Don Piero, ovvero quando una comunità lo dimentica per un piatto di cassœula!

L’EDITORIALE
di don Giorgio

Don Piero, ovvero quando una comunità

lo dimentica per un piatto di cassœula!

Non pensavo… non immaginavo… neppure lontanamente… di poter assistere ad un tale degrado mnemonico!
Qui non si tratta di corta memoria, o di un oblio per negligenza.
Qui si tratta di una strutturale deficienza culturale, umana e… soprattutto religiosa, trattandosi di un prete che, volere o no, ha lasciato qualcosa di imperituro.
La cosa allucinante, ma del tutto comprensibile, visti i tempi in cui viviamo quando la massa è in totale prostrazione idolatrica perfino nel campo ecclesiastico, è assistere ad una chiesa, nei suoi gerarchi dal più al meno elevato in senso di potere, che se ne fregano di un passato, che dire sublime rende ancora poca l’idea di quanto fosse la sua Nobiltà, il tutto in nome di una attrazione fatale ancor più deleteria di quella erotica, ed è il culto del ventre. Se non è il ventre è qualcosa di simile, o di vicino al ventre.
Don Piero è stato venduto per un piatto di cassœula! E si trova sempre un alibi, o una giustificazione: un “pro per questo o per quello”, che si tratti di un ospedale in terre lontane o di un vicino convento in pochi minuti andato in fumo, magari senza capire che quelle fiamme potevano e dovrebbero tuttora richiamare altre fiamme di biblica reminiscenza.
Nulla capita a caso, nemmeno certe tragedie immani, che noi, per la nostra vigliaccheria, sempre attribuiamo a cause esterne alla nostra colpevolezza.
Sì, nulla capita a caso, dicevano gli antichi: in ogni tragedia c’è sempre una ragione, che, se sta anche nella nostra infinita imbecillità umana, va ben oltre in quel misterioso Disegno divino per cui nulla è del tutto male, ma tutto serve a scuoterci perché ci convertiamo cambiando il nostro modo di pensare da perfetti idioti.
Una imbecillità, la nostra, che viene coperta da quell’egoico volersi tirarsi fuori dai giochi perversi di un potere e di una sudditanza al potere, quasi trovassimo sempre una zattera per traghettare il lago in tempesta. Una zattera di rottami che dà solo l’illusione di cavarsela a buon mercato, ma che richiama che la fine è oramai prossima, ad ogni colpo di vento dello Spirito.
Tornando a don Piero, mi viene da riflettere pensando a quei tempi in cui, pur difficili (e quando mai ci sono momenti storici del tutto facili?), il giovane prete ha dato l’anima per risvegliare una comunità fortemente depressa, non solo economicamente, ma anche dal punto di vista culturale. Ma c’era un’attesa, l’attesa di un autorevole prete, e l’anima dell’attesa è l’umiltà. Lo si nota dalle varie testimonianze dei giovani di quei tempi: un’attesa umile pronta alla novità, che quei giovani, non certo diplomati o laureati, accoglievano non passivamente, ma in una dialettica o confronto che lo stesso don Piero chiedeva, voleva, imponeva. Don Piero era autorevole, e voleva i suoi giovani “autorevoli”, non autoritari o tanto egoici da chiudersi in un mondo già fallimentare in partenza.
Parlare oggi di maestri e di scolari (o discepoli) si rischia di fare solo belle teorie, senza cogliere l’essenzialità dell’educare, che consiste da parte del maestro (o docente o educatore) nello spogliare gli scolari o discepoli di ogni inutile struttura mentale, senza imporre qualcosa di suo, senza violare il segreto di ogni essere umano.
Il maestro non può educare con il suo ego, o la sua permalosità di chi crede di sedere in cattedra imponendo il suo ego, tra l’altro pieno di imbecillità e di cattiveria.
Solo nell’umiltà si educa, perché il ragazzo non ha bisogno di insegnanti boriosi, ma autorevoli sì, nel senso che insegnano in nome della verità e non delle sue più o meno distorte ideologie.
Non è affatto necessario, anzi è del tutto controproducente, immettere nei ragazzi qualche seme esteriore di verità, magari frutto delle nostre congetture egoiche. In ogni essere umano, anche nei più piccoli, c’è già tutto il mondo del Divino. Diciamo in fieri, perciò da sviluppare aiutando i ragazzi a togliere ogni ostacolo, che proviene dall’esterno, di una società consumistica, ovvero che consuma il cervello, e sterilizza ogni seme di verità, che è nel profondo di ogni essere umano. Sì, nel profondo, ma basta poco per ostruire il fondo e metterci sopra pietre di troppo. Già Etty Hillesum parlava del nostro impegno di disseppellire Dio.
Sant’Agostino diceva che il vero Maestro è quello interiore, ed è lo Spirito santo. Gesù ha detto che nessuno di noi deve farsi chiamare “maestro”, perché l’unico Maestro è Lui, nello Spirito santo.
Cogliere nel prete la presenza del Maestro interiore talora sembrerebbe quasi impossibile. Ma di preti autentici ce ne sono sempre stati, ignorati o maltrattati o censurati proprio perché erano autentici discepoli dell’Unico Maestro.
Se dicessi che preferirei essere censurato o maltrattato o condannato piuttosto che ignorato forse susciterei qualche reazione. Ma l’oblio è la cosa peggiore che possa capitare a un prete, ministro di quel Cristo che è stato maltrattato, condannato con la pena di morte, e che ora sta subendo una radicale indifferenza, o soggetto ad essere vittima di una strumentalizzazione ai fini di un consenso popolare.
Certo che preferire a don Piero un piatto di cassœula è veramente allucinante. Siamo alla follia! Neppure alla frutta, ma alla fogna, come ci direbbe ancora Gesù: «Non capite che tutto ciò che entra nella bocca, passa nel ventre e va a finire nella fogna?” (Mt 15,17).
29 novembre 2025
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