Il sindaco di Isernia: “Io, in tenda da due mesi. Resisto per difendere il mio ospedale”

da la Repubblica
26 FEBBRAIO 2026

Il sindaco di Isernia:

“Io, in tenda da due mesi.

Resisto per difendere il mio ospedale”

dal nostro inviato Corrado Zunino
L’intervista. “Mi sento solo e ho la schiena a pezzi. Ministero e Regione mi ignorano, ma do fastidio. Credo di aver toccato un sentimento profondo, il bisogno di dire basta”
ISERNIA – È ancora lì, dopo sessanta notti di freddo e, ieri, di vento. La tenda verde bottiglia di Decathlon, poco più di 200 euro il pezzo, ha le corde tirate sui blocchi di calcestruzzo. Alcuni tronchi di legno sono finiti lontano, ma la struttura è in piedi. All’interno, un lettino da campo a una piazza, anche meno. Una luce da scout, per leggere prima di addormentarsi. Nel primo vano — una sedia, un tavolino, due panettoni sopra. Acqua, Coca. A terra una damigiana di vino, tappata. «È un regalo». Anche un megafono, per richiamare i disattenti, soprattutto i medici che lavorano di fronte.
Dal 26 dicembre il sindaco di Isernia dorme in tenda davanti all’ospedale Ferdinando Veneziale, uno dei quattro rimasti in Molise. Piero Castrataro, indipendente di centrosinistra, 52 anni, sposato, un maschio e una femmina, ingegnere nucleare fuggito per studiare a Pisa e poi tornato, non si ferma.
«Ho un forte mal di schiena e mi sento solo, ma la battaglia non è finita».
Ricordiamo perché lei dorme qui sotto?
«Per la sanità della mia città. La Regione ha il settore commissariato da 17 anni e le cose peggiorano ogni giorno. Smantellano servizi, non sostituiscono medici e i miei concittadini sono sempre meno sicuri. La sanità di Isernia è tornata agli Anni ‘50».
Lei passa qui la notte e di giorno fa il sindaco, in municipio, in giro per la città.
«Entro in tenda alle 21,30, mi addormento presto. E mi risveglio alle cinque e mezza».
Dorme in pigiama?
«Troppo freddo. Calzamaglia, tuta termica, giaccone in pile con il cappuccio, poi sotto il copertone. Crollo».
Come sono andati i due mesi?
«La gente ha risposto. Mi lasciano il thermos con il cappuccino davanti, ho sempre il caffè pagato in uno dei due bar vicini. I bambini mi portano i loro disegni. Guardi lei».
Passano due sanitari: «Resisti». Si avvicina una donna: «Io sono isernina…». Un rappresentante della comunità rom locale: «La sanità è anche per noi, sindaco, non siamo una tribù…».
Continua Piero Castrataro: «Credo di aver toccato un sentimento profondo, il bisogno di dire basta. Queste non sono terre di ribelli, c’è una lunga tradizione democristiana e io sono circondato dal centrodestra. Il governo, ovviamente, poi la Regione, i due deputati e i due senatori, tra cui Claudio Lotito. il disastro della sanità è tale, però, che la gente, gli operatori, questa volta avevano bisogno di un gesto forte».
Quando l’ha pensato?
«L’ultima volta che mi hanno chiamato al pronto soccorso. Ho visto il lazzaretto, ho sentito la disperazione. L’idea della tenda mi girava in testa da un po’. Sono uscito e ho detto: non si può più rinviare».
Ha ricevuto chiamate da Roma? Il ministro della Sanità, esponenti di maggioranza?
«Zero».
Dalla Regione?
«Il presidente Francesco Roberti mi ha telefonato il primo giorno, poi il silenzio».
L’opposizione?
«Elly Schlein, sabato la incontro a Milano».
Crede che la tenda per gli avversari politici non sia un problema?
«Lo è, lo è. Ogni volta che incontro presidenti e assessori regionali e chiedo dei piani di rientro, mi dicono: ne parliamo, ma smonta la tenda».
Il lazzaretto è qui davanti. Come è all’interno?
«In pronto soccorso servono tredici medici, ce ne sono quattro. Se nello stesso momento hai un infartuato e un incidente stradale, fatichi a gestirli. Pezzi del reparto diventano camerate, non c’è posto altrove. Anziani lasciati in barella per ore e ore. Serve altro?».
L’organico del 118?
«In pianta 96 medici, effettivi 24».
Un esempio di malasanità.
«Una persona che conosco. Ha un infarto, non può essere trattato al Veneziale, non c’è l’angiografo. Lo portano d’urgenza a Campobasso, quaranta minuti lontano. Ha altri due arresti cardiaci in ambulanza».
Come si attraggono i medici che non vogliono venire in Molise?
«Facendo trovare primari, che oggi non ci sono, e pagandoli di più, come già si fa nelle aree difficili».
In questi 17 anni quali ospedali sono stati chiusi in regione?
«Larino e Venafro, riconvertiti in ambulatori e case di comunità».
Il debito regionale?
«In 17 anni è sempre aumentato, a fine 2024 era di 166 milioni. Tagli ai servizi e più debito, un gorgo senza uscita. Il commissario Ulisse Di Giacomo, d’altronde, era assessore alla Sanità quando partì il primo commissariamento».
Chi ci guadagna dal sistema?
«La sanità privata convenzionata»
Qual è il reparto più a rischio?
«Il punto nascite. Se salta, addio a trecento parti a Isernia».
Sindaco, la tenda è stato il gesto della disperazione?
«Sì, ma non mi fermo. Sabato voglio leggere il piano operativo della Regione. Se per il reparto di emodinamica e punto nascite c’è una proroga di tre anni, ringraziamo la tenda».

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