La politica urlata di oggi e l’eredità di Mino Martinazzoli

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03.09.2025

La politica urlata di oggi

e l’eredità di Mino Martinazzoli

Il 4 settembre 2011 moriva il politico bresciano, parlamentare, ministro, sindaco della città, presidente della Democrazia Cristiana e fondatore del Partito Popolare
Chissà se l’anniversario della morte di Mino Martinazzoli ci aiuterà a qualche riflessione utile? Nella temperie dell’oggi, come avrebbe detto lui. Difficile immaginare un tempo più lontano dalla sua sensibilità e dalle sue idee. La politica come mitezza. Chi lo sosterrebbe oggi? Chi avrebbe ancora la forza di distinguere tra la politica originata dalla «polis», alternativa al bellicismo della politica come derivato di «polemos».
Oggi prevale lo spirito della guerra su quello della città. Prevale nel regno di Trump, che pretende di essere «first» in tutto. E prevale a casa nostra, ogni giorno e per ogni occasione. I toni sono quelli dell’insulto. Cosa direbbe Martinazzoli, che era un esteta della politica, raffinato affabulatore che univa una retorica dai toni sussurrati alle citazioni sorprendenti? Vestiva l’ironia con il sorriso appena accennato e credeva nella mediazione come regola. Non si riesce neppure ad immaginarlo, un suo post sui social. Altri tempi.
Quando se ne andò, 14 anni fa, Brescia e il Paese gli resero l’omaggio dovuto. Usciva di scena un personaggio che aveva attraversato la seconda parte della Prima Repubblica ed era stato fra i protagonisti del passaggio verso una stagione che ancora oggi è avvolta da crisi e sussulti. In quei giorni, e ancora oggi, si intrecciavano e si intrecciano due sentimenti. Da una parte si considera la grandezza della sua storia.
Avvocato brillante, presidente della Provincia, in Senato e alla Camera dal 1972 al 1994, per tre volte ministro, la prima con Bettino Craxi, le altre due con Giulio Andreotti. Poi sindaco di Brescia, infine in Regione. In quegli anni il nome di Mino spuntava come candidato ad ogni occasione: per la Corte Costituzionale, per la Presidenza del consiglio, persino per il Quirinale. E invece gli toccò il ruolo di traghettatore nella fase più critica dell’Italia travolta da Tangentopoli e dall’incompiuta transizione istituzionale dopo il referendum di Mario Segni. A questo versante si aggancia il secondo sentimento, quello della critica verso chi pose fine alla parabola democristiana – e del Ppi da lui fondato nel ’92 – con un fax.
A Mino Martinazzoli si sono aggrappati quelli che tentavano di salvare la Dc. Erano gli stessi che nel 1989 gli avevano tributato venti minuti di applausi, al congresso nazionale del partito, ma poi avevano eletto segretario Arnaldo Forlani. Lui ci provò, cambiando il nome e cercando una redenzione nell’originario filone del Partito popolare. E perse una parte della vecchia Dc, che già guardava con interesse alle manovre di Silvio Berlusconi.
Martinazzoli non poteva andare con Berlusconi: lui era uno dei quattro ministri (c’era anche Sergio Mattarella) che nel 1990 avevano dato le dimissioni per arginare lo strapotere del Biscione fra le televisioni commerciali. Provò a salvare lo spirito della Dc ponendola al centro, distinguendosi dal centro-destra che al nord imbarcava leghisti e al sud missini, e dalle mutazioni dell’ex Pci di Achille Occhetto. Ma non si poteva salvare il centrismo democristiano dopo che erano state cambiate tutte le leggi elettorali in direzione maggioritaria e senza la leva del proporzionale che aveva permesso di tenere insieme le correnti della Balena bianca. Intanto la Curia romana, sull’onda del cardinal Camillo Ruini, già aveva preso la strada dell’intervento diretto all’insegna dei «valori non negoziabili». Per dirla con un politico del tempo: non fu Martinazzoli a uccidere la Dc, a lui toccò di celebrarne le esequie funebri.
Poi vennero l’esperimento dell’alleanza a sinistra che lo porrà in Loggia come sindaco di Brescia e la candidatura alla presidenza della Regione Lombardia contro Roberto Formigoni. Da quel fax di dimissioni, dopo la sconfitta elettorale del 1994, era iniziata una nuova stagione per l’impegno dei cattolici democratici, una traversata in terreno insidioso che dura ancora oggi. Potrà apparire singolare che questa ricorrenza cada proprio mentre il mondo dei cattolici che ancora guarda alla politica stia al centro di un dibattito che si è riacceso.
L’occasione è stato il discorso di Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, che ha di fatto messo in contrapposizione la scelta operativa di Comunione e liberazione alla scelta religiosa che fece l’Azione cattolica, uscendo dal collateralismo con la Dc. Nervo scoperto, reazioni roventi. Nessuno più invoca un partito (unico o prevalente) dei cattolici, ma molti si interrogano che ruolo possano avere per non diventare strumenti delle sirene a destra o ignorati nell’indifferenza a sinistra. L’accusa a Martinazzoli di aver gettato troppo presto la spugna oggi viene anche da chi manifesta nostalgie per la Dc, che rispuntano. Ma come diceva l’antropologo René Girard, – «la nostalgia è il lutto di qualcosa che non è avvenuto».
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da AVVENIRE
4 settembre 2021
Dialogo.

Lo sguardo profetico di Martinazzoli:

«Non c’è politica senza idea di futuro»

Francesco Provinciali
Poco prima di morire, il 4 settembre 2011 l’ultimo segretario della Dc rilasciò questa illuminante intervista sulla crisi dei partiti e della democrazia
Pubblichiamo un’intervista raccolta per un progetto editoriale poche settimane prima della scomparsa di Mino Martinazzoli, avvenuta il 4 settembre 2011.
Onorevole Martinazzoli, nella ricorrente metafora del passaggio dalla prima alla seconda Repubblica – oggi tanto enfatizzata – si leggono i segni di un oggettivo cambiamento o le allegorie interessate di chi vuole dimostrare che adesso la politica è migliore?
Da un punto di vista di realtà, c’è un dato oggettivo e non imputabile a cause endogene italiane: il crollo del Muro di Berlino e il fatto che si sia consumata l’esperienza del comunismo realizzata in Europa. Quello è certamente un incrocio decisivo per i cambiamenti nella politica. Per quel che riguarda le conseguenze nostre italiane, non vi è dubbio che un’enfasi dichiarata in ordine alla seconda Repubblica come “alternativa” alla prima è assolutamente falsa e non condivisibile. Per la verità molto spesso mi sembra di capire che quando enfatizziamo la seconda Repubblica non parliamo di qualcosa di nuovo ma della decadenza del vecchio. A onor del vero, io comunque me ne intendo poco perché mi sono sempre dichiarato un apolide della seconda Repubblica.
Le propongo una semplificazione concettuale che le chiedo di brevemente commentare: non siamo forse passati dal bipartitismo imperfetto della democrazia bloccata al bipolarismo imperfetto della democrazia virtuale?
Sono d’accordo anche su questo. Lei si riferisce come me – certamente – alla famosa definizione di Giorgio Galli sul bipartitismo imperfetto, quando descriveva il sistema politico della prima Repubblica e non vi è dubbio che le cose stavano così. C’era un bipartitismo nel senso che Dc e Pci rappresentavano da soli circa l’80% dei voti che l’elettorato andava esprimendo, ma l’imperfezione riguardava l’impossibilità dell’alternativa. Oggi direi che abbiamo invece una considerazione singolare per la quale – a seconda dei giorni – si dichiara che il bipartitismo non è l’ostacolo o lo strumento, ma è addirittura il grande obiettivo da raggiungere. Ricordo di aver partecipato a un dibattito con l’ottimo Michele Salvati il quale cercava di convincermi che – comunque fossero andate le cose, qualunque fosse il giudizio mio – rimaneva che la seconda Repubblica era migliore della prima perché in quella non era stato possibile realizzare un’alternanza di governo. Gli obiettavo, e gli obietto, che nella storia il meglio e il peggio non si giudicano così, ma rispetto alla condizione storica data. Ripenso a De Gasperi, Fanfani, Moro e a quello che è stata la politica della maggioranza, per scelta di un partito, a ciò che di concreto si è fatto in un lungo periodo di governo della cosa pubblica.
«Molti gridavano perché volevano il superamento
del sistema di potere democristiano. Ma
i più non volevano superarlo, volevano solo ereditarlo»
Che cosa distingue oggi una politica di destra o di sinistra? La polarizzazione annunciata e i processi di aggregazione in atto salvano le differenze o ci troviamo di fronte a rassemblement privi di identità davvero connotate e alternative tra loro? A una progettualità dal fiato corto?
C’è molto movimentismo ed è una condizione che aggrava l’immagine della politica e non solo da noi: a volte viene da interrogarsi sulle sorti della democrazia, là dove c’è democrazia. Oggi la politica sembra avere a che fare più con la biografia e la cronaca che con la storia. Ricordo una pagina di Manzoni, quella di Don Ferrante, che non era lo sciocco che noi pensiamo, nonostante fosse morto di peste perché non era stato in grado di risolvere il dubbio se la peste fosse accidente o sostanza. Diceva Don Ferrante che la storia senza la politica è come una guida che cammina senza guardare indietro per vedere se qualcuno, la segue ma la politica senza storia è come uno che cammina senza una guida. Oggi ho l’impressione netta di una politica che cammina senza una guida. Io non rimpiango le ideologie, ma un poco sì. Non è possibile immaginare che la politica non sia un “disegno”, un’idea del futuro, un pensiero sul mondo, la vita, le cose. Anche per chi la osserva ormai da lontano la politica di oggi è come un seguito di aneddoti spesso incresciosi. Una politica siffatta rinuncia all’ambizione del suo primato e non è legata all’idea di futuro, ma è invece condizionata e assillata da un costante “presentismo” e non è per caso tra l’altro che la descriviamo – insisto – non più intorno a una teoria, a un’immaginazione, a una speranza, ma sull’esegesi delle diverse biografie. Guardiamo la società politica della metamorfosi, dei fuoriusciti: anche nelle notizie di oggi, siamo alle prese con degnissime persone che hanno avuto una storia, un passato, un ruolo politico e ce l’hanno ancora le quali, mentre stanno costruendo un partito che non è interamente fatto, già spiegano che sono insoddisfatte, non hanno più fiducia, che pensano ad altro. Le confesso che è una cronaca tutto sommato non particolarmente suggestiva ma temo anche che in questo modo quello che mancherà alla politica saranno sempre di più le idee e la capacità di immaginazione.
Le chiedo di ricordare brevemente quella fase di transizione che portò allo scioglimento della Dc e alla nascita del Ppi ispirato a don Sturzo, un progetto di rifondazione politica che poi a sua volta è rapidamente svanito. Perché gli elettori considerarono di più i vostri torti che le vostre ragioni?
Quando ci sono le grandi accelerazioni storiche, nei momenti conclusivi di un ciclo, accade sempre così. Tuttavia, guardando a quella esperienza direi che siamo stati tanto puniti non tanto dall’indifferenza o dall’ostilità degli elettori quanto dalla nostra incapacità di essere pazienti, ostinati e coerenti. Qual era il senso di quell’operazione? Non certo una vergogna della nostra storia, ma l’idea di un cambiamento che andava in qualche misura interpretato. Nel 1994 finisce la ragione storica della Democrazia Cristiana di De Gasperi, quasi un compito: quello di governare a ogni costo, perché non c’era un’alternativa. Aldo Moro ci disse una volta che noi eravamo per così dire “condannati a governare”. Alla fine, quando avevamo appreso che non era una condanna all’ergastolo, tutto è diventato malinconico e abbiamo sbagliato nel pensare di poter continuare un passato che non c’era più. L’idea della rifondazione partendo da don Sturzo voleva premiare di più la nostra intenzione piuttosto che il nostro potere, ripartire da un progetto.
Giulio Andreotti e il vescovo Bruno Forte, da me intervistati, indicano entrambi l’opportunità di ripartire dalla Costituzione repubblicana e – per i cattolici impegnati in politica – da una rilettura del Codice di Camaldoli. Anche lei la pensa così?
Questa è anche la mia convinzione tanto più essendo stato anche modestamente dentro questa storia, non ho dubbi che la Costituente fu il momento più alto del contributo dato dai cattolici. Il problema è capire se c’è ancora un’ambizione rispetto a questo. Io sono convinto – naturalmente la mia affermazione può essere discutibile – che i cattolici in politica in questo Paese sono stati importanti non quando si sono posti come i rappresentanti dell’Italia cattolica, ma quando si sono interpretati come i rappresentanti dei cattolici in Italia. Quel collegamento tra il civile e il proprio credo. Mi rendo conto che si tratta di un impegno difficile, ma è questa l’ambiguità che occorre superare in termini di presenza politica.
Non le sembra che proprio nell’epoca della complessità e della globalizzazione la capacità di governo dovrebbe esprimersi con una concezione mite e moderata della politica, attraverso la proposta di valori ispirati alla mediazione, al dialogo e alla ricomposizione? Perché anche la politica partecipa del “tutti contro tutti” e non riesce a entrare con moderazione nella nostra vita?
Sottoscrivo in pieno questa preoccupazione. Ciò accade – secondo me – perché la politica non ha più gli strumenti culturali, l’umiltà morale, le ambizioni civili e anche perché – intendiamoci – partecipa della situazione di crisi degli stati nazionali, delle derive sociali e della globalizzazione. Una sola precisazione vorrei aggiungere, ma credo che sia già implicita nella sua domanda: parliamo appunto di “moderazione”. Io sono sempre piuttosto reattivo quando sento parlare chi pretende di rappresentare i moderati. Io i moderati in natura non li conosco, gli interessi non sono per loro natura moderati, i valori men che meno: è appunto la politica che li modera, ma questa moderazione nella politica non la raggiungi se non ti muovi sul terreno della scelta culturale piuttosto che su quello della soddisfazione degli interessi immediati. Del resto, già Sturzo distingueva tra “moderatismo” e “moderazione” e possiamo dire che il primo sta all’altra come l’impotenza sta alla castità.
Oggi più di allora il dibattito politico si accende di toni conflittuali, si cercano colpe e colpevoli, si demonizza l’avversario, la frammentazione personalizza il confronto, a cominciare dai simboli stessi dei partiti. La politica urlata è sempre più lontana dalla sensibilità della gente, c’è molta sfiducia e disaffezione. È questo il risultato di quello sconquasso degli anni 90 del Novecento?
Questo è il risultato di tante cose e certamente di un’occasione mancata. Gli anni 90 se interpretati correttamente potevano realizzare un passo avanti rispetto al passato, a cominciare dalla fisiologia dell’alternanza che è in sé la fisiologia della democrazia. Questo non è accaduto, ma potrei dire così: erano in molti che gridavano perché volevano il superamento del sistema di potere democristiano, ma i più non volevano superarlo, volevano solo ereditarlo. E il risultato è quello di oggi.
Esiste in politica un “anno zero”, si avvalora cioè la teoria delle riforme radicali, del “ricominciare ogni volta tutto da capo”? Oppure tutto si evolve in modo graduale, riproponendo corsi e ricorsi storici? In quale modo i cattolici impegnati in politica possono esprimere valori e presenza, dopo il tramonto del loro partito e del collateralismo?
Non esiste un anno zero nella politica e nella vita. Questa tesi riguarda chi arriva e dice “adesso sistemo tutto io” oppure nel momento delle grandi illusioni rivoluzionarie. Se noi andiamo a leggere attentamente la storia scopriremo che anche le grandi rivoluzioni si raccomandano agli uomini non per quello che hanno distrutto ma per quello che hanno conservato. È il riformismo che risulta certo meno terrorizzante però per raggiungere questa capacità, energia, attenzione, disponibilità al cambiamento occorrono fasi culturali e civili che oggi come oggi sono state rese nulle. Oggi viviamo un tempo in cui siamo in una condizione per niente allettante: tutto ciò che è stato distrutto è rimpianto. Ma il rimpianto non è di per sé una terra favorevole alla speranza.
A sentire in giro c’è una conclamazione universale del “merito”, non si parla d’altro. Ma i capaci e i meritevoli – a cominciare dai giovani – devono necessariamente passare sotto le forche caudine dello spoil system? Il fatto che siano i partiti al governo a scegliersi i dipendenti non le sembra una declinazione sociale ancor più deteriore del “manuale Cencelli”?
Ha ragione lei, questa è la negazione del dettato costituzionale, che quando parla della pubblica amministrazione ne parla in termini di imparzialità e indipendenza. Nella mia piccola esperienza non ho mai accettato di distogliere il segretario comunale dalla gerarchia che lo collocava alle dipendenze del Ministero dell’Interno. Mi sono sempre opposto – sia pure sconfitto – a questa idea. L’idea che la burocrazia sia totalmente svincolata dalla politica oggi l’abbiamo fatta completamente saltare. Pensiamo anche al sistema elettorale: oggi un parlamentare non deve preoccuparsi di garantirsi la riconferma guardando al suo elettorato, ma rispondendo al suo padrone.
Quando da noi la politica potrà diventare una cosa normale? E che messaggio di incoraggiamento e di speranza possiamo dare ai giovani che vogliono impegnarsi nella società civile per progettare e costruire un mondo migliore?
Mi sta bene il rifiuto delle ideologie totalizzanti e la ricerca dei valori vicini, ma se guardiamo meglio si finisce per scoprire che anche nelle piccole cose, quelle quotidiane c’è sempre un rapporto con la politica. Quando mi chiedevano – allora avevo delle responsabilità – che cosa voleva dire essere un “partito di ispirazione cristiana” io rispondevo che eravamo gente che sapeva che la politica conta, ma che sapeva anche la vita conta di più della politica. Con i giovani occorre evitare i superlativi. Converrebbe dire loro una cosa importante e realistica: che i giovani possono anche non occuparsi di politica, ma devono sapere che – comunque – la politica si occuperà di loro. La politica per sua natura non crea valori: ha senso se è capace di garantire l’esistenza e il rispetto dei valori che creano l’uomo.

 

 

 

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