Le casalinghe ucraine hanno rivoluzionato la dottrina militare

da www.huffingtonpost.it
31 Marzo 2026

Le casalinghe ucraine hanno rivoluzionato

la dottrina militare

di Claudio Paudice
Il Ceo del colosso tedesco Rheinmetall irride i droni ucraini “fatti in cucina con stampanti 3D”. La replica è spietata: un Patriot costa 4 milioni di dollari, un drone 2mila. Ma coi droni è stato inferto il 90% delle perdite russe. Come si inverte (e la Germania non lo sa) il rapporto fra costi e letalità. Intesa bellica e commerciale coi paesi del Golfo
Solo nell’ultima settimana la Russia ha lanciato contro le città dell’Ucraina più di tremila droni, in gran parte neutralizzati dagli intercettori e dalla contraerea di Kiev. È un copione che si ripete da oltre quattro anni, e che ha spinto re ed emiri del Golfo Persico a invitare personalmente Volodymyr Zelensky nei loro Paesi. Il presidente ucraino appena rientrato dal suo viaggio in un Medio Oriente infuocato dalla guerra tra Iran, e Stati Uniti e Israele, ha portato a casa tre accordi decennali con Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar. Accordi di cooperazione militare, ovviamente, inclusa la creazione di linee di produzione congiunte, scambi di sistemi d’arma, e consulenza avanzata nella difesa dagli sciami di droni di fabbricazione iraniana. “Stiamo parlando di una collaborazione decennale. Abbiamo già firmato un accordo in tal senso con Riad, uno simile con Doha e un altro con Abu Dhabi, sempre della durata di 10 anni”, ha detto Zelensky ai giornalisti durante un briefing. “In questi 10 anni ci impegneremo nella coproduzione, costruendo impianti in entrambi i Paesi e linee di produzione sia in Ucraina che in questi Paesi”, ha aggiunto. Tra le altre cose, ha offerto di scambiare i suoi intercettori di droni con i missili antiaerei, molto più costosi, utilizzati dagli Stati del Golfo per abbattere i droni iraniani e necessari a Kiev per contrastare gli attacchi con missili balistici.
Insomma c’è un motivo per cui i Paesi del Golfo hanno voluto incontrare Zelensky e non, ad esempio, Armin Papperger. Si tratta del Ceo di Rheinmetall, colosso della difesa tedesca specializzato nella produzione di artiglieria pesante e munizioni, che pochi giorni fa ha creato un antipatico caso tra Kiev e Düsseldorf per aver apertamente deriso l’industria militare ucraina. Parlando con la rivista The Atlantic, infatti, Papperger ha paragonato i produttori di droni ucraini a “casalinghe che realizzano componenti nelle loro cucine con stampanti 3D”. Ha poi ulteriormente sminuito la tecnologia militare di Kiev dicendo che è “come giocare con i mattoncini Lego. Questa non è innovazione”. Sarà pur vero: magari la produzione ucraina non sarà l’ultima avanguardia, ma certamente la sua efficacia su larga scala ma a basso costo è comprovata. Le parole di Papperger hanno perciò innescato una dura reazione nel Paese che in quattro anni ha dovuto creare da zero un’industria militare avanzata per difendersi dagli incessanti attacchi missilistici e con droni di fabbricazione iraniana, i famigerati Shahed, condotti dalla Russia di Vladimir Putin. “Se ogni casalinga ucraina è davvero in grado di costruire droni”, ha replicato Zelensky direttamente al Ceo tedesco, “allora ogni casalinga ucraina può anche diventare presidente del consiglio di amministrazione di Rheinmetall. Mi congratulo con la nostra industria della difesa per questo alto livello”.
Anche Alexander Kamyshin, consigliere del presidente, ha attaccato Papperger. “Rheinmetall sostiene che i nostri droni Lego siano costruiti da casalinghe nelle loro cucine. Fantastico. Nel frattempo, i nostri droni Lego hanno distrutto più di 11mila carri armati russi”, ha scritto sabato su X. Rheinmetall, senza scusarsi apertamente, ha provato poi a ricucire, affermando di avere il “massimo rispetto per gli immensi sforzi del popolo ucraino ⁠nella difesa di se stessi. La forza innovativa e lo spirito combattivo del popolo ucraino sono per noi un’ispirazione”.
Tutto risolto? Forse. Tuttavia lo scontro tra Kiev e il colosso di Düsseldorf non è solo un affare diplomatico ma piuttosto una fotografia di due visioni diverse e opposte, una moderna e una più antiquata, su come, per dirla brutalmente, si fanno le guerre nei tempi che corrono. Guerre asimmetriche, elettroniche e da remoto, e quindi diretta espressione della potenza tecnologica e industriale. Dal suo punto di vista, Rheinmetall, pur esplorando le nuove frontiere, prevede di mantenere il suo focus sulle armi pesanti, compresi carri armati e artiglieria, nonostante la crescente prevalenza sul campo di battaglia di droni economici che possono distruggerli. L’industria ucraina è riuscita in quattro anni da zero a quattro milioni di droni prodotti all’anno. Una necessità evidentemente così forte da farsi virtù e modellare l’intero apparato bellico dell’Ucraina di fronte all’avanzata del potente esercito di Mosca, grazie a una produzione massiva, estremamente distribuita e in continua e rapida espansione, di droni di ogni tipo: kamikaze (first-person-view), da ricognizione e a lungo raggio. E pensare che nel 2022, anno dell’invasione russa, la difesa sguarnita di Kiev riusciva a produrre meno di duemila unità, mentre oggi i droni di Kiev sono la causa di oltre due terzi delle perdite di equipaggiamenti di Mosca. Zelensky aveva offerto il supporto ucraino anche agli Stati Uniti nella loro guerra all’Iran, ma lo spaccone Trump ha brutalmente declinato l’invito affermando che l’America non ha bisogno dell’aiuto di nessuno. Eppure l’ex inviato speciale degli Usa in Ucraina Keith Kellogg poco prima di lasciare l’incarico aveva ammesso che gli Stati Uniti erano indietro e che Kiev si è affermata come leader mondiale nel campo. Secondo Rand Corporation, in effetti, la produzione complessiva ucraina potrebbe addirittura essere maggiore di tutti i Paesi Nato messi insieme.
Il numero di aziende ucraine nel settore dei droni è passato da circa 10 nel 2022 a oltre 500 nel 2025 e in molti casi hanno già attivato accordi con partner europei, chiamati a colmare un gap abissale. Nella produzione su larga scala più dell’accesso e del ricorso a tecnologie avanzate che possono offrire le più avanzate industrie europee, contano la velocità, la scalabilità e la compressione dei costi che solo i produttori ucraini sono oggi in grado di garantire. L’impiego di piccoli velivoli senza pilota, a basso costo ma capaci di trasportare bombe ed esplosivi, ha rivoluzionato la dottrina militare, dirottando gran parte delle attenzioni della ricerca e dello sviluppo in ambito bellico sulla rapida fabbricazione di massa di droni economici, facilmente riparabili e in costante e puntuale aggiornamento grazie all’esperienza di guerra sul campo sperimentata da Kiev. Un missile Patriot costa quattro milioni di dollari. Un drone intercettore Sting ucraino ne costa duemila.
Tra le tre aziende ucraine leader nella produzione di droni viene annoverata Taf Industries, che nell’ultimo anno ha raggiunto il target di circa 100mila droni al mese, un milione di droni l’anno. Il suo fondatore ha duramente replicato a Papperger, facendo letteralmente a pezzi la sua visione industriale: “Caro Mr Papperger”, ha scritto Oleksandr Yakovenko, “quando hai definito i produttori ucraini di droni come casalinghe in cucina con stampanti 3D hai dimostrato quanto profondamente l’establishment della difesa europeo non comprenda ancora la natura della guerra moderna”. Nel 2025, i droni ucraini hanno effettuato 819.737 attacchi confermati causando il 90% di tutte le perdite in combattimento dell’esercito russo, più di tutte le altre tipologie di armi messe insieme.
econdo Yakovenko in tre mesi i droni Taf avrebbero totalizzato più abbattimenti confermati di tutta la flotta aerea tedesca nell’arco della sua storia. “I nostri droni raggiungono in tre mesi un effetto cinetico maggiore di quello che le vostre piattaforme di punta impiegano in mezzo secolo”.
Evoluzione obbligata per l’industria ucraina, sotto le bombe di Putin per oltre quattro anni. La guerra elettronica russa ha reso pressoché “inefficaci le munizioni occidentali a guida GPS (Excalibur, GMLRS, ecc.)”. E i costosi e complessi sistemi progettati per la superiorità aerea e la classica guerra tra pari “sono diventati facile preda di droni da 500-2.000 dollari che li cacciano dall’alto”. Insomma il rapporto tra costi e letalità si è invertito: “Un proiettile Rheinmetall da 120 mm o un missile anticarro costano più di una dozzina dei nostri droni, eppure i nostri droni risultano ancora più vantaggiosi”.
Le parole di Yakovenko a Papperger sono effettivamente letali come droni carichi di tritolo: “Non è Lego ma darwinismo industriale in tempo reale. Perdiamo fabbriche a causa dei missili e le ricostruiamo in poche settimane. Stampiamo componenti negli scantinati e spediamo 100.000 sistemi d’attacco al mese, mentre i vostri ingegneri hanno ancora bisogno di 3-5 anni e centinaia di milioni di euro per certificare anche un piccolo aggiornamento”. Secondo il fondatore di Taf, in pratica, la guerra in Ucraina non è una anomalia ma la prima guerra tra droni e industria. Effettivamente, il conflitto in Medio Oriente e le difficoltà oggettive incontrate dagli Stati Uniti nella loro “escursione” militare nel Golfo Persico lo dimostrano. “L’invito è aperto, Mr Papperger. Smetta di ridere al tavolo della cucina e venga a scoprire come si combatte davvero la guerra del futuro. Perché la prossima volta che qualcuno chiederà: ‘A cosa servono i carri armati nell’era dei droni?’, la risposta potrebbe essere più semplice di quanto pensi”.
Come riporta Reuters, l’intercettore Sting ucraino ha abbattuto più di 3.000 droni Shahed russi dalla sua diffusione su larga scala nel giugno 2025. Viene prodotto da una unità militare non ufficiale, la società privata Wild Hornets, a un ritmo di 10mila al mese. È in grado di volare a una velocità di 280 chilometri l’ora, con una antenna a 360° e autonomia di 37 chilometri, in modo da inseguire i droni russi da lontano prima di schiantarsi contro di loro con tutto il tritolo. Il loro costo è di circa duemila dollari, molto meno dei ventimila di un drone iraniano Shahed. Un modello di seconda generazione è già stato sviluppato per volare ancora più velocemente e colpire gli Shahed alimentati a reazione che la Russia continua a sviluppare, in una guerra che è prima di tutto di aggiornamento tecnologico rapido e continuo, poi militare. La catena di fornitura dei droni russi – componenti cinesi, assemblaggio prima iraniano e ora russo – ha creato una speculare catena di fornitura, sull’asse tra Kiev e il Golfo. Per questo i leader arabi ora intendono affidarsi all’esperienza ucraina maturata sul campo di battaglia.
Wild Hornets ha affermato che i clienti del Medio Oriente hanno espresso interesse per i suoi intercettori, ma che non stanno negoziando direttamente alcun contratto di esportazione prima di ottenere un via libera dal governo Zelensky. Di certo i sovrani del Golfo Persico, che di guerre ne hanno viste e ora alle prese con oltre i duemila attacchi di Teheran nei loro territori a causa della presenza di basi americane, hanno interesse nell’industria di Kiev. Perché a basso costo, in costante aggiornamento sul campo e con una produzione massiva già in atto. L’esatto opposto dei prodotti bellici tedeschi, al momento.

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