15 marzo 2026: QUARTA DI QUARESIMA
Es 34,27-35,1; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1-38b
Sarei tentato anche questa volta di soffermare la vostra attenzione sul primo brano della Messa: anche i primi brani sono sempre in ogni caso interessanti proprio perché poco conosciuti.
Anche nel brano di oggi si parla di Mosè e del suo incontro, sul Monte Sinai, con il Dio dell’Alleanza. Dico solo una cosa, e riguarda il volto di Mosè. Scrive l’autore sacro che quando Mosè scese dal monte portando tra le mani le due tavole della Testimonianza, le cosiddette “dieci parole”, non sapeva che “la pelle del suo viso” era diventata “raggiante”, poiché aveva conversato con Dio. Il bagliore del volto del condottiiero-profeta, segno della vicinanza divina, spaventò Aronne e gli Israeliti, spingendo Mosè a coprirsi con un velo, che toglieva solo quando tornava a parlava con l’Eterno.
Una nota curiosa. Il “Mosè”, famosa opera scultorea di Michelangelo Buonarroti, realizzata tra il 1513 e il 1515 per la tomba di Giulio II e che oggi potete ammirare in San Pietro in Vincoli, presenta un curioso dettaglio che da sempre colpisce: due piccole “corna” sulla testa del profeta. Non sono un simbolo demoniaco, né una invenzione bizzarra dell’artista: derivano dalla traduzione latina della Bibbia realizzata da S. Girolamo nel IV secolo. Come già detto, nel testo ebraico dell’Esodo si legge che, dopo l’incontro con Dio sul Sinai, il volto di Mosè “emanava raggi di luce” (“qaran”). Nella Vulgata il termine ebraico fu confuso con “qeren” (“cornuto”), generando una tradizione iconografica durata secoli. Michelangelo, uomo del suo tempo, segue quella tradizione medievale.
Una riflessione. Chi si incontra con Dio non può non trasmettere anche nella propria vita la luce divina. E pensare che già una scintilla divina è dentro di noi. E questa scintilla se è attiva non può non riflettersi anche sulle nostre azioni. E succede che la gente non sopporti la luce dei giusti o dei profeti o profetesse di Dio. E la tentazione c’è che per farsi accettare dalla massa qualcuno copra questa luce, per timore di ferire le tenebre. Anche il mondo del male ha le sue luci che abbagliano le masse, ma sono illusorie, come quando in un deserto ci si lascia catturare dai miraggi. Leggiamo dal Dizionario: “I miraggi sono illusioni ottiche causate dalla rifrazione della luce attraverso strati d’aria a diverse temperature e densità. Il suolo rovente scalda l’aria sottostante, creando uno strato meno denso che riflette il cielo, simulando specchi d’acqua o oasi inesistenti, o deformando oggetti all’orizzonte”.
L’immagine dello specchio è molto azzeccata, sia perché aiuta, meglio di tanti astrusi ragionamenti, a capire chi siamo, anche nella nostra umiltà cristallina. Niente va posto tra noi e Dio. Lo specchio, se è puro, riflette fedelmente la realtà. Del resto la stessa scienza ci dice che tutto deriva dalla luce, e nell’antica lingua greca esiste una parola poetica per indicare “uomo”, φώς, che significa luce. Non vi sembra allora assurdo e contro natura coprire chi in realtà “siamo”, ovvero che siamo luce?
Passiamo al terzo brano: il racconto della guarigione di un cieco dalla nascita. Già l’ho commentato più volte: vorrei qui limitarmi a qualche riflessione che potrebbe sembrare frammentaria, ma non è questo il mio intento.
Il brano inizia: “Passando, il Signore Gesù vide…”. Gesù era appena uscito dal tempio per sfuggire alle pietre, che alcuni ebrei, dopo il durissimo scontro avuto con lui, gli avevano gettate contro per ucciderlo. Se la narrazione dei fatti ha questi tempi così stretti, Gesù imperterrito si mette in cammino con i suoi discepoli. Ecco, “vede” un cieco ai bordi della strada. Forse Giovanni vuol far subito notare che il cieco non era lui, Gesù, ma quei giudei che volevano ucciderlo, accecati dall’odio per essere stati accusati di essere in preda al diavolo. Gesù, dunque, esce dal tempio: si distacca dal tempio, ecco una “sconnessione”. Gesù “passando vide”: ecco una “connessione”. Gesù si stacca dal tempio, luogo dominato dalla cecità, per unirsi alla gente che ha bisogno di uno che vede la realtà.
Il bene richiede un legame stretto tra passare e vedere. Si può passare senza vedere. C’è una notevole differenza tra i due verbi: vedere e guardare. Si guardano le cose e le persone in fretta, con superficialità, senza “vederle” nella loro interiorità. Con lo sguardo tutto è anonimo, un numero. Vedere è saper distinguere una persona dall’altra, considerarla nella sua singolarità. Prima del passaggio di Gesù, nessuno aveva “visto” quel cieco ai bordi della strada. Tutti gli avevano dato solo uno sguardo indifferente e se ne erano andati per i loro affari. Sì, perché si può passare anche ad occhi spenti, fisicamente aperti ma con la testa chissà dove, altrove. Come nella parabola del buon samaritano, il levita e il sacerdote guardano quel tizio malmenato dai briganti e se ne vanno, a differenza del buon samaritano che vede e si ferma.
Insisto sul vedere di Gesù. Leggendo il brano di oggi saremmo quasi catturati dagli occhi spenti di quel cieco. In fondo, sarà lui il protagonista. Riavuta la vista, Gesù scompare, lasciando solo il miracolato a difendersi dalle accuse dei farisei. In realtà, al centro del brano ci sono sempre gli occhi aperti di Gesù.
Se quegli occhi di Gesù non fossero stati aperti nella Luce divina, così da vedere quel cieco dalla nascita ai bordi della strada, il miracolo non sarebbe successo; e quel che segue, cioè una girandola anche ironica e divertente di critiche e di polemiche, è la premessa al secondo miracolo: il dono della fede.
Dunque, in primo piano sono sempre gli occhi aperti di Gesù. “Passando vide”. Occhi sì aperti, ma nella Grazia divina, o, usando un altro termine, occhi con il colore o il profumo della tenerezza. Possiamo anche avere aperti gli occhi, ma in modo gelido, calcolato, senza quella empatia che solo la Grazia sa creare.
Commenta don Angelo Casati: «All’inizio ci furono i suoi occhi e il colore di quegli occhi. Lasciatemi dire, il colore della tenerezza. Senza quegli occhi e senza quel colore, nulla sarebbe accaduto. Tutto si sarebbe impantanato nelle discussioni accademiche dei discepoli: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”».
Ancora: «I tuoi occhi come lampada. Come grembo: sono il grembo da cui sguscia ogni tuo gesto. Se ho occhi meschini non farò altro che gesti senza orizzonti, meschini. Se ho occhi di competizione, non faro altro che gesti gretti, rancorosi. Se ho occhi spietati, non farò altro che gesti disumani; se ho occhi bui, non farò altro che gesti volgari, da dimenticare, morti. Ma se i tuoi occhi abbracciano il mondo farai gesti che abbracciano il mondo. Se i tuoi occhi sono un lago di tenerezza, farai gesti di vicinanza che incantano, che rialzano la vita. Se i tuoi occhi sono semplici, sincerità e affidabilità saranno il segreto della vita che ti circonda. Se i tuoi occhi piangono, alla distruzione della terra, farai gesti che trattengono il respiro della terra. E se dentro gli occhi, nel cuore, ti canta la luce, che grande sarà la luce».
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