Omelie 2012 di don Giorgio: I^ dopo il Martirio di S. Giovanni il Precursore

2 settembre 2012: Prima domenica dopo il Martirio di san Giovanni

Certo che i profeti dell’Antico Testamento non scherzavano, non avevano peli sulla lingua: pane al pane e vino al vino. Si sentivano investiti di una missione del tutto speciale: annunciare una Parola, quella di Dio, il cui unico scopo era il bene del popolo eletto e il bene dell’umanità. Questi uomini eccezionali – eccezionali per la qualità della loro missione – non temevano le ire del potere e nemmeno le reazioni talora violente del popolo, soggetto al potere. Si sentivano tra due fuochi: il fuoco di un Dio che non accettava le infedeltà alla sua alleanza e il fuoco di un popolo irascibile, facilmente portato a tradire Dio.
Questo era il dramma dei profeti di Dio. Questa era la loro solitudine. Dio pretendeva di essere obbedito, e il popolo si ribellava. E i profeti erano gli intermediari. Scomodi. Incompresi. Pressati da Dio e rifiutati dalla gente.
I profeti erano sì uomini di Dio, ma di un Dio già incarnato nella storia umana. Prima della incarnazione del Figlio di Dio, in Gesù, Dio si era incarnato nella storia attraverso la sua parola. E Dio parlava attraverso i suoi profeti.
La parola profeta non va intesa nel senso: colui che parla “prima” che qualcosa avvenga, bensì nel senso: colui che parla “per conto di un altro”. Quasi un portavoce. Un portavoce comunque non da intendere in senso meccanico: non erano dei megafoni. Ogni profeta aveva una propria personalità, una propria storia, una propria cultura, viveva in un determinato contesto anche ambientale, aveva un proprio stile comunicativo. C’erano profeti che sapevano unire storia e poesia, lasciandoci grandi capolavori letterari. 
Abraham Joshua Heschel, rabbino e filosofo polacco, morto nel 1972, ha scritto numerose opere, tra cui una riguardante i profeti e il loro messaggio. È stata scritta nel 1936, non per questo è superata. Anzi. Vi troviamo già i concetti di “pathos divino” e “simpatia profetica”. Ciò che il profeta ispirato partecipa al popolo eletto nasce dal “pathos divino” per Israele. Che significa “pathos” divino? È il sentimento o i sentimenti che Dio ha verso il suo popolo, il popolo da lui eletto a trasmettere al mondo intero il suo grande messaggio. Le parole profetiche esprimono questo “sentimento” di Dio. Già dire pathos o sentimento profondo rende Dio vicino a noi: quasi un padre ricco di grande umanità. Ecco perché nelle parole dei profeti cogliamo ora l'ira e la delusione di Dio, ora l'amore e la benevolenza; in una parola: il “pathos” che muove Dio alla sollecitudine per il suo popolo. Il profeta sperimenta lo stesso patire di Dio per l’umanità. Sa trasmettere i sentimenti di Dio perché li sperimenta sulla propria pelle. Il profeta si fa tutt’uno con il pathos di Dio. La parola “simpatia” profetica significa proprio questo: “simpatia” deriva dal greco e vuol dire “patire insieme”. E la simpatia più interiore diventa empatia: soffrire dentro. Il profeta, in altre parole, non è recipiente vuoto e inanimato del messaggio rivelato, messaggero anonimo, bensì l'uomo della simpatia col “pathos di Dio”. Attraverso il concetto di “pathos divino”, Heschel polemizza esplicitamente con la tradizione filosofica di origine greca che affermava l'assoluta impassibilità divina e manifesta una costante della sua riflessione: la coscienza della radicale differenza tra il “Dio dei filosofi” e il “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”.
Ciò che caratterizza il profeta è dunque, come ha incisivamente affermato A. J. Heschel, «la cognizione profonda del presente pathos di Dio»: in parole povere, il profeta trasmette all'umanità ciò che non sarebbe possibile ascoltare direttamente. Così, di volta in volta, il profeta esprime la condanna per i nemici di Israele, la consolazione per il popolo eletto, la speranza del futuro riscatto dopo la caduta, il rimprovero per le infedeltà di Israele all'alleanza e così via.
Quante riflessioni, anche concrete, potremmo fare. A iniziare dalla nostra società, e da noi stessi. L’occidente – lo dice la stessa parola – sembra il tramonto dei sentimenti più profondi dell’umanità. Noi siamo razionali, freddi, calcolatori. Ci crediamo obiettivi per il fatto che, quando narriamo degli eventi, siamo staccati, non partecipiamo a ciò che succede. Temiamo di essere coinvolti. Fa niente se poi li narriamo a modo nostro, con poca professionalità e correttezza. E succede che mai come oggi siamo sommersi da mass media menzogneri. Quando comunichiamo i fatti con passionalità, ovvero con pathos, con sentimento umano, ci accusano di essere faziosi.
Il profeta, anche oggi, deve essere la coscienza di un Dio che si è incarnato nella storia umana, e s’incarna ogni giorno nelle vicende dell’umanità. Occorre essere, come ha scritto Heschel, “la conoscenza profonda del presente pathos di Dio”. Non di un Dio filosofico o dottrinale, ma di un Dio che è compartecipe delle sorti dell’umanità. Mi chiedo se oggi la Chiesa viva il pathos di Dio, oppure se non è una roccaforte che fa di tutto per proteggersi da questo mondo.
Ho fatto questa lunga premessa sui profeti, per cogliere anche il senso del primo brano della Messa. Isaia, vissuto nell’ottavo secolo a. C., è stato uno tra i più grandi profeti dell’Antico Testamento. Ha svolto la sua missione in un periodo di forti tensioni sociali e politiche, durante le quali Israele era sotto la costante minaccia di un’invasione assira. Il peso politico datogli dal suo essere profeta lo rese un personaggio molto in vista nel suo tempo, e la sua vicinanza alla corte di Gerusalemme lo fa ritenere da alcuni appartenente ad una famiglia aristocratica. La sua attività politica e profetica fu costantemente impegnata a denunciare il degrado morale portato dalla prosperità del paese. Egli tentò di impedire ogni alleanza militare con altri paesi, indicando come unica strada la fiducia in Dio.
Ho parlato poco fa di “peso politico datogli dal suo essere profeta”: esatto, Isaia ha inciso anche politicamente come uomo di Dio. Politicamente, ovvero ha vissuto le vicende reali del suo tempo. Ecco che cosa significa “politicamente”. Ogni profeta, anche il più mistico, sente l’umanità sulla sua pelle. Anche i monaci o le monache non si estraniano dall’umanità: vivono segregati, ma per modo di dire. La fede è compartecipazione al pathos di Dio. Come puoi onorare Dio, fregandotene di quanto succede nel mondo?
Certo, è stato difficile per Isaia annunciare una parola talora dura di Dio, che minacciava castighi qualora il popolo non avesse ascoltato la sua voce. Ma l’ha fatto, senza guardare in faccia a nessuno. Ma nello stesso tempo apriva alla speranza. Anche qui, Dio minacciava, ma anche incoraggiava, consolava gli afflitti, invitava a credere in lui e nella forza del suo progetto. C’è il rischio di essere catastrofisti, di vedere tutto nero, di non credere più nel futuro, ma questo non è il messaggio di Dio.
Dio non dà credito ai potenti, non pone fiducia nelle ricchezze, e neppure nelle grosse organizzazioni, nei movimenti affaristici: proprio per questo il futuro è garantito. Con poco Dio realizza i suoi sogni. Un poco lo troveremo sempre. Così almeno si spera. I profeti, anche Isaia, parlavano di un “resto” che salverà il mondo. Il resto era quella minima parte di ciò che restava dopo una catastrofe o una deportazione in massa, e il resto era quel gruzzolo di fedelissimi che tornavano in patria a ricostruire ciò che i potenti avevano distrutto. Potete anche distruggere il mondo, ma “un resto” ci sarà sempre pronto a rifarlo.
Il “resto” sono anche gli scarti della società: quelli che la società non considera, non ritiene abbastanza colti, abbastanza scaltri, abbastanza furbi. Sugli scarti Dio ricostruisce. Gli scarti non sono le rovine, ma gli spiriti liberi che credono e crederanno sempre nella Storia di Dio. Più si è emarginati da una società alienante, e più si è liberi di credere nella storia dell’Umanità. Lo so che ci vogliono anche coloro che comandano, sia nella vita ecclesiale che nella vita civile, ma Dio sceglie sempre le minoranze. Davanti a Dio non conta chi vince, ma chi perde. Chi va al potere perde la fiducia di Dio, chi rimane all’opposizione avrà sempre la benedizione divina. Questo capita nella vita civile, e questo soprattutto nella Chiesa di Cristo. I profeti non saranno mai vincenti umanamente parlando. Ma solo loro che indicano la strada della Storia di Dio, che coincide con quella dell’Umanità nei suoi più autentici valori. 

2 Commenti

  1. renato panzeri ha detto:

    388Aun’altra omelia stupenda come sempre Don Giorgio, ascoltarla e’ un piacere oltre che una lezione di vita ogni domanica peccato siano pochi i preti come lei buona settimana

  2. Luciano ha detto:

    Grazie don Giorgio. E’ vero, la Pietra scartata dai costruttori è diventata Testata d’angolo. Grazie a Dio, l’Economia Evangelica dissente dall’economia umana. Dio non sceglie i potenti ma gli Umili. Buona Festa.