Prima di professarla, occorre cercare la verità

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Prima di professarla,

occorre cercare la verità

Vorrei fare alcune riflessioni, invitando ciascuno di voi ad approfondirle ulteriormente, su una frase che ho trovato nel libro che sto leggendo: “La letteratura al tempo di Adriano Olivetti”. In un capitolo si cita un pensiero di Elio Vittorini, il quale additava agli intellettuali la strada del “cercare la verità” anziché “professare la verità”. Lo confesso: sul momento sono rimasto quasi perplesso, pensando: mi hanno sempre detto che bisogna confessare o testimoniare la verità. Poi mi si è aperto come un cielo finora chiuso.
Sì, “professare la verità”, ma quale? Forse una verità dogmatica, già chiusa dentro rigidi schemi? In fondo non è questa che predichiamo, imponendo anche di professarla? Ma la verità non è forse infinita, perciò sempre aperta ad essere scoperta?
Certo, non tocca a me additare a qualcuno la strada del cercare la verità, casomai stimolarlo al dovere di cercarla. Le strade sono diverse, diciamo infinite.
Ma fino a quando la Chiesa istituzionale imporrà i suoi dogmi, che essa chiama paletti irrinunciabili per non deviare, saremo sempre al punto di essere impediti a cercare liberamente la verità. Ma cercarla non significa partire sempre da zero: è invece cercarla nel senso di puntare gradualmente passo dopo passo alla sua essenzialità.
Sembra un paradosso o una contraddizione: cerco la verità, e poi tolgo ciò che prima ho cercato. In realtà, non è così: la ricerca è in vista dell’essenziale, e per arrivare all’essenzialità della verità devo sempre togliere ciò che non è essenziale. È quanto dicono i grandi Mistici medievali: sì, “dicono” ancora oggi perché nessuno ha potuto distruggere il loro pensiero, anche se sono stati duramente condannati da una Chiesa istituzionale. Perché la Mistica medievale speculativa è stata messa fuori legge?’ Perché la Chiesa/ religione non vuole che si cerchi la verità, al di là dei paletti che essa ha imposto e tuttora impone. Per questo motivo, a causa dei suoi dogmi mortificanti la libertà di pensiero, Simone Weil non ha mai voluto entrare nella Chiesa cattolica.
E allora come vivere la fede, ovvero come professarla se sono sempre alla ricerca della verità? La risposta è semplice: si cammina cercando la verità, ovvero la fede che vivo non è statica, ma è sempre in movimento. Più cerco e più cammino nella fede in quel Risorto che è Luce infinitamente esplosiva. Ovvero: il dono dello Spirito donatoci da Cristo mentre moriva sulla croce è quella Grazia che mi permette di camminare alla ricerca della Verità, così da passare da una fede immatura, infantile, a una fede sempre più matura, perché la verità che cerco mi rende sempre più libero.
Una fede dogmatica è chiusa e blocca il cammino: sono fermo, immobile, fisso a dei paletti, che mi obbligano a seguire un cammino già prefissato.
Inoltre. Continuando a leggere la pagina del libro citato, ho trovato che a quei tempi, di Adriano Olivetti, c’era una forte dialettica di pensiero da parte di letterati che si stimolavano a vicenda, anche punzecchiandosi, che dialettica!, in vista di un “meglio”, nel senso anche di uscire da un immobilismo, che Carlo Bo, altro pensatore e letterato, aveva definito “una cultura senza nome”, che era anche il titolo di un suo intervento. In breve, Carlo Bo condannava “una cultura senza volontà, una cultura che ha scelto una posizione passiva, di attesa”, e anche per questo era “senza nome”. Ed ecco le ultime battute del suo intervento: «Non tradiamo il nostro compito, ricordiamo che abbiamo un dovere da assolvere», come una chiamata alle armi per un impegno ad assumere il proprio carico di responsabilità. Naturalmente per comprendere le parole di Carlo Bo bisognerebbe comprendere il contesto di quei tempi in cui era viva la contrapposizione tra marxismo e la cosiddetta borghesia insidiata di capitalismo. E gli intellettuali cattolici più aperti erano per un dialogo con i marxisti. Oggi diremmo erano di sinistra. Come è stato Adriano Olivetti.
A noi interessa è il problema di una cultura “intelligente” a differenza di una cultura solo opinionista, perciò superficiale, che attinge solo alle emozioni per non dire peggio.
Credo che oggi il divario tra gli intellettuali, intesi nel senso più pieno, e gli opinionisti sia davvero abissale, e l’opinionismo ha preso il sopravvento tanto da sentirci totalmente in balìa di una totale confusione.
Tempi felici, allora, quando forte era la dialettica tra grandi pensatori. Oggi tutto è così ridotto a banalità che impone le sue regole, che sono quelle di una omologazione spaventosa. I mass media hanno contribuito a diffondere l’imbecillità così massicciamente che il pensiero nobile si sente a disagio nei cosiddetti talk show, la cui parola significa “quando tutto è spettacolo ovvero rissa” per aumentare l’audience, e così la verità viene calpestata da chi urla di più dicendo scemenze le più oscene. E così la verità viene capovolta, essendo capovolti, con la testa all’ingiù, coloro che si divertono a fare a pezzi ogni senso di giustizia, tanto più che dietro c’è sempre qualche tornaconto in pecunia. In altre parole, si campa sul defecare ciò che vi è di più puzzolente. In fondo, la massa è malata di coprofagia.
Tempi felici, quando magari ci si scannava, in senso buono, per delle idee o ideali, in una dialettica che puntava al meglio. Oggi siamo nella più squallida pianificazione culturale. Attenzione quando diciamo cultura! La parola “cultura” impegna l’intelletto attivo, che è scomparso nella nebbia più fitta di una imbecillità universale.
Leggere qualche buon libro che ci riporti al miglior passato fa bene, ve l’assicuro.
30 agosto 2025
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