8 marzo 2026: TERZA DI QUARESIMA
Es 34,1-10; Gal 3,6-14; Gv 8,31-59
Una prima riflessione è sul brano tolto dal libro dell’Esodo, capitolo 34, i primi dieci versetti. Mosè sale sul monte Sinai, per la seconda volta.
La prima volta Mosè era salito sul Sinai per ricevere le Tavole dell’Alleanza, le cosiddette “dieci parole” con cui Dio ribadiva, dal momento che da millenni erano state dimenticate, quelle norme che, pur scritte o incise su due pezzi di pietra, fanno parte di per sé della stessa natura umana.
Quando tentavo di spiegare ai ragazzini delle elementari il valore dei comandamenti, per evitare di cadere nel solito moralismo, ricorrevo all’immagine dell’orologio. La natura dell’orologio è di segnare le ore in modo corretto; se non segna più le ore in modo corretto o è bloccato, ha perso la sua natura di essere un orologio. Così noi: è nella nostra natura segnare le ore del nostro essere interiore, in quanto spirito che segna le Ore dello Spirito.
Che cosa era successo? Mosè, disceso dal monte, vedendo ciò che nel frattempo aveva combinato il suo popolo costruendo un vitello con l’oro di famiglia portato dall’Egitto, si era così arrabbiato da spezzare le due tavole di pietra. L’idolatria: sostituire l’immagine di Dio con un oggetto materiale, ricoperto d’oro prezioso per farlo maggiormente luccicare. L’idolatria che fa arrabbiare Mosé, ovvero i Profeti, e perfino Dio.
Ecco perché di nuovo Dio ordina a Mosè di tornare sullo stesso monte, il Sinai, portando due nuove tavole per incidervi di nuovo le “dieci parole”. È il brano di oggi.
Sì, anche Dio si era arrabbiato per l’infedeltà di un popolo di dura cervice, ma Mosè si mette di mezzo, ovvero intercede, tra Dio e il suo popolo. Il profeta supplica il Signore, suo Dio, rifiutando di abbandonare il suo popolo. E il Signore ancora accetta di scrivere una seconda volta la legge. D’altronde, mai il Dio dell’Alleanza verrà meno alla sua promessa di condurre il suo popolo nella Terra promessa, anche se qui dovremmo già allargare il discorso al di là delle vicende storiche. Giustamente si può parlare di “Metastoria”, ovvero di una Storia, quella di Dio, che va oltre (“meta” in greco) la storia terrena, in vista di quel suo Disegno sempre imprevedibile che si realizza nonostante tutte le infedeltà e le perversioni degli esseri umani.
Nel brano di oggi troviamo cinque aggettivi, cinque nomi con cui Dio definisce se stesso, e che si possono sintetizzare così: “Compassionevole, clemente, paziente, misericordioso e fedele”.
L’ebreo osservante recita ogni giorno i versetti 6-7, definiti “i 13 attributi di misericordia”. Eccoli: ««Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».
I rabbini garantiscono che questa preghiera avrebbe portato nel cuore dei fedeli il perdono per i peccati da parte di Dio. E se pur ci deve essere un rapporto tra misericordia e giustizia, il perdono sta come 1000 a 4.
Dovremmo tuttavia fare qualche chiarimento. Talora diciamo che Dio è buono, perdona sempre, chiude gli occhi sui nostri peccati perché ci ama alla follia, ecc. ecc., ma si dimentica che Dio non ha sconti a nessuno: perdona se noi ci convertiamo, tanto più che donandoci la sua Grazia sarebbe da ingrati pretendere che Dio ci perdoni a buon prezzo. La Grazia esige che in noi ci sia lo spazio perché essa possa agire. E non riduciamo tutto a una semplice anche comoda confessione sacramentale. Ci suole ben altro. Dio perdona se noi ci pentiamo, e pentirsi è una cosa seria, e non una sceneggiata pasquale. Una tantum, con tanto di indulgenze.
Passiamo al terzo brano. Il testo di Giovanni è stato descritto come «molto complesso poiché risente delle grandi polemiche, delle perplessità e dei drammi che portano allo scoperto la responsabilità dei puri e dei colti, l’ambiguità della loro fede, l’ideologia dominante dei perfetti, il rifiuto di mettersi in discussione. Si appoggia su un confronto terribilmente alto: tra Gesù e Abramo (che qui è ricordato 8 volte). Il testo, così come viene presentato, offre alcune difficoltà interpretative. Tutta la polemica, ad esempio, non coinvolge tanto “quei Giudei che gli avevano creduto” (8, 31). Ma la violenta requisitoria che segue, fino alla fine del capitolo, si rivolge alle autorità giudaiche, ostili a Gesù. È un dialogo terribile tra la rabbia degli interlocutori che si sentono sbugiardati e totalmente in balìa della menzogna e Gesù che li affronta a viso aperto. Gesù afferma persino che Abramo ha visto il suo tempo e ha gioito. Deve essere suonata come pazzia pura, ma anche lucida e blasfema».
Quali sono le parole che scatenano la discussione e il durissimo scontro: «La verità vi farà liberi». Tutto parte dunque dalla verità, e non dalla volontà. Tu puoi volere la libertà, ma se resti nel buio dell’intelletto che è spento sarai sempre schiavo delle tenebre.
Le opinioni non ci rendono liberi, perché le opinioni sono frutto di un intelletto spento, ovvero sono apparenze di verità. Illudono, ed è questo l’inganno. I cosiddetti intellettualoidi che sputano sentenze o giudizi lasciano la massa nell’ignoranza, e l’ignoranza è il non conoscere la verità, che è la Luce divina.
Si ha l’impressione che Cristo non se la prendesse tanto con i pagani, in cui vedeva invece qualche spiraglio di luce che Cristo chiamava “fede genuina”, ma Cristo era sempre in lotta contro la religione ebraica, e naturalmente nella religione ebraica vedeva il peccato o l’ipocrisia di ogni religione, al di là di quella ebraica.
Ridurre tutto a uno scontro diciamo personale tra Cristo e quei giudei, o quei capi del sinedrio è non voler capire l’intento di Cristo che puntava alla sostanza o alla essenzialità, che è poi la verità.
“La verità vi farà liberi”. La cecità o l’ignoranza è il problema anche di oggi. Il problema non è il non possedere titoli di studio, o la mancanza di cultura intesa come una conoscenza quasi enciclopedica delle cose. Cristo trovava la fede, cioè uno spiraglio di luce, nella gente più umile. Gli “anawim” chi erano? I giusti che nella loro umiltà si ponevano davanti a Dio come fossero degli specchi trasparenti. La creatura purtroppo tende ad essere specchio di se stessa, o del proprio ego. E più credono di sapere, più l’ego si gonfia quasi fossero geni magari provvidenziali.
“Noi siamo figli di Abramo”, dicevano quegli ebrei che contestavano Cristo. Ma chi era Abramo? Solo un personaggio storico? Ma neppure dobbiamo dirci figli di un guru o di un leader religioso o di una Abbadessa. Siamo generati nello Spirito o nel Logos eterno. Altrimenti, così come risponderà Cristo a quegli ebrei, “voi siete figli del diavolo”.
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