
la Repubblica
28 FEBBRAIO 2026
Occhetto: “Su Praga il Pci mi processò.
Ho sofferto per la svolta”
di Concetto Vecchio
L’ultimo segretario del Partito comunista alla vigilia dei suoi 90 anni: “Sono contento anche degli errori che ho fatto”
Achille Occhetto, il 3 marzo lei compie novant’anni. Ricorda quando ha capito che la politica sarebbe stata il suo destino?
«Casa nostra, a Torino, era la sede clandestina della Sinistra cristiana. Ospitavamo un’ebrea fuggita dalle persecuzioni. Il 25 aprile 1945 i miei genitori mi urlarono: “Vieni sul balcone!”. Guardai giù».
Cosa vide?
«Sfilavano i piccoli carri armati costruiti di notte dagli operai della Fiat per aprire la strada ai partigiani guidati da un siciliano, Pompeo Colajanni. La guerra era finita, il fascismo sconfitto. Decisi d’istinto che sarei stato sempre da quella parte: la sinistra».
In che famiglia è cresciuto?
«Mio padre era un amministrativo della casa editrice Einaudi, mamma casalinga. Ho visto passare Italo Calvino, Cesare Pavese, Natalia Ginzburg».
Com’era Pavese?
«Alto, severo, di pochissime parole. Ascoltava, gentile. Una volta mi ha corretto i compiti di latino, con la matita rossa e blu».
Cosa ricorda del suo suicidio?
«In quel mese di agosto del 1950 era stato nostro ospite a Forte dei Marmi. Era angustiato perché una rivista di sinistra a cui collaborava gli aveva fatto un taglio politico a un suo articolo. Se ne lamentò con i miei. “Com’è possibile?, m’intromisi. “Anche nelle migliori famiglie possono succedere cose spiacevoli”, mi rispose».
Natalia Ginzburg?
«Ho questa immagine: lei che chiacchiera con mia madre mentre sta sferruzzando. Mia madre la notte attaccava a piedi nudi i manifesti antifascisti, per non farsi sentire».
Poi vi trasferite a Milano.
«Negli anni Cinquanta papà andò a lavorare alla Feltrinelli. Aiutò Giangiacomo a costruire la prima collana di tascabili».
Feltrinelli l’ha conosciuto?
«Sì. Era sdraiato sulla linea del Pci. Ricordo che chiese al segretario milanese, Giuseppe Alberganti, il permesso di sposarsi».
Perché mai?
«Allora si chiedeva tutto al partito».
E lei quando diventa comunista?
«A 17 anni. La domenica consegnavo nelle case a ringhiera i bollini delle tessere del partito agli operai e distribuivo l’Unità».
Ricorda il primo documento politico?
«Nel 1956 condannai l’intervento dei carri armati sovietici a Budapest. Uscì su Nuova Generazione, diretto da Sandro Curzi, il futuro direttore del Tg3, che lo titolò così: “Il furore alberga nel cuore dei giovani comunisti”».
Che studi ha fatto?
«Filosofia, alla Statale. Un giorno mi chiamò Armando Cossutta chiedendomi di fare il segretario della federazione giovanile milanese. Gli dissi di no».
Perché?
«Volevo andare in Germania, a perfezionare i miei studi. E poi laurearmi, con una tesi sul concetto di alienazione in Hegel e Marx. Cossutta venne tre volte. Tenni duro. Poi un giorno chiamò in suo soccorso Pajetta».
Giancarlo Pajetta, il mitico partigiano Nullo, che si era fatto dodici anni di carcere per attività antifascista.
«Mi disse: secondo te io ho avuto tempo di laurearmi? Accettai».
Non si è laureato?
«No».
È vero che anni dopo la mandarono in Sicilia per castigo?
«Sì, nel 1968, dopo i carri armati sovietici a Praga, in un’assemblea studentesca avevo detto che occorreva una profonda rivoluzione democratica in tutti i paesi dell’Est. Venni processato in direzione, avevo tutti contro, da Amendola a Ingrao».
Pure Berlinguer?
«Berlinguer criticò la sortita improvvisa, ma aggiunse anche: “Compagni, c’è una verità interna alle affermazioni di Occhetto”».
E quindi eccolo segretario a Palermo. Com’era quella Sicilia?
«Capii che non si può fare politica se non si conosce il Mezzogiorno, e soprattutto la Sicilia. Che è una grandissima palestra, anche di umanità. Ma allora era come dentro a un altro mondo».
Cioè?
«Vede, Torino sembrava uscita dagli scritti di Marx: c’erano la fabbrica, gli operai, gli intellettuali. A Palermo il sindaco era Vito Ciancimino, il democristiano condannato poi per mafia, l’artefice del Sacco urbanistico».
Il Pci lo combatteva.
«Una domenica assolata m’incontrai in una casa abbandonata con Michele Reina, il capogruppo della Dc, per concordare con lui di far cadere Ciancimino. Alla fine Reina mi disse: “Per te questo è un incontro politico, a me mi può costare la vita”. Due anni dopo venne ucciso».
Lei convinse Leonardo Sciascia a fare il consigliere comunale.
«Andai più volte a casa sua. Tergiversava, silenzioso. Gli dicevo: pensa che da un lato del Consiglio entreranno quelli legati a Ciancimino, e dall’altro lato entrerai tu. Accettò quando andai a trovarlo in campagna. M’insegnò a cucinare le uova sode sotto la brace».
Anche Berlinguer era silenzioso.
«Ci fu una cena a casa di Vittorio Nisticò, il direttore de L’Ora. Berlinguer prese posto in un angolo del divano, Sciascia nell’altra estremità. Si guardarono senza dire una parola».
Ha conosciuto Piersanti Mattarella, il fratello del capo dello Stato?
«Mi fece una grandissima impressione. Un uomo coltissimo, con un’apertura mentale notevole, pieno di coraggio. Sarebbe potuto diventare presidente del Consiglio se la mafia non lo avesse ucciso».
Che ricordo ha del sequestro Moro?
«La sera prima mi chiamò Antonio Tatò, il portavoce di Berlinguer. Mi disse che Berlinguer aveva dubbi sul governo Andreotti da votare all’indomani in Parlamento. Quindi il 16 marzo uscii di casa ripassando il mio discorso contrario. Quando all’edicola vicina al Pantheon mi fermai per comprare i giornali l’edicolante mi disse che avevano sequestrato Aldo Moro e ucciso la scorta. A quel punto, per mostrare unità di fronte ai terroristi, fu inevitabile votare sì. Nel tragitto cambiai mentalmente l’intervento che avrei tenuto alla riunione dei gruppi».
Lei è stato l’ultimo segretario del Pci. Quello della Svolta, che nel 1989 cambia il nome.
«Sulla Svolta mi è rimasto un cruccio».
Quale?
«Di essere stato considerato un Gian Burrasca, che si è permesso di chiudere il più grande partito comunista d’Occidente. Cosa del tutto assurda perché io da segretario della Fgci avevo cominciato a partecipare alla direzione del Pci quando era ancora segretario Palmiro Togliatti, con il quale ebbi un incontro che ricordo con grande emozione».
Che incontro?
«Gli avevo portato un numero di Nuova generazione nel quale criticavo il passo indietro del ventunesimo congresso del Pcus sulla via della destalinizzazione. Mi disse, in modo paterno: “Va molto bene. Diffondilo, ma non solo tra i giovani, anche nel partito”».
Era caduto il Muro. Non era inevitabile cambiare nome?
«Sì, ma sono stato considerato a lungo da alcuni come uno che ha fatto una cosa avventata, un outsider disinvolto, mentre la Svolta era figlia di una scelta meditata, di una cultura politica, quella del Pci».
Ne ha sofferto?
«È stato un momento drammatico della mia vita. Devo dire grazie a mia moglie, Aureliana, che mi è stata vicina, umanamente, ma anche con la sua grande intelligenza politica».
La sconfitta contro Berlusconi nel ‘94 è stata la fine della sua carriera politica?
«È stata la fine della Repubblica dei partiti e l’inizio della Repubblica dei populisti. Una ferita per tutto il Paese».
Si è sposato tre volte.
«Ogni donna ha rappresentato una fase diversa della mia vita. Purtroppo uno dei miei figli, Malcolm, non c’è più. Se n’è andato a 52 anni, nel 2022. L’altro, Massimiliano, mi ha dato un nipotino, Davide, che mi chiama Nonno Pipa».
Che tempi sono questi per l’umanità?
«Vede, io sono nato durante il fascismo e dove mi trovo dopo novant’anni? In un periodo che per certi versi è peggio».
Come peggio?
«Sì, perché nella storia bisogna vedere il punto di partenza. E noi veniamo da 80 anni di pace, e libertà, e di giovani che girano l’Europa senza passaporto e ora siamo dentro un tempo nel quale la democrazia è di nuovo pesantemente a rischio».
Ha scritto un libro per denunciarlo.
«Oltre il baratro. Ripensare la sinistra e la democrazia, edito da Passigli».
Martedì a Roma ci sarà una grande festa per i 90 anni. È anche un modo per riconciliarsi con un mondo che l’aveva un po’ abbandonata?
«Ma non sono esequie anticipate. Continuo a combattere, con i mezzi che mi sono consentiti dall’età».
Che bilancio si sente di fare della sua vita?
«Sono contento anche degli errori che ho fatto».
E cosa ha capito?
«L’importante è che uno riconosca se stesso negli errori, per cambiare».
***
dal Corriere della Sera
Il coraggio e il senso del futuro
di Walter Veltroni| 1 marzo 2026
Occhetto, ultimo segretario del Pci, compie 90 anni. La sua lezione: reinventare la sinistra per non lasciarla nel passato
«La storia dovrà inventare ancora le forme politiche di questa complessa e affascinante linea di costruzione di una società diversa».
Questa frase Achille Occhetto la pronunciò nel 1978, in un libro che rievocava, in dialogo con un giovane, il sessantotto.
Forse racconta il senso di una vita, di un pensiero, di un modo di guardare il mondo da parte di un dirigente politico che martedì prossimo compirà i novant’anni. Voglio qui affrontare solo due temi della sua lunga e complessa esperienza politica.
Occhetto è stato tra i più coraggiosi leader che la sinistra abbia conosciuto. Tutta la sua vita, fin da ragazzo, è stata segnata dalla tensione verso il nuovo, dalla convinzione che nulla, per la sinistra, dovesse essere confinato nei recinti di ciò che già esisteva. Come quando fece esprimere alla sua sezione del Pci, era un ragazzo, una critica all’invasione d’Ungheria o pubblicò, sul giornale dei giovani comunisti che dirigeva, di una forte posizione di dissenso sul XX congresso del Pcus.
Allora non era indolore prendere le distanze dalla linea ufficiale. Ne sanno qualcosa i 101 che, firmando un documento di giusta critica del Pci nel 1956, ne pagarono le conseguenze.
È il doppio campo del Pci di allora: in Italia la scelta della partecipazione alla vita democratica assumendone tutta la responsabilità con la svolta di Salerno e la collaborazione attiva alla stesura della Costituzione; sul piano internazionale lo stalinismo, con i suoi crimini efferati e il sostegno all’invasione d’Ungheria.
In un suo libro pubblicato da Sellerio, «La lunga eclissi», Occhetto racconta questa doppia dimensione: «Avevamo davanti agli occhi fiumi di bandiere rosse portate in corteo da operai, contadini, studenti che hanno percorso le vie del pianeta, attraversato le città del mondo al grido dei più nobili valori di libertà e giustizia sociale. Ci si profilavano dinnanzi animate sale di partiti di opposizione che lavorano nella legalità, o di gruppi clandestini che si battevano contro la tirannia. Vedevamo bandiere piantate sulle terre incolte e tute blu che incrociavano le braccia per ottenere migliori condizioni di lavoro. Ricordavamo i volti di martiri che hanno dato la vita per il progresso dell’umanità. E poi, poco a poco, sono apparsi spettrali palazzi del potere. Gruppi ristretti che decidono per tutti, un sistema di Stati con polizie temute dai cittadini, aule di finti tribunali che processavano chi dissentiva. Si incominciavano a sovrapporre alle immagini di comunisti che languirono nelle celle fasciste quelle di altri comunisti nelle carceri degli Stati socialisti. C’erano comunisti nelle grandi manifestazioni per i diritti civili, c’erano comunisti libertari e progressisti e comunisti che usavano metodi liberticidi. Infine intellettuali comunisti aperti alla modernità e dogmatici fustigatori di ogni coscienza critica».
Quella del 1956, l’indimenticabile ’56, fu la grande occasione perduta della sinistra italiana.
Bisognerà attendere Berlinguer perché vengano assunte decisioni storiche come l’interruzione dei finanziamenti dall’Urss, la scelta di dirsi più garantiti sotto l’ombrello della Nato che sotto quello del patto di Varsavia, la definizione, sbattuta in faccia a Breznev, «della democrazia come valore universale».
Ma la storia corre veloce, quella storia che per Enrico Berlinguer si conclude tragicamente a Padova. Dove, per me, finisce il Pci.
Bisognava ora compiutamente riconoscere che, nella sua concreta realizzazione storica, il comunismo e la democrazia erano state, erano, sono, incompatibili.
Quando nel 1989, cacciate dal popolo, cadono le oligarchie del comunismo, si apre, come dopo il ’56, di nuovo un’opportunità. Occhetto si prende sulle spalle la responsabilità di non fallire quel passaggio, di non cedere alla tentazione di temporeggiare, convocare un convegno di studi, pronunciare mezze parole per aprire una fase di elaborazione. Va a celebrare alla Bolognina la Resistenza, quel moto di popolo così presente nella sua formazione giovanile, e dice proprio lì che tutto ora poteva essere messo in discussione, dopo la dimensione di quel maremoto che cambiava la storia, anche il nome del Pci.
Costrinse tutti a guardare la realtà. E non fu improvvisazione, non fu «nuovismo». Fu il frutto di una riflessione che durava da tempo in Occhetto, tra gli intellettuali e nel gruppo dirigente più giovane. Nessun colpo di testa. Semmai il suo contrario: un atto di coraggio politico.
Secondo tema: con la svolta Occhetto pensava anche di poter costruire le condizioni per una nuova convergenza tra le forze di sinistra e democratiche. Tutta la vicenda della sinistra del nostro paese è stata segnata dalle scissioni, malattia infantile, che ha sempre minato la forza di uno schieramento che ha perso così l’opportunità di poter essere maggioritario nel paese e di farsi alternativa di governo in una democrazia bloccata. L’unità politica del campo progressista è stata una delle altre vocazioni della esperienza politica e intellettuale di Occhetto.
Nel 1965, nel cuore della divisione tra Pci e Psi sulla partecipazione all’esperimento di centro-sinistra, Occhetto promosse in un convegno l’idea della confederazione tra le organizzazioni giovanili di Pci, Psi, Psiup, una rilettura da «sinistra» della proposta di Amendola di un partito unico dei lavoratori italiani.
Alleare i progressisti, rompere il conservatorismo che spesso ha bloccato le ali della sinistra, evitare al contempo derive moderate o smarrimenti di identità e di ruolo, assumere posizioni innovative anche sul piano istituzionale, posizionare il suo partito nella grande famiglia del socialismo europeo, sussumere i linguaggi e le esperienze dei movimenti civili e sociali. In fondo la vita politica di Achille Occhetto può essere identificata con queste ispirazioni.
Ad altri indicare limiti ed errori.
Io, che lo conosco bene da tempo, so quanto sia autentica e onesta la sua passione politica, quanto il suo coraggio e il suo disinteresse, quanto il suo amore per la sua parte politica e per il suo paese. E quanto, mi viene da sottolinearlo in questi tempi grami, la sua ansia di ricerca intellettuale, la sua frequentazione del dubbio, la profondità di una ispirazione culturale che attinge a fonti fresche, antiche, profonde. Credo che questo lo possano oggi riconoscere tutti, amici ed avversari.
La vita gli ha riservato colpi duri, nel lavoro e negli affetti.
Ma non ha minato mai in lui la voglia, che ha segnato la sua esperienza umana, di cercare, cercare ancora.
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