili, tanto da confessare:
“Dopo di me l’esegesi biblica non avrà più nulla di nuovo da dire!”.
Beato te, che ti pavoneggi nella tua sgargiante porpora,
accarezzata dal dolce soffio dello spirito celestiale.
Fa piacere, comunque, che almeno una volta l’anno
il cardinale “tutto sapere” venga tra le nostre povere terre,
abbruttite dall’analfabetismo leghista,
a risvegliare le coscienze assopite,
elevandole al di sopra dei campi aridi di Parola vivente.
Almeno uno che ci dica che non siamo fatti solo di tubo digerente,
ma che anzitutto “siamo”, al di sopra dell’insaziabile “avere”.
Peccato che lui ci tenga molto alla carriera,
e che perciò non ami il rischio:
non vuole compromettersi nel campo socio-politico,
e nemmeno nel campo ecclesiastico,
tra un dire e un non dire,
con la solita ben ponderata tattica risolutoria di ogni problema.
Fa certo onore alla nostra Brianza
un figlio che è arrivato a tanto!
Ma poi per chi rimane in questa terra tanto terra,
le cose si fanno dure, lasciandosi magari contaminare
dalla gente che tira così giù in basso che è un piacere.
Ogni tanto a sentire un’aria fresca delle alte vette
sembra di uscire dal solito clima pastorale delle nostre zone,
che sono belle soprattutto quando si fa festa, e ancora festa.
La ferialità, caro Ravasi, è il nostro peso quotidiano,
eppure sta qui, nella normalità del nostro mai demordere,
la forza del nostro sperare.
Tu poi andrai a Roma, e noi resteremo.
E qui, nella nostra terra tanto terra,
ci giochiamo la vita, e anche la nostra fede,
senza badare al colore delle nostre mutande
e senza soppesare le nostre ardenti parole.
A noi, preti badilanti, non interessa la carriera:
interessa (“i care”) il vivere esistenziale della nostra gente:
caparbia sì questa nostra gente,
ma anche assetata di una sostanziosa parola “altra”:
“altra” dalla banalità di parole parlate,
e “altra” da una parola gonfia di sapere.
buon anno a tutti
Io penso che è la grande superbia ad aver perso la Chiesa, la verità, devi inchinarti per raccoglierla, più ti innalzi e più te ne allontani.
Dio si nasconde tra gli stracci, e non certo tra gli ori dei potenti.
Infatti, totalmente d’accordo. Continuo a non capire cosa ci sia della “radicalità” predicata da QUALCUNO (che continuano però a voler trasmetterci, perché loro la vivono pienamente, ovvio, ci mancherebbe) che invitava ad esser servi, umili ed ultimi, in facce “pacioccose”, colli taurini, dita inanellate da non so cosa, polsini “gemellati”, come diceva Giovanni, e abbigliamenti in “faraonica” pompa magna. Sono quasi 2000 anni che continua a sfuggirmi qualcosa, cavolo!!! Tempo fa, però, ricordo che qualche “esimio politico” di questa “esimia seconda/terza repubblica” definì i giovani nostrani “mammoni”: in questo caso, col suo permesso, s’intende, vorrei fare mio quell’attributo sostituendone, però, la “i” finale con una “a”. Non sarà mica per questo che c’è poca “mistica sinergia” con la “radicalità” di cui sopra???
L’unico mio commento è che esistono parole “parlate” ed esistono parole “parlanti”: queste ultime sono le uniche efficaci. Possono venire da un Cardinale o da un parroco di campagna, non importa: tutti dovremmo essere impegnati a pronunciare parole “parlanti” che comunichino al cuore delle persone orientandole al Vangelo
Ho l’impressione che sua eminenza il cardinal Ravasi, non rappresenti un’eccezione tra i principi della chiesa, ma sia piuttosto in buona compagnia, considerata la diffusa mancanza di qualità, che non risparmia neanche personaggi che vanno per la maggiore. Del resto, la storia ci insegna che il titolo di cardinale è essenzialmente onorifico e, pur contemplando il privilegio di sedere in conclave, non ha nulla a che vedere col sacerdozio e gli studi teologici necessari per accedervi. Infatti, almeno in teoria, anche un laico potrebbe essere nominato cardinale. Se non sbaglio perfino Cesare Borgia, era stato fatto cardinale da suo padre, papa Alessandro VI, e cardinali erano pure Richelieu e Mazzarino che, di fatto, tennero in pugno il governo della Francia tra il XVI e il XVII secolo. Erano ambedue laici, ambedue privi di scrupoli e con un profilo morale a dir poco discutibile, anzi, il secondo fu addirittura l’amante ufficiale della regina Anna d’Austria, affiancandola come un vero e proprio monarca nel ruolo di reggente fino all’ascesa al trono del figlio Luigi XIV.
Chissà perché, ma a pelle non mi piacciono i cardinali che portano i “gemelli” ai polsini delle camicie ( vedi foto)
Acuta osservazione. I gemelli hanno molto poco di francescano e certo, vederli ai polsi ai lati di un calice alzato…fanno quasi venire i brividi.
E’ tipica del cattolicesimo questa realtà formale, fatta di gerarchie e di forme, di riti ed anche di appariscenza.
Non conosco bene Ravasi, ma sicuramente fa parte di quella curia, che poi si è volta anche ad attività inerenti a determinati studi..
Non spetta a me decidere se Martini sia stato esegeta e biblista migliore di Ravasi, o viceversa, quel che si coglie è sopratutto talora una divisione, se non una vera e propria antinomia tra chiesa dei fedeli e struttura.
Ma non solo, o non tanto, perchè l’una sostenga determinate cose e l”altra no, ma proprio per il diverso profilo e l’attività delle due realtà.
L’una, quella di chi sta direttamente a contatto con i fedeli, ne coglie i timori esistenziali, l’ansia del vivere quotidiano, sopratutto di questi tempi, l’altra, pur provenendo da coloro che furono semplici sacerdoti, pare invece più simile ad una turris eburnea, un po’ ripiegata su se stessa.
E l’occasionale apparire di qualche eminenza tra la popolazione dei fedeli, sembra più spesso simile ad uno show che ad altro.
Ma, appunto, la chiesa è in gran arte forma, e la forma ama le proprie appariscenze.
Certamente il cardinal Ravasi è tra i maggiori biblisti viventi, non c’è dubbio: chi lo negasse non sarebbe intellettualmente onesto. Probabilmente ci sono esegeti più aggiornati di lui (…comincia ad avere la sua età!), o forse anche più bravi.
Però, ce ne fossero di Ravasi in giro!
Altro è invece il suo atteggiamento autocompiaciuto ed evidentemente autopromozionale che dimostra ad ogni conferenza, ed anche nei suoi libri.
Molti esegeti potrebbero fare sfoggio di lingue antiche, e nei loro libri non lo fanno. Visto che è stato nominato il Cardinal Martini, suo professore di critica testuale neotestamentaria, ecco appunto un modo di porsi totalmente diverso: non solo sfoggi di ebraico, aramaico, copto, siriaco, arabo e lingue semitiche (lingue che tra l’altro conosceva quanto Gianfranco, credo), ma pure tanta semplicità ed umiltà. E consideriamo che lo spessore complessivo del porporato di Milano, riconosciuto a livello internazionale, era ben altro.
Insomma, non era tipo da mettersi tanto in mostra.