
da la Repubblica
Chi ha tradito l’infanzia di quei bambini
di Viola Ardone
13 AGOSTO 2025
A chi appartiene la vita di un bambino? Chi paga quando commette un crimine? Di chi è la colpa? È difficile trovare le risposte quando una donna appena uscita da un centro di solidarietà, in una Milano svuotata dalle ferie d’agosto, viene travolta da un’auto con quattro minorenni a bordo. Non ragazzi, non adolescenti: bambini. Nessuno di loro ha compiuto 14 anni. Nessuno di loro, secondo il nostro ordinamento, è imputabile perché non è ancora in grado di valutare compiutamente le conseguenze delle proprie azioni.
Cecilia De Astis, la donna investita, poteva essere mia madre, mia zia. Poteva essere lei a non tornare a casa, a rimanere sull’asfalto. Tra i bambini omicidi invece non poteva esserci mio figlio, perché ha tredici anni, più o meno come loro, ma vive nel guscio delle sicurezze borghesi in cui è cresciuto, degli affetti di cui è circondato, delle istituzioni scolastiche che lo hanno formato. È dotato di un’antenna, più o meno vigile, che gli suggerisce la differenza tra bene e male, tra buono e cattivo, può commettere errori, certo, ma non esiziali. Sa che rubare un’auto è un reato, così come mettersi alla sua guida col rischio di perderne il controllo e causare un incidente addirittura mortale. Conosce il valore della vita umana. I quattro bambini in fuga ripresi dalle telecamere invece no. Avranno forse pensato che era un gioco, un tentativo di emulazione dei più grandi, un modo per mettere in pratica discorsi sentiti da bocche adulte o per sperimentare le tecniche di furto apprese tramite l’osservazione. Un bambino è un campo da semina, bisogna avere cura a scegliere quello che vi si pianta.
I bambini sono bambini, d’accordo, però una donna è morta. Di chi è la colpa? C’è chi invoca le ruspe per abbattere i campi nomadi, luoghi di povertà, alienazione e degrado. Radere al suolo quelle vite periferiche che vorremmo sparissero dalla nostra vista e dall’orizzonte dei pensieri per restituirci al tepore delle nostre certezze e farci procedere sul rettilineo quotidiano dell’esistenza senza incidenti. Ma poi una macchina con alla guida un tredicenne irrompe sulle pagine di cronaca e siamo costretti a farci i conti con l’emarginazione, con la violenza di un contesto in cui i bambini restano soli, d’estate, nella città svuotata e credono sia un gioco, forse una gara di abilità, prendere una macchina, salirci sopra e andarsi a fare un giretto. Una sorta di rito di passaggio degradato che finisce in tragedia, una fiaba dell’orrore in cui Hänsel e Gretel non trovano la strega cattiva in mezzo al bosco ma dal bosco provengono e sono magari i nipotini della strega. Di chi è la colpa?
Certo, spianare con la ruspa un posto complicato e dolente come un campo nomade è più facile che entrarci, più semplice che creare un contatto tra chi ci abita e le istituzioni, i servizi sociali, la scuola. Conoscere invece è più difficile che abbattere, ma dà risultati più duraturi. Perché la povertà, il degrado, la marginalità non si cancellano, si spostano altrove, magari lontano dai nostri occhi, ma continuano a esistere. Come quei bambini dalle facce sporche e dai sorrisi brutali. Come l’infanzia abbandonata, ovunque essa si trovi.
Ho collaborato per alcuni anni con il minorile di Nisida in un progetto di lettura e scrittura organizzato dalla loro insegnante Maria Franco. Quando si parla di rivedere la giustizia minorile e di abbassare l’età minima di imputabilità bisognerebbe conoscere le storie, avere più dimestichezza con quelle vite, prima di fare proclami che somigliano più a slogan di propaganda che a proposte di soluzioni.
La giustizia minorile non è una debolezza, ma è il riconoscimento che l’infanzia non è solo un’età, ma una condizione da proteggere. E che ogni bambino, anche quello che sbaglia, ha diritto a essere salvato. I ragazzi e le ragazze che ho incontrato a Nisida portavano sulle loro spalle così giovani dei terribili reati di cui non avevano spesso compreso la gravità, erano nati in famiglie in cui il crimine non era la disavventura di un momento ma il pane quotidiano, e la vita, la propria e quella altrui, un gioco d’azzardo. Nisida li ha aiutati, li ha resi adulti, persone in grado di decidere per sé, di sbagliare o salvarsi. Gli ha acceso in testa quell’antenna capace di captare il segnale: buono/cattivo, giusto/sbagliato, e di decidere.
Qui in Brasile, da dove scrivo, ho avuto la possibilità di visitare l’Afa, associazione guidata da suor Filomena Rubrano al confine con l’Argentina e il Paraguay che si occupa dei bambini di ben otto favelas e che ogni giorno da venticinque anni prova a salvarli uno per uno e a dare aiuto alle famiglie. La povertà, il degrado, lo stato di abbandono di chi ci vive mi sono arrivati come uno sputo in faccia, se fossi stata credente come la mia coraggiosa ospite avrei pregato Dio di salvarli, di salvarci tutti. Da atea ho pregato l’umanità di essere più solidale, meno feroce.
Cecilia De Astis merita giustizia, ma la giustizia non è vendetta: è verità, è riparazione, è azione. E forse la domanda iniziale andrebbe trasformata: non chi ha la colpa di quello che è successo, ma a chi tocca impedirlo. In quale punto della sua giovanissima vita quel bambino è stato abbandonato e da chi. Chi ha tradito la sua infanzia e chi mai potrà ridargliela.
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