Vigevano, il don vende l’oratorio: «Nessuno lo frequenta. Il prezzo? Affare trattabile»

Oramai siamo al colmo della pazzia, anche se la pazzia o imbecillità è infinita come direbbe Albert Einstein. Tutto si vende, anche perché prima si è venduto Dio e il suo Figlio Unigenito, e la Chiesa istituzionale da millenni lo ha mercato sul mercato per quel dio denaro che ha ingrossato così tanto quel “grosso animale”, come direbbe Platone, che è ogni struttura di pelle, senz’anima.
Se i preti vendono chiese, oratori ecc. è perché la Curia tace, anche perché la stessa curia è al servizio del dio denaro. E la Curia non è un ente a se stante, non dovrebbe esserlo, se il buon Pastore sa saggiamente governare la sua Diocesi.
Una Diocesi, come quella milanese, che vende tutto, Case di Esercizi Spirituali (vedi Villa S. Cuore di Triuggio), l’ex seminario di Corso Venezia, Milano, e usa un criterio del tutto affaristico: una Casa adibita a Ritiri spirituali non funziona, non rende economicamente, è in passivo? La si chiuda e la si venda.
Ma c’è una cosa del tutto criminale: vendere ad esempio un oratorio, che è costato enormi sacrifici da parte di una comunità che oggi si vede defraudata da parte di un parroco demente che ragiona con la testa berlusconiana. Certo, gli ambienti parrocchiali oggi esigerebbero un lungo discorso, ma ciò che non si capisce è come mai, in questi momenti di forte crisi, si permette la costruzione di faraonici oratori, vedi quello di Lecco.
Per ora mi fermo qui.
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dal Corriere della sera

Vigevano, il don vende l’oratorio:

«Nessuno lo frequenta.

Il prezzo? Affare trattabile»

di Davide Maniaci
Lomellina, l’annuncio di don Giancarlo Vergano: Imu e lavori, troppo oneroso mantenerlo
Nessuno fa più gol nelle porte del centro ricreativo di Zeme, dedicato a padre Francesco Pianzola, uno dei due beati della Lomellina, zona rurale per eccellenza della provincia di Pavia. Pianzola, beatificato nel 2008, era il «prete delle mondine»: predicava tra i campi e le risaie e si faceva chiamare «don Niente», perché non aveva nulla né lo voleva.
Zeme ha mille abitanti. La strada principale, la statale 494, lo attraversa dividendolo in due. Lì, in via Amendola, c’è ancora l’enorme edificio che ospitava l’oratorio maschile. Tante stanze ormai vuote e poi l’ingresso del bar: serrande abbassate da tempo, vetrine impolverate. Dentro non c’è più nulla.
L’altro oratorio del paesino, che prima era solo femminile e ora accoglie ragazzi e ragazze, il «San Luigi», funziona ancora grazie a un gruppo di irriducibili. Il «Pianzola» invece è stato dismesso dopo la pandemia da Covid. Per questo motivo il parroco lo mette in vendita. «Oggi — spiega don Giancarlo Vergano, qui dal 2021, in quello che sembra davvero un annuncio immobiliare — l’edificio non è utilizzato ed è disponibile per la vendita. Di per sé, pur avendo bisogno di lavori di vario genere, offre diverse e molteplici possibilità: bar, tabaccheria, edicola, pizzeria e soprattutto tutta l’attività inerente il gioco del calcio con un campo e gli spogliatoi. Per la parrocchia e Zeme è stato per tantissimi anni un punto di aggregazione, sia per i giovani che per gli adulti. Era un centro di vita, ora purtroppo nessuno lo usa. Sembra incredibile — prosegue il sacerdote — ma un tempo, anche in un borgo piccolo come il nostro, i due oratori erano sempre affollati. Menomale che tanti volontari appassionati, a cui sono grato, permettono che funzioni bene quello rimasto. Di fatto, io sono lieto che almeno ce ne sia uno. Due erano diventati troppi».
Il bar, l’ultima struttura ad essere dismessa, ha avuto diversi gestori. Fa parte del complesso, l’ingresso è sulla statale. Si parcheggia, c’è passaggio, ma non è bastato a farlo funzionare. Con il Covid abbiamo chiuso la saracinesca.
Il parroco, per cercare di vendere l’oratorio, ha coinvolto due agenzie immobiliari della zona, e specifica: «Il prezzo è basso e anche trattabile». Del resto ormai questo enorme edificio pieno di stanze sgombre è un peso, e nessuno usa più il campo di calcetto sul retro. «Dobbiamo pagare l’Imu — conclude don Giancarlo — e provvedere alla manutenzione. Ormai le parrocchie, e lo dico con rammarico, meno possiedono e meglio è, perché le finanze sono all’osso».
Ammesso che qualcuno lo acquisti, perché poi bisogna investire denaro per un’importante ristrutturazione e capire come valorizzare un complesso immobiliare così grande e vetusto, questo centro ricreativo sfiorito in pochi anni è il simbolo di un territorio classificato come «area interna» (quindi depressa) dalla Regione, in via di spopolamento, che cerca faticosamente di resistere. Mentre il sole di agosto batte sull’asfalto rovente e in giro non c’è quasi un anima, guardare quelle vecchie mura trasmette davvero il senso di abbandono.

 

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