Walter Veltroni: “Con Trump gli Usa verso l’autocrazia, o con lui o con la Ue”

da la Repubblica
04 MARZO 2026

Walter Veltroni:

“Con Trump gli Usa verso l’autocrazia,

o con lui o con la Ue”

di Stefano Cappellini
L’ex leader dem: “Anche Meloni deve sapere che non c’è via di mezzo. Ora serve diventare estremisti dell’Europa”
Walter Veltroni, la guerra scatenata da Usa e Israele in Iran è già un conflitto senza confini che sta bruciando tutto il Medio Oriente. Dove vuole arrivare Trump?
«Siamo davanti alla fine dell’ordine internazionale che ha garantito decenni di pace. Ciascuno, a prescindere dall’Onu, si sente arbitro della possibilità di intervenire militarmente. La Cina si sentirà autorizzata ad aggredire Taiwan e Putin a fare quello che ha già fatto in Ucraina. Quella di Trump è una iniziativa senza strategia e obiettivi chiari che può portare a esisti drammatici e incontrollati. Mi pare evidente che dietro ci siano calcoli di politica interna e non il legittimo desiderio di libertà del popolo iraniano oppresso per decenni da una dittatura contro la quale il mondo civile avrebbe dovuto fare di più. Trump è l’epifenomeno di questa società digitale. Ha travalicato ogni aspettativa e immaginazione. Siamo piombati in una versione grottesca degli anni Trenta. È sconvolgente pensare che il bastione dell’Occidente rischi di diventare un’autocrazia come Russia, Cina e India. C’è una solo una risposta possibile a questa deriva: diventare estremisti dell’Europa».
Come può fare l’Europa in questo scenario senza nemmeno una politica di difesa comune?
«La difesa comune è un pezzo decisivo degli Stati uniti d’Europa, perché è il contrario del nazionalismo. La spesa militare per difendersi ha una legittimità etica e politica, è quella per aggredire che non ha alcuna legittimità».
In molti Paesi europei ci sono forze anti-Ue sia a destra che a sinistra.
«Vero, ma se guardiamo i sondaggi in Italia su Trump la proporzione contrari-favorevoli è 80-20. Il giudizio negativo non è solo degli elettori di sinistra. Del resto, basta rileggere quel che di Trump ha detto Marina Berlusconi, parole che possono sottoscrivere cittadini di diverso orientamento. Mi chiedo come sia possibile che non si lavori a creare un grande movimento di denuncia del rischio che gli Stati Uniti precipitino verso l’autocrazia e di orgogliosa affermazione dei valori dell’Europa. Sono convinto che, se oggi si convocasse una manifestazione su questo tema, scenderebbero in piazza almeno mezzo milione di persone. Non si può stare un po’ con Trump e un po’ con l’Europa. Nell’attesa che l’America torni l’America, o si sta con l’Europa o si sta con Trump».
Meloni fin qui è sembrata decisa a non scegliere.
«Il governo italiano deve decidere se porta l’Italia dalla parte dell’autocrazia o dalla parte della democrazia. Tertium non datur. È un errore aderire al Board of trade, lo chiamo così perché la pace ovviamente non c’entra nulla. È un errore fare la campagna elettorale per Orbán. Il mio Paese non può stare dalla parte di quelli che sparano alla gente per strada a Minneapolis».
Trump è ancora disposto ad accettare il responso di libere elezioni?
«Trump sa benissimo che perderà le elezioni di midterm e la sua reazione è imprevedibile. È capace di mandare l’Ice davanti ai seggi o, appunto, di scatenare conflitti internazionali per restare in sella. La democrazia è sotto assedio».
Quanto è alto il rischio di perderla?
«La democrazia è stata corrosa da quella che Rousseau chiamava “la volontà di corpo”. I singoli pezzi si sono impadroniti dei meccanismi democratici e li hanno disgregati dall’interno. C’è bisogno di pensare a nuove forme di democrazia che riattivino una relazione tra cittadini e istituzioni. Serve quella che gli studiosi chiamano la democrazia deliberativa, che parte dalla costruzione del consenso attraverso il confronto. Tocca alla sinistra il compito di provarci».
Anche le sinistre europee sembrano sotto assedio.
«C’è un grande vuoto nella dialettica politica, non solo in Italia ma in tutto l’Occidente, il vuoto di una sinistra che riesce a configurarsi solo come opposizione, che non ha letto i prepotenti mutamenti di questo tempo. Noi stiamo vivendo una rivoluzione che ha cambiato i modi di produzione, le forme di conoscenza e relazione umana, il rapporto tra istituzioni e popolo. Di fronte a questa rivoluzione che per velocità e intrusività non ha eguali nella storia dell’umanità, qual è il pensiero della sinistra? La destra non fa altro che cavalcare, come un cavaliere irresponsabile, questa marcia verso il baratro. La sinistra deve offrire una speranza che non può essere chiacchiere e illusione o solo negazione delle opinioni dell’altro. Se la parola che l’opposizione pronuncia più volte è il cognome del presidente del Consiglio in carica c’è qualcosa che non va. La sinistra è speranza o non è. Solo così si può accendere una luce in un tempo che altrimenti rischia di essere buio come gli anni peggiori della storia».
C’è un deficit di pensiero?
«Mancano l’ascolto, lo studio e la ricerca. E l’ambizione di pensare ciò che non è. Lo dico con espressione questa sì novecentesca: quale società vuole la sinistra? Come si organizza il welfare in una società in cui i morti sono più dei nati? Come si affrontano i cambiamenti climatici che sono causa di problemi economici e di migrazione? Come si gestisce il rapporto tra paura e speranza in una società in cui le scuole chiudono invece che aprire? Come si disciplina l’intelligenza artificiale? Non affrontare simili questioni con l’ambizione di definire il profilo di una nuova società significa aver già perso».
Questa è l’era in cui la politica si fa con le card e i meme su Internet.
«Immagini cosa sarebbe accaduto se Berlinguer avesse scritto sui social “si sta meglio sotto l’ombrello della Nato” oppure “mi astengo sul governo Andreotti”. La grande politica non può immergersi nel linguaggio dei social e pasturare lì. Il che non significa non utilizzare questi mezzi, solo non esserne schiavi. Quando Salvini, un’ora dopo la notizia, dice “io sto col poliziotto”, cancella la politica come tempo di riflessione e di ponderazione. La sinistra non deve inseguire la destra su questo terreno. Deve maturare la sua alterità, parlare linguaggi altri rispetto a questa barbarie. Nonostante i social, o forse proprio per reazione, la gente si è stufata del frastuono. È pieno di cittadini che aspettano che qualcuno dica parole ragionevoli. Se questo pezzo di società non trova una voce che lo rappresenti, non va a votare. La ragionevolezza è sempre stata la forza della sinistra vincente alle elezioni. E scambiare ragionevole per moderato è un errore».
In Italia non era esattamente questa la missione del Pd?
«Ho citato prima Berlinguer. Ecco, lui prende la guida del Pci al 26 per cento e nel giro di quattro anni lo porta a 34. Come ci riesce? Con la frase sulla Nato, rompendo con l’Unione sovietica, dando dei segnali di allargamento. Nei suoi momenti migliori la sinistra è sempre stata un impasto di riformismo e radicalità. Ha vinto quando è stata in grado di suscitare un sogno e di corrispondere a questo sogno con decisioni radicali ma realistiche».
Nel Pd c’è invece chi teorizza la divisione del lavoro: il Pd prende i voti di sinistra e una nuova forza di centro intercetta quelli moderati.
«Sarei in contraddizione con la mia storia se fossi d’accordo. Se il Pd si accontenta del 21-22 per cento non assolve alla ragione per la quale è nato: essere la forza di maggioranza che andava oltre le colonne d’Ercole della sinistra. La creazione di una nuova forza che toglie voti al Pd riporta alla stagione dell’Unione e a coalizioni frammentate che magari hanno vinto le elezioni per il rotto della cuffia, ma poi non sono state in grado di governare».
La costruzione di una coalizione alternativa alla destra è in clamoroso ritardo.
«Non si può, lo dico da osservatore, organizzare una cena e non sapere chi sono gli invitati e quale è il menu. I partiti si mettano subito attorno a un tavolo. Non tirino fuori a ridosso delle elezioni un programma di 320 pagine che mette insieme tutto e il contrario di tutto, perché non ci crede più nessuno. Comincino a ragionare dei temi fondamentali – lavoro, formazione, Europa, Ucraina – e concordino un manifesto in dieci punti».
La posizione M5S sull’Ucraina pare incompatibile con quella Pd.
«E l’Ucraina è il primo punto dal quale deve partire la discussione, perché gli unici temi sui quali una coalizione non si può dividere, soprattutto in un momento come questo, sono quelli di politica estera. Il presidente del Consiglio di un eventuale governo di centrosinistra non può andare al Consiglio europeo e dire: scusate, devo prima sentire la coalizione».
La legge elettorale voluta dalla destra è l’ennesima su misura, con una aggravante: trasformerebbe in robusta maggioranza il consenso di una minoranza.
«È figlia dell’idea che chi vince si prende tutto, anche se la vittoria viene ottenuta con un margine di voti relativo rispetto alla platea di votanti. Questa è un’idea pericolosa perché può far perdere la testa».
Che effetti avrà l’esito del referendum sulla giustizia?
«Intanto stiamo vedendo gli effetti della campagna referendaria, un altro gradino verso il basso, per radicalizzazione, volgarizzazione ed estremizzazione. Non si può insultare chi pensa di votare diversamente da te, mai».
Come voterà?
«Quando si cambiano sette articoli della Costituzione non si può uscire dal Consiglio dei ministri dicendo che il testo è blindato. La Costituzione si cambia insieme, dialogando. Siccome in questa scelta e nella campagna elettorale si vede un’ispirazione di tipo più autocratico che democratico, io voterò no».
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da la Repubblica
04 MARZO 2026

Anne Applebaum:

“Così il diritto internazionale non conta più”

di Annalisa Cuzzocrea
La studiosa americana analizza il declino delle democrazie e avverte: “Nel conflitto Trump non ha un piano, se non i suoi affari”.
Quando Anne Applebaum ha scritto Autocrazie, Maduro e Assad erano ancora al potere in Venezuela e Siria, e Stati Uniti e Israele non avevano ancora dimostrato di essere pronti – come Vladimir Putin – a violare ogni regola del diritto internazionale. Eppure, in quel saggio pluripremiato c’era già il nucleo della rivoluzione in corso: la saldatura tra il potere politico e quello economico in molti Paesi pronti a disfarsi – come di un fastidioso impiccio – della democrazia liberale. Applebaum vive tra Washington e la Polonia, ha un doppio sguardo sugli Stati Uniti e sull’Europa, e non ha dubbi sull’attacco israelo-americano sull’Iran: “Non c’era alcun pericolo imminente”.
Crede che la Casa Bianca abbia contatti in grado di stabilizzare la situazione in Iran, garantendo una vita migliore per la popolazione, quando l’ondata di attacchi finirà?
“Non hanno contatti profondi né strumenti per comunicare con l’opposizione iraniana o con la popolazione iraniana. E non hanno un piano di lungo periodo, non c’è un’idea su come portare l’Iran alla fase successiva. Può darsi che Trump abbia in mente che l’Iran finisca più o meno come è finito il Venezuela, con il regime sostanzialmente intatto, ma con una figura più malleabile al comando. Ma è un obiettivo molto difficile da raggiungere”.
Perché?
“In Iran ci sono più di un milione di persone armate. Parliamo dei Guardiani della Rivoluzione, delle diverse forze di polizia e dei gruppi paramilitari. Forse il numero è addirittura più alto. E c’è circa il 20% del Paese – forse adesso un po’ meno – che, nell’ultima rilevazione seria, risultava sostenere il regime. Inoltre, i Guardiani controllano una parte enorme dell’economia, del petrolio e di altre risorse. Se vuoi un cambio di regime, devi farci conti. Rassicurarli, offrire un’alternativa, provocare una spaccatura interna da cui emerga qualcun altro. Ma non sembra esserci un piano”.
Nonostante sia un attacco pianificato da molto tempo?
“Gli Stati Uniti hanno a lungo considerato l’Iran come un problema nucleare o come uno sponsor del terrorismo, e molto raramente hanno cercato di parlare al popolo iraniano o di capire cosa vogliano davvero gli iraniani. Un anno fa, quando Trump è tornato alla Casa Bianca, la sua amministrazione ha tagliato molti finanziamenti ai gruppi per i diritti umani iraniani e ad altre organizzazioni della società civile, sia dentro che fuori dall’Iran”.
Autocrazie è stato pubblicato meno di due anni fa, ma il panorama di Siria, Venezuela, Cuba, e ora del Medio Oriente è già molto cambiato. L’analisi resta la stessa?
“L’argomento fondamentale – cioè che stiamo assistendo all’emergere di un nuovo tipo di Stato autocratico, meno interessato all’ideologia e più al denaro, e all’attacco al linguaggio della democrazia liberale – resta valido. Anzi, oggi dobbiamo chiederci se l’amministrazione Trump non miri a trasformare gli Stati Uniti in uno Stato di quel tipo. Molto dipenderà da quel che accadrà. Se ci fosse una qualche forma di cambio di regime in Venezuela, in Iran e a Cuba, questo romperebbe la rete autocratica su cui soprattutto la Russia ha fatto affidamento. Ma in Venezuela, ad esempio, abbiamo avuto un cambio di leader, non di regime”.
Potrebbe andare così anche in Iran?
“È possibile. Non c’è dubbio che Trump non veda il mondo come un luogo in cui gli Stati Uniti sono il Paese leader delle democrazie e il garante dello stato di diritto. Lo vede piuttosto come lo vede Putin, o come lo vede Xi: un luogo di accordi pensati per accrescere il proprio potere e la propria influenza. L’esempio migliore è il modo in cui sta negoziando con la Russia sull’Ucraina. Ci sono due tavoli: uno riguarda l’Ucraina e il territorio ucraino; l’altro riguarda accordi commerciali tra Stati Uniti e Russia. I russi hanno fatto offerte chiare a diverse aziende americane, offrendo accesso a minerali e forse al settore petrolifero”.
Accordi vantaggiosi per gli Stati Uniti o per gli affari della famiglia Trump?
“È quello che bisogna capire. Ci sono voci sul coinvolgimento dei suoi figli o dei suoi donatori. C’è quindi il sospetto che Trump stia perseguendo una politica estera privata, che non è nell’interesse degli Stati Uniti, dell’Ucraina o dell’Europa. Questo è radicalmente nuovo per la politica estera americana: non abbiamo mai avuto un presidente che basasse le relazioni internazionali sui propri interessi personali. C’è anche l’ipotesi – ma è una speculazione – che l’azione contro l’Iran sia stata incoraggiata dagli alleati del Golfo, anch’essi partner economici di Trump. La sua famiglia ha grandi investimenti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. La domanda è quindi se questa guerra faccia parte di un accordo commerciale. E poi c’è Israele, che ha chiaramente contribuito a convincerlo. La grande questione, a cui non abbiamo risposta, è quanta parte di questa guerra riguardi gli interessi finanziari personali di Trump, quelli politici e persino psicologici – il suo bisogno di essere la figura dominante – e quanta riguardi davvero gli interessi degli Stati Uniti. È chiaro che l’Iran non stava per attaccare gli Stati Uniti e non era sul punto di usare un’arma nucleare. Le giustificazioni classiche per una guerra non c’erano”.
Ma l’Iran ha sempre finanziato il terrorismo ed è sempre stato una minaccia per Israele.
“Sì, ma non c’era una causa immediata, nessuna ragione urgente, per questo molti pensano che Trump possa avere motivazioni personali. Detto questo, l’Iran è un regime totalitario feroce, che ha cercato di esportare la propria ideologia radicale in tutto il Medio Oriente, ha causato danni incalcolabili per decenni, ha represso il suo stesso popolo, governa con manipolazione, coercizione e sorveglianza. La prospettiva della sua scomparsa è qualcosa che chiunque dovrebbe accogliere con favore. Il problema è se esista un piano per portare l’Iran verso uno Stato stabile, almeno rispettoso della legge, con un governo pluralista che includa le molte fazioni interne. E al momento non lo vedo”.
Visto il modo in cui si stanno comportando Stati Uniti e Israele, possiamo dire che le democrazie liberali sono state contagiate dalle autocrazie?
“È importante essere chiari: il mondo in cui il diritto internazionale contava davvero è finito. Non tornerà. Bisognerà costruire qualcos’altro. L’invasione russa dell’Ucraina del 2014 era un segnale fortissimo. Quella su larga scala del 2022, con crimini di guerra, massacri di civili, deportazioni di bambini, campi di concentramento nei territori occupati, ha infranto tutti i principi su cui si reggeva l’Europa. Poi c’è l’altra parte della domanda: le pratiche autocratiche si sono diffuse nelle democrazie? La risposta è sì. Le democrazie non cadono per rivoluzioni, ma perché leader eletti democraticamente adottano le tecniche dell’autoritarismo. È successo in Venezuela, in Russia, in Turchia, in Ungheria, in India. Parliamo della politicizzazione dei tribunali, del controllo dei media attraverso acquisizioni da parte di amici del regime. È ciò che è accaduto in Ungheria con Orbán. Questo modello di “cattura dello Stato” ora sta avvenendo anche negli Stati Uniti”.
Quindi il rischio che gli Stati Uniti si trasformino in un’autocrazia è reale?
“È quello che vogliono. Lo dicono apertamente. Vogliono centralizzare le elezioni, che in America sono gestite dagli Stati. C’è un processo di concentrazione dei media: un’unica famiglia, quella di Larry Ellison, vicino all’amministrazione Trump, sta acquisendo grandi gruppi mediatici come CBS, Paramount e forse CNN. C’è l’uso dello Stato contro i nemici del presidente, l’attacco alle università, alle istituzioni scientifiche, culturali. Tutto questo segue uno schema riconoscibile di cattura autocratica”.
Che tipo di reazione sta avendo la società civile negli Stati Uniti?
“C’è una reazione della società civile e anche del Partito Democratico. Gli Stati Uniti non sono ancora una dittatura: esiste un’opposizione legale. Ci saranno iniziative al Congresso per fermare la guerra, un aumento dell’impegno civico, decisioni dei tribunali contro Trump. Nulla è inevitabile. Ma è fondamentale che gli europei capiscano cosa sta succedendo e non mitizzino gli Stati Uniti. Se l’Europa vuole restare sovrana e democratica, dovrà trovare una propria leadership, una propria industria della difesa e tecnologica, mercati finanziari integrati. È il momento in cui l’Europa deve diventare un attore geopolitico, altrimenti rischia di diventare un terreno di gioco per interessi russi, americani e cinesi”.

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