L’EDITORIALE
di don Giorgio
«E la Parola zittì chiacchiere mie!».
Clemente Rebora (1885-1957), sacerdote rosminiano, in una sua poesia così scrisse parlando della sua conversione: «E la Parola zittì chiacchiere mie!».
Quale Parola? Il Logos eterno!
Sì, il Verbo divino mette a tacere ogni nostra chiacchiera, ovvero parole inutili. E dovrebbe zittire qualsiasi parola, perché il nostro dire è sempre fastidioso, supponente, invadente, mette a rischio la purezza del Logos divino.
Più aggiungiamo parole nostre, più il Mistero divino si allontana, e rimaniamo con un sacco di bestemmie.
Sì, ogni parola che diciamo in più è una blasfemia: profana il Logos eterno.
Dio non parla, anche se la Bibbia usa l’espressione antropomorfica: “Dio disse…”, da non intendere dunque in senso letterale. Dio parla attraverso i suoi Profeti, che sono dunque voce autorevole di Dio.
Logos è una parola forse più azzeccata, anche se lontana ancora dal Mistero che affascina o parla solo in quanto Luce.
Il Logos ci parla nel nostro intimo, con l’intelletto attivo che è Luce. Possiamo dire che la migliore Parola di Dio è la sua Grazia, il Dono dello Spirito.
Ho voluto richiamare la necessità di rispettare il Mistero divino, anche in occasione del Mistero pasquale.
La cosa paradossale è questa. Forse, senza forse, sul Natale sono stati scritti più libri che sul Mistero pasquale, e pensare che il primo nucleo della predicazione apostolica (“kerigma”) era: “Cristo ha patito, è morto ed è risorto”. Lo possiamo sapere per lo spazio che i quattro Vangeli hanno dato alla narrazione della passione del Logos incarnato. I racconti sulla nascita, secondo Matteo e Luca, sono entrati nella prima predicazione orale molti anni dopo il “kerigma”. Ancora. I racconti sul Cristo risorto nelle sue più strane apparizioni sono del tutto frammentari. Ogni evangelista ha un suo criterio, non sempre però evidente. L’apparizione a Tommaso l’incredulo sembra quella più significativa. Gesù dice: “Beati coloro che credono senza prove carnali”.
Credere è sintonizzarsi sul Logos eterno che ha i suoi “gemiti inesprimibili”, come scrive san Paolo. L’Apostolo tenta di intuire qualcosa, e balbetta quando parla dello Spirito o del Mistero divino.
Già soffermarci sul termine ebraico “pasqua”, che significa passaggio, in riferimento alla liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù egiziana può essere fuorviante: odora ancora troppo di un linguaggio fortemente antropologico. I Mistici ci invitavano a evitare tale linguaggio, anche se bisogna pur dire qualcosa.
Forse sono più nel giusto i Quietisti del ‘600, che davanti al Mistero divino tacevano e facevano tacere ogni emozione, sentimenti, stati d’animo, in una contemplazione del tutto “passiva”. Il soggetto davanti al Mistero si annulla, per subire tutto l’incanto delle Luce sempre esplodente del Mistero divino.
Proprio per questo la Chiesa istituzionale, che temeva di perdere la sua invadenza, li ha duramente condannati, imponendo i suoi documenti, dogmi, una sfilza di parole che hanno coperto o seppellito il Mistero divino.
Se vogliamo tentare di dire qualcosa sulla Risurrezione, riflettiamo sulle parole del cardinale Carlo Maria Martini: “uno scoppio di luce”. Una sola scintilla potrebbe illuminare il nostro mondo interiore. E da qui, dalle scintille di ogni essere umano, potrebbe partire una vera sconvolgente rivoluzione.
04/04/2026
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