
da L’Unità
L’Italia razzista
L’Italia è profondamente razzista,
i rom sono meglio di voi:
ma chi volete rieducare?
I rom sono abituati a tutto questo. Hanno imparato a sopravvivere. Non so se questa società, invece, sopravviverà alla sua malattia.
di Dijana Pavlovic
14 Agosto 2025
Caro Direttore,
ho letto il suo editoriale sui bambini rom che hanno rubato una macchina e hanno investito e ucciso una signora. Ho sentito la sua sincera indignazione. È raro, rarissimo, trovare una voce che affronti questa vicenda con uno sguardo diverso: non solo onesto e privo di strumentalizzazioni, ma anche corretto storicamente, politicamente e umanamente. Per questo le scrivo: forse anche per consolarla. Dopo vent’anni di attivismo, più culturale che politico, mi sono quasi rassegnata: il ruolo dei rom è stato, è e temo sarà sempre quello del capro espiatorio eterno. È come essere uno di quei ragnetti minuscoli, innocui, che al massimo possono pungere per difesa provocando un bruciore passeggero, ma che suscitano terrore, disgusto e, spesso, un accanimento violento e sproporzionato. Negli ultimi vent’anni ho visto decine di casi come questo. E ogni volta è lo stesso rito: un sacrificio pubblico in cui la rabbia di una società frustrata si sfoga contro chi non ha la forza di rispondere con la stessa violenza.
Avevo promesso a me stessa di non reagire più. Non volevo essere parte di questo spettacolo barbaro, di questo rito collettivo di lapidazione, messo in scena solo per “lavarsi la coscienza” in nome di una par condicio cinica: abbiamo sentito anche i rom. Ma, come sempre, l’emotività ha prevalso. Questa mattina sono stata ospite in una trasmissione. Come da copione, qualcuno ha parlato di “attitudine dei rom a delinquere”. Nessuno si scandalizzava: al massimo, un timido “bisogna educarli”. Poi mi hanno chiesto: ma davvero i bambini rom sono educabili? Mi è sembrato di leggere un documento tedesco degli anni ’30. Educabili? Io dico: i bambini rom sono fin troppo bravi, e ancora più bravi sono i loro genitori, che non insegnano a odiare chi li perseguita, nonostante lo stigma e la violenza che li colpiscono dalla nascita. Al massimo, diventano piccoli ladruncoli: e non perché sia “nella loro natura”, ma perché è l’unico modo di sopravvivere che hanno visto intorno a sé. Per molti, questo sarà un fatto di cronaca di cui tra pochi giorni non si parlerà più – un po’ di più, forse, solo perché è agosto. Per me e per tanti altri, invece, è un trauma che si riapre, un’altra cicatrice.
Perché è sempre lo stesso copione: se dodicenni italiani sparano o stuprano in gruppo una coetanea, si parla di violenza giovanile, di disagio, di famiglie fragili. Se a compiere un reato sono ragazzini rom, si chiede di radere al suolo i campi, di togliere i figli alle famiglie, di parlare di una “attitudine a delinquere” inscritta nel sangue. Per me di tutti questi problemi si dovrebbe parlare quando non succedono fatti del genere, quando tutto è tranquillo e quando si ha la serenità e la serietà di affrontare problemi complessi e delicati in modo profondo. Ma non è realistico aspettarsi la responsabilità e la serietà da questa nostra classe politica.
È lì che si vede quanto questo Paese sia profondamente razzista – consapevolmente o inconsapevolmente, ma razzista. E non basta essere razzisti nel quotidiano – sputare sui rom al supermercato, cacciarli dai bar, fare leggi speciali per segregarli. No: bisogna anche esporli alla gogna, lapidarli pubblicamente, per “risanare” e “riequilibrare” una società malata che non sa più dove andare.
Caro Direttore, i rom sono perseguitati da mille anni. Hanno subito, come lei ha ricordato, un genocidio pari alla Shoah – ma che non si è concluso nel 1945. Fino agli anni ’80, in Europa, si toglievano ancora figli alle famiglie rom, si sterilizzavano le donne, si curava il cosiddetto “gene nomade” con l’elettroshock. I rom sono abituati a tutto questo. Hanno imparato a sopravvivere. Non so se questa società, invece, sopravviverà alla sua malattia.
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da L’Unità
L’anatema della Lega
Contro i Rom come i nazisti,
a Gratosoglio la gara a chi è più razzista:
“Radete al suolo quel campo”
L’ondata di razzismo antizigano dopo l’incidente provocato da quattro ragazzini che è costato la vita a una signora. La guidano Salvini, ma anche Calenda e Sala
di Piero Sansonetti
13 Agosto 2025
È successo questo. Quattro bambini hanno rubato un’automobile a dei turisti francesi. Il più piccolo ha 11 anni, il più grande 13. È stato il più grande a mettersi alla guida, ma la macchina ha sbandato in curva, lui non è riuscito a tenerla in carreggiata, l’auto è salita sul marciapiede dove stava passeggiando un’anziana signora, Cecilia De Astis, 71 anni. La signora è stata investita in pieno, l’hanno portata di corsa in ospedale ma è morta per la gravità delle ferite.
Conosco perfettamente la dinamica di questi incidenti. Diversi anni fa successe esattamente la stessa cosa ai miei genitori. Loro stavano attraversando la strada, furono investiti da un’automobile guidata da un ragazzo di 19 anni. Mio padre, che aveva anche lui 71 anni, morì, mia madre subì, se ricordo bene, 9 fratture alle gambe e al bacino. Il ragazzo fu processato e condannato a un mese di prigione con la condizionale. A me sembrò una pena giusta. Era bianco. La famiglia era ricca. Credo che fosse un bravo ragazzo. Contro i bambini che hanno ucciso la signora De Astis si è scatenata una vera e propria caccia. I bambini vivevano in un campo rom. È qui la differenza: rom, cioè zingaro. Sono state chieste pene severissime per i loro genitori. Esemplari. In modo che non succeda più. Ma non bastano le pene esemplari per i genitori, il vicepresidente del Consiglio Salvini ha chiesto che sia immediatamente raso al suolo il campo dove vivono i bambini. Chissà perché quando quel ragazzo provocò la morte di mio padre nessuno chiese di radere al suolo il quartiere residenziale di via Cortina d’Ampezzo.
Voi magari immaginate che a Salvini abbiano risposto per le rime, con vigore, esponenti di qualche partito democratico, con conoscenze almeno generiche del diritto e dell’umanità? Ne ho sentite poche di risposte. I rappresentanti dei partiti di opposizione si sono piuttosto disposti a competere in una gara a chi scavalcava Salvini. Carlo Calenda, leader dei centristi e dei moderati, ha ammonito Salvini. Gli ha detto: certo che il campo va raso al suolo, ma tu non devi chiederlo al sindaco Sala, devi chiederlo al ministro Piantedosi. E ha incalzato Salvini: perché Piantedosi non ha ancora chiuso e spianato e sgomberato con le ruspe e con le guardie quel campo che fu colpevolmente costruito dal sindaco di destra Albertini? Calenda ci ha spiegato questo: che la differenza tra destra e sinistra (e tra estremisti e moderati) è questa: la destra e gli estremisti danno ai rom dei campi e degli spazi, seppure indecenti: la sinistra li sgombera e li disperde (Per fortuna non è sempre così).
Il sindaco Sala comunque non è stato da meno. Ha rilasciato una dichiarazione che a chi cominciava a leggerla poteva sembrare anche ragionevole (se la prendeva con lo sciacallaggio di Salvini sull’incidente stradale) ma poi si gettava anche lui nel solco di Calenda e spiegava che il centrosinistra, a Milano, ha sloggiato 24 campi rom, la destra uno solo. E che quindi – immagino che intendesse questo – se si vuole stabilire chi è più razzista c’è poco da fare: vince la sinistra per distacco. È spaventosa questa polemica, davvero spaventosa, anche perché parte dal gesto folle di quattro bambini. Proprio bambini, e sembra che sia questa una delle ragioni della bava alla bocca degli indignati. Non sono punibili per la legge italiana. E infatti i savonarola chiedono che siano puniti e messi alla gogna i genitori. Che anche loro, si suppone, sono “zingari”.
In Italia nell’ultimo anno ci sono state circa 3000 (tremila) persone morte in incidenti stradali. Ogni giorno ci sono cinque o sei morti, certi giorni più di dieci. È vero che in genere chi provoca l’incidente ha la patente, e i bambini, ovviamente, non l’avevano. Però spesso ha bevuto troppo, o ha assunto medicine che sapeva possono essere pericolose, o guidava guardando il cellulare. Cioè, spesso, chi provoca l’incidente stradale ha una colpa. Sa di non doversi mettere alla guida. Così come lo sapeva quel bambino tredicenne, che sarà segnato tutta la vita dal rimorso. Di questi 3000 incidenti mortali io non so con precisione quanti siano stati provocati da guidatori rom. Forse una decina. Non credo di più. Diciamo più o meno lo 0,3 per cento. I restanti 99,07 per cento sono stati provocati da autisti “ariani”. Pensate se per ogni incidente con un morto si dovesse radere al suolo il quartiere di residenza dell’autista colpevole: cosa sarebbe successo alle nostre città?
C’è poco da ridere. Qualcuno si ricorda l’episodio dell’omicidio, a Roma, della signora Giovanna Reggiani, zona Tor di Quinto, anno 2007? A Roma ci sono molti omicidi, ma raramente provocano furiose reazioni politiche. In quel caso però la reazione fu larghissima. Politici, giornali, tv. Si disse che l’omicida era un rom. E si scatenò la campagna razzista che coinvolse tutta Italia, anche lì coi sindaci di sinistra in prima fila. Campi rasi al suolo, aggressioni, gogne, furia. Poi, tra l’altro, si scoprì che l’assassino era rumeno, non era rom. Ma l’ondata di razzismo non si fermò.
In questi giorni ho ascoltato giustissimi e sacrosanti appelli contro l’antisemitismo. Mi associo. Mi associo anche alle denunce del presidente della Repubblica. Sommessamente vorrei chiedere anche a lui: ma l’antiziganismo è meno grave? Perché è meno grave? E vorrei chiedere un’altra cosa: quanti sono gli italiani che sanno che il popolo dei rom e dei sinti ha subito lo stesso genocidio subito dagli ebrei?
Mi piacerebbe se il presidente della Repubblica si scagliasse contro chi alimenta l’antiziganismo. Anche se i caporioni sono fior di ministri e dirigenti politici .
(P.S. Non vi ho parlato delle dichiarazioni del generale Vannacci. Ho pensato che di quelle è meglio che si occupi una rivista specializzata…)
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da L’Unità
L’anniversario del genocidio
Cosa è l’antiziganismo,
il razzismo anti rom che ancora oggi coinvolge
la grande maggioranza della popolazione
Nella notte del 2 agosto del 1944 ad Auschwitz furono trucidati circa 4000 Rom e Sinti. Era la vendetta per l’unica rivolta avvenuta in un lager. Ancora oggi il razzismo anti rom coinvolge la grande maggioranza della popolazione
di Daniela Ionita *
2 Agosto 2024
Nella notte tra il 2 ed il 3 agosto 1944, intorno a quattromila rom e sinti, in particolare donne, bambini e anziani, furono uccisi al campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau. Quest’anno sono 80 anni da quella terribile notte di morte all’interno della camera a gas numero 5, in seguito a uno dei più grandi episodi di resistenza e ribellione mai compiuti ad Auschwitz contro le SS iniziato il 16 maggio del 1944. La giornata del 27 gennaio dovrebbe essere la giornata delle memorie, ma ancora oggi nella giornata non è dedicato abbastanza spazio a commemorare le perdite di vite della comunità rom e sinta. La versione ufficiale per molto tempo è stata che dello sterminio di più di 500mila persone della comunità rom e sinta si sapesse poco, nonostante i numerosi documenti, nonostante le numerose voci da poter sentire. Una memoria relegata al silenzio dell’opinione pubblica.
Le comunità rom e sinti tramandano consapevolmente le loro memorie tra le generazioni, ma queste vengono banalizzate, ignorate e poco valorizzate dalla cultura maggioritaria, nonostante la loro rilevanza storica. Diversi sono i campi in cui centinaia di migliaia di vite sono state imprigionate in Italia, Agnone in Molise, Prignano sul Secchia, in provincia di Modena, il campo di Tossiccia in provincia di Teramo e Rapolla in Basilicata sono stati i principali campi di concentramento, lavoro e morte di rom e sinti a partire dal 1940. Molti dall’Italia sono stati mandati a morire ad Auschwitz-Birkenau, Dachau, Bergen Belsen, Ravensbrück, Mauthausen, Lety u Pisku campo di lavoro e detenzione in Repubblica Ceca e Jasenovac, il terzo campo di sterminio per superficie sotto il comando di Ante Pavelić, in Croazia, sono alcuni tra i principali campi di concentramento e oppressione in tutta Europa. La storia è decisamente il passato, ma l’esercizio della memoria si gioca nel presente con le generazioni attuali e le nuove narrazioni comunitarie.
Diventa così importante anche una giornata del ricordo, giornate celebrative e rituali per poter affermare il diritto di esistere, il diritto della memoria della minoranza rom e sinta di cui l’opinione pubblica ha da sempre un senso distorto. La storia dei rom e dei sinti non è solo storia di una comunità ma è storia collettiva, storia italiana, europea, mondiale. Storia esclusa dai libri scolastici, in cui la comunità maggioritaria ha scelto di non narrare lo schiavismo europeo nei confronti di rom e sinti, le persecuzioni, gli stermini, il confinamento nei ghetti deciso non solo da regimi totalitari negli anni ‘40 ma ancora oggi in uso per via di politiche pubbliche discriminatorie, che creano odio. Opinione pubblica che non ha conoscenza e non ha interesse nell’ascoltare le voci delle comunità rom e sinte nonostante molto spesso, ci siano secoli di condivisione dello stesso territorio e della stessa cittadinanza, considerando la presenza di sinti e rom in Italia dal XV secolo.
È necessario creare spazi dedicati al racconto e alla narrazione, permettendo alle rivendicazioni del presente di emergere attraverso le voci e i corpi di coloro che oggi preservano la memoria e lavorano attivamente per una giustizia che riguardi sia la memoria sia la libertà di vivere. Questi spazi devono consentire di esprimere nuove narrazioni e formare nuove opinioni pubbliche, decostruendo stereotipi. È fondamentale creare spazi di ascolto in cui il racconto sia gestito dai protagonisti e dalle comunità, mettendo al centro le identità personali e comunitarie. Questi spazi devono promuovere la costruzione di cittadinanze reali, dove si possano occupare spazi e cambiare le narrazioni imposte da secoli di subalternità e percezioni sociali distorte nei confronti delle persone rom e sinte in Italia ed Europa. Da Auschwitz a oggi, la situazione per queste comunità non è cambiata radicalmente: l’odio, la discriminazione, l’umiliazione, la sofferenza e l’antiziganismo continuano a essere insufficientemente riconosciuti e denunciati. È essenziale mantenere viva la memoria e promuovere un cambiamento reale.
Esiste un legame profondo tra la memoria violata perché non ascoltata e la violenza quotidiana invisibile. La memoria comprende anche le esperienze delle persone che hanno vissuto o vivono in campi istituzionalizzati, creati da comuni e regioni come ghetti monotetnici, tanto da far guadagnare all’Italia il titolo di “paese dei Campi” dall’European Roma Rights Center, ma anche una recente raccomandazione del Comitato europeo dei diritti sociali del Consiglio d’Europa al governo a causa delle politiche discriminatorie in materia di alloggi nei confronti della comunità rom e sinta. La memoria include le umiliazioni e il razzismo istituzionalizzato, come le foto segnaletiche su base etnica, l’obbligo delle impronte digitali, i censimenti etnici nonostante l’iscrizione all’anagrafe. Memoria è ricordare le classi differenziali Lacio Drom, riservate a persone rom e sinte, che sono state dismesse solo nel 1982 dopo vent’anni di umiliazioni e ghetizzazione su base etnica nell’istituzione che dovrebbe essere un luogo dove crescere, imparare e sentirsi accolti, uguali come bambini.
La memoria ricorda le violenze degli sgomberi forzati, spesso notturni, violenti e umilianti, e la paura costante di vedersi togliere i figli. La memoria è anche il quotidiano, rappresenta anche il rifiuto di un titolare per un lavoro, di un proprietario di casa per una stanza a causa dell’appartenenza etnico. La memoria è ricordare e rivendicare lo stigma attribuito da un’opinione pubblica disinformata e disinteressata. La memoria è ricordare l’aggressione di Forza Nuova e Casapound contro una madre romnì, negandole l’accesso a una casa popolare assegnatole a Roma. È ricordare Cifrasela, una bambina rom di 18 mesi, ferita da un colpo di fucile sparato da un uomo sul balcone, senza alcuna reazione da parte delle istituzioni. La memoria è ricordare il caso di Hasib Omerovic, è il ricordo della bimba morta folgorata nel campo di Giugliano. La memoria è anche e soprattutto la memoria per quelle persone che non hanno avuto voce per poter raccontare. La memoria della comunità rom e sinta per poter cambiare il futuro ha bisogno di un lavoro costante nel presente da parte di tutti, in particolare un cambiamento dell’opinione sociale. è necessario ricordare per riconoscere e riconoscere per contrastare le nuove forme quotidiane di odio, antiziganismo e discriminazione.
*Presidente di “Italiani senza cittadinanza”
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