Maria Carla Gatto: “Violenza giovanile? I ragazzi hanno valori effimeri”

da milano.repubblica.it
19 NOVEMBRE 2025

Maria Carla Gatto:

“Violenza giovanile?

I ragazzi hanno valori effimeri”

di Ilaria Carra
L’ex presidente del Tribunale per i minorenni di Milano: “I ragazzi danno importanza al bisogno di apparire, ai beni di lusso. E negli ultimi due anni le armi da taglio sono usate senza curarsi delle conseguenze”
«È allarmante riscontrare come negli ultimi due anni i giovani compiano azioni brutali con armi da taglio senza curarsi delle conseguenze che ne possono derivare. Sembra che la vita abbia perso ogni valore». Ha dedicato una carriera professionale ai giovani, Maria Carla Gatto, li conosce da vicino. Dopo 45 anni sul campo, oggi è in pensione, negli ultimi otto anni è stata la presidente del Tribunale per i minorenni di Milano, e altrettanti prima a Brescia, seguendo direttamente casi e vicende di molti ragazzi finiti in inchieste giudiziarie.
Il Suv in viale Testi che viaggia a 150 all’ora e si schianta, a bordo tutti giovani. L’aggressione avvenuta lo scorso 12 ottobre vicino a corso Como, con lo studente colpito che ha riportato la lesione del midollo spinale e oggi è invalido. I ragazzi si scrivevano “La prossima volta lo scanniamo” e si vantavano sui social. Come valuta il bisogno del gloriarsi sui social?
«Questo vantarsi lascia smarriti. Ci sono ragazzi che fanno uso dei social come strumento per rafforzare l’identità del gruppo. Per generare processi di emulazione. La diffusione pubblica di contenuti violenti o legati a comportamenti criminali sembra abbia la finalità di attirare un pubblico sempre più esteso e di ottenere un riconoscimento dell’azione compiuta».
Perché cercano questo riconoscimento?
«Riscontriamo sempre più spesso come l’utilizzo dei social network alimenta uno scollamento tra la vita reale e quella virtuale. Un analogo divario si ravvisa anche nei comportamenti dei giovani, tra quello che dicono e quello che fanno».
Cosa intende?
«I giovani professano nelle piazze ideali di pace, sostenibilità e giustizia. Poi spesso c’è un enorme scollamento tra ciò che dicono e ciò che fanno. È come se non fossero abituati a dover rispondere delle proprie azioni».
C’è stato poi il terribile incidente in viale Fulvio Testi. A bordo di un bolide da mezzo milione di euro.
«Danno valore al bisogno di apparire, ai beni di lusso. Spesso le azioni vengono commesse da chi è sotto l’effetto di alcol e di sostanze varie, sempre più quelle sintetiche. Sono azioni spesso accompagnate dal bisogno di esaltare valori tra i più effimeri: il lusso, la potenza, la violenza. E i social aumentano l’esposizione dei ragazzi a sfide per un ritorno di visibilità sociale».
Si sentono impuniti. Perché?
«Vogliono giustizia e pace e poi accoltellano. C’è una mancanza di figure adulte e di riferimento, che si inserisce in una società che tende a delegittimare l’autorevolezza, la professionalità e il rispetto dei ruoli».
È colpa dei social?
«È la forza della società digitale che si alimenta proprio grazie ai suoi maggiori consumatori. Tutti guardano questi video in cui mostrano la violenza delle loro azioni».
Ma stando alla sua esperienza, a un certo punto questi giovani capiscono quanto hanno compiuto?
«Bisogna guidarli in un percorso di responsabilizzazione e crescita personale, di cui finora nessuno si è curato. Ma va fatto preventivamente. E non quando la devianza è già conclamata.
È un no, quindi, non c’è assunzione di responsabilità poi.
«No, poi è molto più difficile. Il percorso rieducativo va portato avanti con educatori e operatori professionali adeguatamente formati».
È un fenomeno recente?
«Dal lockdown in poi abbiamo scoperto come questi ragazzi si siano sempre più isolati. Nel gruppo si identificano, si sentono capiti, accolti e protetti. È una de-individualizzazione della responsabilità personale. In gruppo fanno azioni che difficilmente da soli avrebbero posto in essere. Assumono condotte antisociali come per sfuggire inconsciamente all’angoscia dei propri limiti. Sono fragili, è lo specchio della società adulta, violenta e fragile, in cui vivono».
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da AVVENIRE
26 novembre 2025

«Io, magistrato,

vi dico dove nasce la violenza dei ragazzi perbene»

di Luciano Moia
Dopo il caso di corso Como, in cui è stato accoltellato uno studente, parla il procuratore minorile di Milano, Luca Villa: «Guardate ai dati delle aggressioni fisiche che alcuni adolescenti infliggono agli stessi genitori: le denunce erano 5 o 6 qualche anno fa, oggi sono 106 all’anno. E sono la spia di possibili reati futuri, a danno di donne e coetanei»
Ma può capitare che un ragazzo che studia e frequenta l’oratorio, che non ha mai dato problemi in famiglia, che appare equilibrato e addirittura educato, a un certo punto si lasci invischiare da un gruppo di coetanei balordi, prenda l’abitudine di uscire di casa con il coltello in tasca e finisca per essere protagonista di violenze assurde e immotivate, come quelle capitate qualche giorno fa in corso Como, a Milano? Episodi che, visti in superficie, sembrano creati apposti per suscitare reazioni stupite e quasi incredule: ma come? Un ragazzo così a modo, un figlio di famiglie perbene. Impossibile. No, purtroppo. Sono situazioni che si verificano sempre più spesso e su cui occorre riflettere.
Luca Villa, magistrato di lungo corso, vasta esperienza con i giovanissimi più fragili, procuratore minorile a Milano, scuote la testa con amarezza. Se fosse un politico, uno di quelli abituati a ributtare la palla nel capo avversario e a lavarsene le mani, risponderebbe più o meno così: «Ma come facciamo noi magistrati a raddrizzare quello che né la società, né la famiglia, né la scuola sembrano ormai non riuscire più a controllare». E in buona parte avrebbe ragione. Ma per fortuna non è un politico di quella pasta e lui le mani se le sporca tutti i giorni, ascoltando ragazzi e genitori, raccogliendo la loro sofferenza, cercando nuove soluzioni a problemi sempre più complessi. È un magistrato, certo, ma anche un padre di tre figli. Conosce fin troppo bene il mondo che abbraccia e talvolta confonde, disorienta i giovanissimi. È convinto che solo un rinnovato e originale impegno educativo possa servire per sanare ferite che la repressione non riuscirà mai a fare. E poi ci sono alcune derive, insospettabili solo fino a pochi anni fa, che lo preoccupano in modo particolare.
Mercoledì, Giornata mondiale contro le violenze sulle donne, ci sono stati grandi dibattiti anche sui maltrattamenti in famiglia, si è riparlato di maschilismo e di patriarcato. Tutto giusto, ma Villa invita a considerare anche qualche altro dato, a cominciare dall’abbassamento dell’età degli autori di reato. E, in queste violenze familiari, ci sono anche i maltrattamenti che i figli adolescenti infliggono ai genitori. Violenze verbali ma anche e soprattutto fisiche, percosse, danneggiamenti gravi che costringono madri e padri, di fronte all’impossibilità di arginare diversamente la furia dei loro ragazzi, a far intervenire la polizia. «Fino a qualche anno fa registravamo 5 o 6 denunce l’anno per casi del genere. Nel 2024 siamo arrivate a 106 denunce solo a Milano. E parliamo di famiglie che, secondo un certo modo di dire, definiamo “normali”, famiglie italiane ma anche immigrate di seconda generazione, perfettamente integrate, con una casa e un lavoro». La violenza è diventata uno stile di vita che i ragazzi scelgono per una sorta di adeguamento al peggio. I maltrattamenti che oggi infliggono ai genitori, domani diventeranno abituali verso i figli o le compagne. La ragione di questa spirale che appare sempre più diffusa? Il responsabile della procura minorile di Milano non ha dubbi. «Il fattore scatenante – spiega – è l’isolamento relazionale in cui piombano questi ragazzi. Il meccanismo d’innesco può essere una canna a cui segue il nirvana dei videogiochi e dei social in cui si immergono troppo spesso fino a notte fonda. In questa realtà parallela i risultati scolastici peggiorano, si medita il ritiro e si scatenano le liti familiari. Le relazioni si deteriorano, cominciano i maltrattamenti, la violenza diventa linguaggio abituale».
In questo cortocircuito relazionale, in cui troppo spesso le reazioni di madri e padri sembrano contrassegnate da profondo analfabetismo affettivo, si finisce inconsapevolmente per consegnare i figli alla logica della violenza. Escono di casa con taglierini, lame a serramanico, ma anche con coltelli da cucina. E le ragazze si adeguano. Lo spray al peperoncino che tutte ormai hanno in borsetta, meglio se fuorilegge perché con una percentuale di principio attivo più alto, sembra più uno strumento offensivo che difensivo.
«Quando in udienza ascolto i ragazzi che affrontano il periodo della messa alla prova, chiedo loro: “Com’è la tua routine serale?”. La maggior parte è contenta di misurarsi nelle varie attività di volontariato ma poi in pochissimi riescono a liberarsi dal ricorso alla cannabis. “Mi serve per dormire”, si giustifica qualcuno. Ma non è vero e se io propongo loro di rivolgersi alla nostra assistenza medica per superare il problema, avverto resistenze, spesso non si intende neppure tentare». Insomma, se i tentativi di recupero di questi ragazzi sono un dovere, le probabilità di successo non sono mai scontate. Anche perché, come già accennato, i giudici minorili troppo spesso sono costretti ad operare senza il sostegno delle famiglie e con risorse limitate.
«Il venir meno della socialità spontanea, quella di piazza, è un altro degli aspetti che più mi preoccupano. Oggi la socialità è quella del web, della rete. Tanto comoda ma anche tanto ingannevole. Sui social la violenza, tanto per tornare ai nostri argomenti, è sempre spostata sul piano ludico. Quando poi si pretende di trasferire quel tipo di violenza nella realtà, si fanno grandi guai e si causano sofferenze profonde. Ma i ragazzi non si accorgono, spesso non immaginano neppure quanto dolore producono quei gesti». Per questo, quando si tratta di stilare progetti di messa alla prova, il procuratore minorile di Milano chiede sempre che vengano inseriti momenti di consapevolezza per quanto riguarda la relazione d’aiuto con una persona fragile. «Obblighiamo questi ragazzi a stabilire una relazione empatica, a riscoprire il contatto con l’umanità sofferente. Più realtà e meno virtuale. Non credo esista altra strada. Ma noi genitori dobbiamo essere i primi a dare il buon esempio. E invece…».

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