Referendum. Prosperi obbliga CL al sì: senza accordo non c’è unità. AUDIO SHOCK

da silerenonpossum
11 marzo 2026

Referendum. Prosperi obbliga CL al sì:

senza accordo non c’è unità. AUDIO SHOCK

Milano – L’incontro della Diaconia centrale della Lombardia, svoltosi ieri, 10 marzo 2026, nel teatro dell’istituto di via Rombon, a Lambrate, avrebbe dovuto rappresentare un momento di confronto interno. Ha invece consegnato l’immagine di un movimento sempre più piegato a una logica di allineamento, nel quale la distinzione fra fede, appartenenza comunitaria e scelta politica viene progressivamente dissolta fino a produrre un clima che ha tutti i tratti dell’abuso di coscienza.
L’ordine del giorno era già eloquente. Il primo punto prevedeva il «Confronto sul volantino della CdO per il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026», con domande su impatto, uso nelle comunità, chiarimenti emersi. Il secondo introduceva una breve presentazione del quarto capitolo di All’origine della pretesa cristiana. La giustapposizione non è secondaria. Da una parte un’indicazione precisa su un voto referendario; dall’altra il repertorio identitario del movimento. In questo accostamento si è rivelata tutta la torsione imposta da Davide Prosperi a Comunione e Liberazione: la politica assorbita dentro il vocabolario dell’esperienza cristiana, la prudenza civile trasformata in verifica di fedeltà comunitaria.

Prosperi e quell’irruzione nella coscienza

Il volantino della Compagnia delle Opere non lascia spazio a letture accomodanti. Il testo conduce il lettore verso una conclusione univoca, fino ad affermare che «la scelta di votare SÌ appare come la soluzione più ragionevole». Anche il percorso argomentativo è costruito in questa direzione: il NO viene associato al blocco di un tentativo di rinnovamento del sistema, mentre il viene presentato come la via per rendere la giustizia più equilibrata. Non si è di fronte a uno strumento neutrale di informazione. Si è di fronte a un testo di orientamento politico chiaro, pensato per accompagnare e indirizzare il corpo del movimento verso una determinata opzione referendaria.
Che questo testo sia stato posto al centro della riunione di un organismo composto da circa 400 persone, scelte in modo arbitrario da Prosperi per occupare i seggi di un ente che pretende di rappresentare circa quindicimila membri di Comunione e Liberazione, basta già a misurare la sproporzione del metodo. Quando una struttura così ristretta, nominata dall’alto, viene usata per omogeneizzare la linea politica di un intero movimento ecclesiale, la parola partecipazione diventa una formula ornamentale. Qui non si vede alcun processo reale di confronto; si vede piuttosto una catena di trasmissione. Ancora più grave è il contesto degli interventi. Durante l’incontro hanno preso la parola diversi membri, fra cui alcuni magistrati, uno in pensione e una in servizio presso il Tribunale di Brescia. Tutto ha contribuito a costruire un ambiente nel quale la libertà del giudizio viene compressa non attraverso un divieto formale, ma mediante un sistema di suggestione autorevole, di pressione ambientale, di vincolo identitario.
È però nelle parole finali di Davide Prosperi che il quadro assume contorni ancora più allarmanti. Il presidente prova dapprima a mettersi al riparo, riconoscendo formalmente che si possa anche arrivare a votare no. Ma quella concessione arriva solo dopo che qualcuno, con raro coraggio, aveva contestato la linea dettata dall’alto. Non è irrilevante che Prosperi lo abbia definito proprio così, “coraggioso”: un’espressione che, nel contesto e nel tono, non ha il sapore dell’apprezzamento, ma quello dell’avvertimento. Come a dire: sappiamo chi sei, abbiamo preso nota. Subito dopo, però, formula il vero principio che regge il suo discorso: «Altro è contestare la pretesa della compagnia di dire la posizione nostra». È qui che cade il velo. Il problema non è più la bontà o meno di una riforma costituzionale. Il problema diventa la legittimità stessa della compagnia di esprimere una posizione vincolante per tutti, posizione con cui ciascuno sarebbe chiamato a confrontarsi non come cittadino libero, ma come membro di un corpo la cui unità esige convergenza.
Lo sviluppo successivo del ragionamento è ancora più eloquente. Prosperi afferma: «Se non siamo d’accordo, è un dolore, perché la nostra unità, la nostra comunione, arriva fino ad essere d’accordo». Poi insiste: «Riconosciamo questo luogo come il luogo generativo del mio io». Infine, giunge al passaggio più rivelatore: «Se io so che questa compagnia, e magari anche chi guida questa compagnia, mi vuole bene, ma perché deve fare una cosa che è contro di me? Forse c’è qualcosa che devo ancora capire». Queste frasi descrivono una precisa antropologia del potere. La compagnia diventa il luogo che genera l’io, la guida viene presunta benevola per definizione, il dissenso viene reinterpretato come carenza di comprensione, ritardo di maturazione, insufficiente cammino personale.
In questo modo il giudizio politico non resta più nell’ambito proprio delle scelte contingenti, fallibili, discutibili. Viene progressivamente trasferito nel territorio della coscienza, dell’appartenenza, della comunione. Il dissenso non viene proibito in termini espliciti; viene reso spiritualmente sospetto. Chi non converge con la linea del movimento non appare come uno che ha elaborato responsabilmente un giudizio differente. Appare come uno che non ha ancora capito, che non si è ancora lasciato generare abbastanza, che non si è ancora affidato davvero a una compagnia che gli vuole bene. È una tecnica di governo sottile, ma per questo ancora più insidiosa. Non impone con la forza; colpevolizza la libertà.
Registrazione di una parte dell’intervento di Davide Prosperi

 

Abusi di coscienza nel movimento

A questo punto diventa indispensabile chiamare le cose con il loro nome. Per farlo, è utile prendere il libro di dom Dysmas de Lassus, Schiacciare l’anima. Gli abusi spirituali nella vita religiosa. Il testo fissa un principio essenziale: «nessuna persona ha autorità sulla coscienza di un’altra». È un criterio dirimente. Ogni volta che una guida, un superiore, una comunità o una struttura pretende di collocarsi come interprete privilegiato della coscienza altrui, si entra in una zona di violazione gravissima. De Lassus formula anche un giudizio netto: «Chi si impone alla coscienza altrui non lo tratta come un essere umano». È una frase dura, ma necessaria, perché spazza via tutte le attenuanti sentimentali con cui simili pratiche vengono spesso mascherate.
Il libro descrive con lucidità anche la forma indiretta di questa violenza. L’abuso, spiega de Lassus, può passare attraverso «invito, incoraggiamento, rimprovero di mancanza di fiducia», fino a trasmettere un messaggio del tipo: «Tu sei libero, ma se non lo fai, non sei un buon monaco». La dinamica ascoltata a Lambrate è di impressionante somiglianza. Formalmente si concede libertà. Sostanzialmente la si svuota. Si dice che uno può anche votare diversamente, ma poi si precisa che il vero problema è contestare la posizione della compagnia; si insiste sul dolore della mancata unità; si suggerisce che il singolo abbia ancora qualcosa da capire; si presenta il luogo comunitario come origine del suo stesso io. La libertà viene lasciata in piedi come formula; la coscienza viene lavorata dall’interno fino a renderla docile. De Lassus coglie il cuore del fenomeno quando scrive che l’abuso spirituale consiste nel far percepire alla persona che «la volontà di Dio su di te ti viene dall’esterno e tu devi sottometterti a tutto ciò che ti è chiesto». È esattamente la deriva che si intravede nelle parole di Prosperi. Non solo si dichiara apertamente che quella è l’unica via ma si condisce la cosa con un linguaggio di comunione, di cammino, di positività, di fiducia. Queste persone stanno mettendo il cammino di fede sullo stesso piano di un referendum sulla giustizia di un ordinamento statale. E suggeriscono che il bene del singolo è già custodito dalla compagnia e che l’eventuale obiezione nasce da un difetto di comprensione. È in questo modo che la guida, anche se sarebbe meglio chiamarlo Guru, si installa, di fatto, nel luogo che non le appartiene: il foro interno.
Il problema, allora, non è soltanto l’invasione del terreno politico da parte di un movimento ecclesiale. Il problema è più profondo e più oscuro. È il formarsi di una cultura nella quale l’obbedienza non si limita più agli ambiti propri della vita associativa, ma pretende di estendersi fino al discernimento civile e al giudizio personale. È la trasformazione della compagnia in criterio totale, capace di interpretare il bene, definire l’unità, leggere il dissenso come ferita, chiedere affidamento preventivo.
Quanto accaduto a Lambrate, letto insieme alla passerella offerta questa estate a Giorgia Meloni al Meeting di Rimini, consente di cogliere la natura reale della svolta impressa da Prosperi. Siamo davanti a un disegno coerente. È lui stesso, del resto, a lasciarlo intendere, riconoscendo che da anni non si assisteva più a una simile presa di posizione: sotto la guida di don Julián Carrón, il presidente non avrebbe mai osato dire ai membri di Comunione e Liberazione che cosa votare e a chi accordare il proprio sostegno. Qui sta il punto decisivo: un movimento nato per educare alla fede viene progressivamente piegato fino a diventare un apparato di mobilitazione ideologica.

Una complicità più che inerzia

Il dato più inquietante è che tutto questo avviene con l’inerzia, anzi con l’oggettivo avallo, della Santa Sede. Da tempo emergono segnali sempre più evidenti di una gestione del movimento segnata da verticalismo, pressione psicologica, confusione fra piani distinti, uso improprio del linguaggio ecclesiale per ottenere conformità. Eppure, da Roma non arriva alcun intervento capace di interrompere questa deriva. Anzi, Prosperi continua ad urlare in faccia a tutti: “Io sono nominato dalla Chiesa!”
L’inerzia della Santa Sede è oggi una vera e propria complicità perché consente ai responsabili di continuare, e ai membri di credere che tutto sia legittimo. De Lassus osserva che quando un’impostazione deviata diventa la cultura che impregna una comunità, il suo «sistema immunitario interno» smette di funzionare e «solo un intervento esterno potrà essere efficace». È difficile non applicare questa analisi a quanto sta accadendo in Comunione e Liberazione. Quando la contestazione interna viene risucchiata nel linguaggio della comunione ferita; quando la libertà di coscienza viene disinnescata mediante il ricatto affettivo; quando la politica viene caricata di implicazioni identitarie; quando il vertice si presenta come luogo generativo dell’io, non si è più davanti a un semplice errore di impostazione. Si è davanti a una patologia del potere spirituale. Si tratta di una questione che la Chiesa non può continuare a eludere. Gli abusi spirituali e gli abusi di coscienza non esplodono soltanto nei contesti claustrali o ad opera del clero. Possono insinuarsi nei movimenti più visibili, nei gruppi più radicati, nelle leadership più protette, specialmente quando il linguaggio della fede viene usato per sottrarre il potere al controllo e la coscienza al suo spazio inviolabile. È precisamente questo il punto che oggi emerge da Lambrate. Non un incidente. Non una frase infelice. Non una semplice forzatura polemica. Un vero e proprio metodo.
E quel metodo, ormai, appare in tutta la sua gravità: si sceglie una classe dirigente dall’alto, si orienta il corpo del movimento, si costruisce una pressione comunitaria attorno a un testo schierato, si presenta il dissenso come dolore dell’unità, si attribuisce alla compagnia il compito di generare l’io, si pretende fiducia preventiva verso chi guida e si assorbe infine la libertà politica dentro un rapporto di dipendenza spirituale. Questo non è accompagnamento. È occupazione della coscienza.
Che cosa sta aspettando la Santa Sede ad intervenire prima che scoppi uno scandalo di dimensioni stratosferiche in questo movimento?
d.L.V.
Silere non possum
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da silerenonpossum
15/03/2026

Fraternità San Carlo,

troppe uscite e troppe ombre:

ora servono risposte

Roma – La Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo è oggi al centro di un numero crescente di testimonianze che parlano di abusi di coscienza, dinamiche formative distorte, controllo delle persone e una gestione della vita interna che, secondo il racconto di diversi sacerdoti che sono ancora dentro o che hanno lasciato questa realtà, ha prodotto ferite profonde.
Negli ultimi anni, infatti, sono numerosi i sacerdoti che hanno lasciato la Fraternità San Carlo. Non si tratta di casi sporadici, né di episodi facilmente liquidabili come vicende personali o crisi individuali. Quando le uscite si moltiplicano e quando, accanto ai numeri, emergono testimonianze così circostanziate, la questione non può essere ridotta a un insieme di fragilità soggettive. Il punto diventa inevitabilmente il metodo formativo, il modello di governo, il rapporto tra autorità e coscienza, la qualità del discernimento e la libertà reale lasciata alle persone.
Si tratta di un clima che è diffuso in Comunione e Liberazione al momento, lo abbiamo visto riemergere anche nelle scorse ore, con la pubblicazione dell’audio in cui Davide Prosperi, rivolgendosi alla Diaconia centrale della Lombardia, alza la voce e afferma che chi non vota sì al referendum non sarebbe in comunione.
Le testimonianze nella San Carlo sono numerose e presentano tratti molto particolari. Proprio questa loro specificità, la convergenza su dinamiche ricorrenti e il tenore dei racconti destano preoccupazione. In più voci tornano i temi della commistione tra foro interno e foro esterno, della pressione esercitata nei colloqui con i superiori, della richiesta di una apertura totale della coscienza, della difficoltà a dissentire senza subire conseguenze, della creazione di un clima chiuso, nel quale chi lascia viene guardato con sospetto o trattato come un corpo estraneo.
Si tratta di elementi troppo seri per essere archiviati con leggerezza. Anche perché non riguardano soltanto il benessere psicologico delle persone coinvolte, ma toccano il cuore stesso della formazione ecclesiale: la libertà del discernimento, la distinzione dei fori, la tutela della coscienza, il rispetto della persona nei passaggi più delicati della vita vocazionale e sacerdotale. Colpisce, allora, che davanti a questo accumularsi di racconti, a questo esodo di sacerdoti e a queste segnalazioni così insistenti, non sia mai stata commissionata una visita apostolica alla Fraternità San Carlo. È un dato che pesa. In altri casi la Santa Sede ha ritenuto necessario verificare, ascoltare, approfondire, inviare visitatori. Qui, invece, nonostante il quadro che emerge appaia sempre più grave, non risulta che sia stato disposto uno strumento di accertamento adeguato.
Eppure sarebbe stato il minimo. Non per emettere condanne preventive, ma per prendere sul serio ciò che tanti sacerdoti raccontano. Quando una comunità formativa vede crescere negli anni il numero di coloro che se ne vanno; quando le testimonianze descrivono pressioni, paure, rigidità, meccanismi di controllo e ferite ancora aperte; quando più presbiteri, anche a distanza di tempo, restituiscono un’immagine tanto precisa quanto inquietante, il compito dell’autorità ecclesiale non può essere quello di voltarsi dall’altra parte.
Nelle prossime ore il Santo Padre Leone XIV incontrerà i vertici della Fraternità San Carlo. È un appuntamento che, alla luce di quanto sta emergendo anche nel movimento di CL, non può passare inosservato. È certamente il momento giusto per chiedere conto del quadro che emerge dal racconto dei presbiteri che oggi sono dentro la comunità e di quelli che l’hanno lasciata.
La credibilità della Chiesa, soprattutto dopo anni in cui si è molto parlato di abusi e di tutela delle persone fragili, si gioca anche qui. Si gioca nella capacità di non minimizzare il dramma dei presbiteri e dei seminaristi, di non proteggere gli assetti interni, di non trasformare ogni denuncia in un fastidio da contenere. Si gioca nel coraggio di guardare in faccia ciò che emerge da una comunità che, per troppo tempo, sembra essere rimasta sottratta a una verifica vera.
d.F.V.
Silere non possum
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da silerenonpossum
17 marzo 2026

Comunione e Liberazione.

Quella verità che brucia a tal punto che…

Milano – Nei giorni scorsi si è svolto un incontro della Diaconia centrale della Lombardia nel teatro dell’istituto di via Rombon, a Lambrate, Milano. A quell’incontro era presente, ovviamente, Davide Prosperi, e Silere non possum ha già evidenziato e portato alla luce le parole gravissime da lui utilizzate per convincere i membri del movimento a votare sì.
Peraltro, il livello degli abusi di coscienza all’interno di questo movimento ha ormai raggiunto una soglia tale che perfino le persone messe a tacere si affrettano a scrivere in difesa di Prosperi, per timore di essere accusate di aver fatto circolare le registrazioni audio. È un meccanismo che padre Dysmas de Lassus ha descritto con grande lucidità nel suo libro sugli abusi. In Comunione e Liberazione la libertà, semplicemente, non esiste più: chi parla viene isolato, chi dissente viene emarginato.

Il tentativo di delegittimare

Da quando sono emerse le registrazioni audio, Davide Prosperi è andato completamente fuori controllo e ha richiamato in servizio i gestori degli psico-blog, gli stessi che avevano già scritto su suo mandato e diffamato un sacerdote di CL per prestarsi all’ennesima difesa d’ufficio. Prosperi, tuttavia, non sembra ancora essersi reso conto di un fatto elementare: se si intende attaccare una testata giornalistica internazionale che pubblica documenti, occorre farlo con uno strumento di pari rilievo e, soprattutto, con lo stesso metodo, cioè pubblicando documenti capaci di smentire l’inchiesta di Silere non possum.
Non si può certo affidare una controffensiva a uno psico-blog gestito da repressi padri di famiglia che, frustrati e insoddisfatti della propria esistenza, si improvvisano maestri di cattolicità per impartire lezioni ai preti. E se poi quell’articoletto commissionato viene inoltrato compulsivamente a tutti i membri del movimento, il significato è uno solo: si sa benissimo che quei blog non li legge nessuno. Silere non possum, invece, non ha alcun bisogno di campagne di inoltro artificiale, dal momento che raggiunge oltre 4 milioni di utenti ogni mese. Ma questi, in fondo, sono dettagli. Andiamo oltre.

Guardiamo meglio dentro lo spioncino

Come accade quasi sempre, questi personaggi, quando parlano degli altri, finiscono per rivelare molto più di sé stessi che di coloro che vorrebbero colpire. Parlano di “blog” nel maldestro tentativo di delegittimare, quando i blog, in realtà, sono precisamente i loro, non certo le testate giornalistiche internazionali regolarmente registrate che cercano di aggredire. E parlano di gossip riferendosi a realtà che, al contrario, pubblicano documenti, atti e dati verificabili, mentre gli unici che da anni campano di chiacchiericcio, vita privata dei preti e dettagli irrilevanti – perfino su dove si alleni il Papa – sono proprio loro: non i giornali riconosciuti a livello internazionale. In sostanza sono quelle realtà gestite proprio come dei blog, sui quali scrivono i madonnari delle fondazioni, sempre intenti a muoversi dove passano denaro, relazioni e piccoli interessi di bottega.
C’è poi da chiedersi che cosa intendano per “gossip”, dal momento che una parte consistente di ciò che pubblicano non è altro che un copia e incolla sistematico, da almeno cinque anni, di quanto Silere non possum documenta e rende pubblico. In sostanza, il meccanismo è sempre lo stesso, ed è quello tipico di certi fascistelli: se dici ciò che a loro piace, allora è vero; se invece pubblichi ciò che li disturba (o disturba i loro sponsor), allora diventa gossip. Un criterio miserabile, che dice molto non soltanto della loro disonestà intellettuale, ma anche di un analfabetismo funzionale ormai dilagante. Del resto, sappiamo bene a quale livello sia precipitata in Italia una certa stampa – o, più precisamente, una certa gente che ama autoproclamarsi tale.
Il sistema, lo abbiamo già scritto varie volte, è quello usato da Antonio Socci e di tutta questa parte di CL: la Chiesa ci è utile per i nostri interessi. Sia per le nostre fisse “morali” (che impongono ad altri, non certo a sé stessi), sia per le idee politiche. È per questo che su questi psico blog ci sono più invettive contro il Papa e molti elogi a Donald Trump o ai vari leader fascisti in giro per il pianeta terra. Non si può che sorridere nel vedere alcuni barbapapà che borbottano un po’ nel tentativo di farsi anche pubblicità parlando degli altri.
Un elemento, tuttavia, va sottolineato, anche perché qualcuno ha ricordato di aver parlato del caso di quel sacerdote che Davide Prosperi ha attaccato più volte e che da anni viene esposto a una sistematica opera di delegittimazione. Questi psico-blog sostengono di essersene occupati, così come sottolineano che anche Silere non possum abbia scritto di quel caso. Ma la domanda, a questo punto, è molto semplice: la deontologia professionale non impone forse che, quando qualcuno pubblica documenti che tu non avevi, e quei documenti dimostrano che hai scritto sciocchezze, tu debba rettificare? No. Loro preferiscono parlare di gossip quando si riferiscono a giornali internazionali che pubblicano documenti. Le loro invettive, invece, confezionate come vere e proprie marchette per chi li usa per diffamare altri senza esibire un solo documento, che cosa sarebbero?
E quando Silere non possum affronta una realtà complessa come un’intera fraternità, sulla quale convergono numerose testimonianze, è semplicemente ridicolo insinuare che “non pubblichi”, soprattutto se questa contestazione proviene da un blog di impronta fascistoide che, a sua volta, non pubblica documenti né prove di ciò che afferma (in generale, non in questo caso). Del resto, chiunque si ritenga diffamato non ha certo bisogno di difese d’ufficio: può agire nelle sedi opportune come meglio crede, anche perché Silere non possum dispone di centinaia di documenti che non esiterebbe affatto a rendere pubblici e a riversare in atti. Per noi non sarebbe affatto un problema, tutt’altro. Ed è precisamente lì, semmai, che si accerterebbe chi diffama e chi, invece, dice la verità.
Se invece scrivi un articolo contro un singolo prete, lo fai in modo meschino e contando sul fatto che quel prete non ti querelerà, allora sì: quello è amore per il gossip. Se, al contrario, conduci un’inchiesta su più persone, senza perdere ore a disseminare omissis su centinaia di documenti per tutelare la privacy, e descrivi i problemi strutturali di un’intera realtà, allora siamo su un piano del tutto diverso. Ma non è detto che chi, tracagnotto, gioca a fare il direttore di Topolino abbia gli strumenti per comprendere una differenza tanto elementare. Resta il fatto che sono bastati pochi documenti per mettere a tacere questi cortigiani di professione e far emergere, con chiarezza, le falsità che avevano scritto sul prete di CL per conto di Prosperi.
Si tratta dei soliti mistificatori, che deformano la realtà per ingannare i lettori, i quali peraltro trattano sempre come deficienti, come se non fossero in grado di accorgersi di nulla. Nulla di nuovo sotto il sole. Che cosa rivela questa vicenda? Rivela che chi, in incontri anch’essi registrati, afferma che “è tutto vero” ciò che questi “scribacchini” scrivono per suo conto, è in realtà organicamente legato a loro. Li fa partecipare alle proprie Scuole di comunità e, con ogni evidenza, detta anche la linea di ciò che devono scrivere. Il problema è che non passa loro neppure i documenti, e infatti i loro articoli finiscono per essere clamorosamente lontani dalla realtà.
Considerato, dunque, che questi personaggi scrivono per conto di qualcuno e che, per di più, scrivono sciocchezze anche sul piano ecclesiale – perché nessuno vieta a chicchessia di esprimere la propria opinione sul referendum, mentre ben altra cosa è sostenere che non votare come indica il movimento significhi spezzarne l’unità – pubblichiamo integralmente la registrazione, dalla quale emergono ulteriori frasi e considerazioni ancora più imbarazzanti di quelle già note.
Audio
E poiché Silere non possum è letto anche dentro le mura, dove certi psico-blog non sanno neppure che cosa siano, ciascuno potrà valutare da sé la situazione e misurare lo stato reale di un movimento nel quale si consumano abusi interni molto gravi e nel quale si agisce anche in questo modo per tentare di delegittimare chi dà voce a chi non ha voce. Ricorda forse qualcuno? Sì. Ricorda esattamente ciò di cui abbiamo parlato nel podcast di oggi.
Marco Felipe Perfetti
Direttore Silere non possum

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