
da la Repubblica
29 APRILE 2026
L’Iran, la Nato, l’Ucraina e la lingua inglese:
tutte le frecciate a Trump nel discorso di re Carlo
dal nostro corrispondente Antonello Guerrera
Il sovrano britannico ha usato l’umorismo per lanciare messaggi chiari al presidente americano
LONDRA – Il discorso del re. Con il suo carisma discreto ma straordinario, il 77enne re Carlo ha conquistato tutti in America. E, per una volta, ha oscurato l’ego di Donald Trump. Che ha provato a prendersi la scena, per esempio con la storia della “cotta” di sua madre per il monarca britannico, oppure twittando la foto con il sovrano e la provocatoria scritta “Two Kings” o persino ponendo una mano sul fondoschiena della moglie Melania. Alla fine, però, non c’è stata storia. Carlo III, una delle pochissime persone che Trump sembra rispettare, ha fatto ridere con il suo british humour, ha appassionato i presenti e ha relegato “The Donald” al ruolo di comparsa.
Un’impresa riuscita sinora a pochissimi. Innanzitutto grazie all’umorismo di Carlo, mai perso nonostante il cancro contro il quale sta combattendo da due anni, con quella leggera ma irresistibile spocchia inglese verso gli ex sottoposti americani. Come per esempio durante il discorso al Congresso statunitense a Washington martedì, quando ha detto: “I nostri destini come nazioni sono stati intrecciati. Come disse Oscar Wilde: ‘Abbiamo davvero ormai tutto in comune con l’America, tranne, naturalmente, la lingua!’”. Risate in aula.
Le battute di re Carlo
Risate ancora più fragorose durante il banchetto di Stato in serata, quando Carlo ha lanciato un’altra stilettata a Trump: “Caro presidente, lei dice che grazie agli americani noi in Gran Bretagna e in Europa oggi non parliamo tedesco. Ma allo stesso potrei dire che, grazie a noi britannici, voi americani oggi non parlate francese”, riferendosi alla battaglia tra inglesi e transalpini per il controllo del Nord America nel XVIII secolo, nella quale prevalsero i primi. Una battuta che ha fatto il giro del mondo, raccolta anche dal presidente francese Emmanuel Macron: “Sarebbe stato molto chic!”.
Mentre Trump incassava il colpo a tavola e ammetteva tra i denti, con i commensali, la bontà dello scherzo di Carlo. E poi un’altra battuta del re nei confronti della controversa e sfarzosa ristrutturazione della East Wing della Casa Bianca voluta da Trump, fino alla punzecchiatura, sempre durante il banchetto di ieri sera, sulla guerra in Iran: “Quando mia madre Elisabetta II venne qui in visita nel 1957 si impegnò molto per migliorare le relazioni tra Usa e Regno Unito proprio dopo una crisi nel Medio Oriente (quella di Suez l’anno prima, che certificò la fine dell’influenza dell’impero britannico nel mondo, ndr). Ora, settant’anni dopo”, ha aggiunto Carlo con amaro sarcasmo, “è praticamente impossibile immaginare qualcosa di simile”, innescando un altro sorriso agrodolce di Trump.
Churchill nudo
Fino a un aneddoto su Winston Churchill: “Pure lui era mezzo americano, e quando venne qui alla Casa Bianca andò a farsi un bagno, Roosevelt entrò nella sua stanza e lo trovò nudo. E allora il presidente Usa, con grande ingegno, reagì così: ‘Beh, sono lieto che non abbia niente da nascondere!’”.
Ma, scherzi a parte, Carlo è stato anche molto serio e sottile, anzi chirurgico. Senza provocare apertamente Trump, ha sottolineato gli argomenti cui lui e il Regno Unito tengono molto, mettendoli in fila, uno dopo l’altro, senza diluirli nel suo discorso, dall’Ucraina alla Nato, fino all’ambiente, tutti temi su cui The Donald è spesso molto critico: “Una inflessibile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo coraggiosissimo popolo: è necessaria per garantire una pace davvero giusta e duratura. Dalle profondità dell’Oceano Atlantico fino alle calotte glaciali dell’Artico, che si stanno sciogliendo in modo disastroso, l’impegno e la competenza delle Forze Armate americane e dei loro alleati sono al centro della Nato, vincolati alla reciproca difesa, a proteggere i nostri cittadini e i nostri interessi, mantenendo al sicuro nordamericani ed europei dai nostri comuni avversari”.
Capito, Donald?
Infine, l’ultimo sberleffo sulla democrazia, perché Charles è sempre stato anche un re politico: “La Società storica della Corte Suprema degli Stati Uniti ha calcolato che la Magna Carta è stata citata in almeno 160 sentenze della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri istituzionali. È per questo motivo che sorge una pietra commemorativa sulle rive del fiume Tamigi, a Runnymede, dove la Magna Carta fu firmata nell’anno 1215. Su questa pietra è inciso che un acro di quell’antico e storico luogo fu donato agli Stati Uniti dal popolo del Regno Unito, a simboleggiare la nostra comune determinazione nel sostenere la libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy”. Forse, nel successo della visita di Carlo, queste rimarranno soltanto belle parole, perché Trump ha il potere di decidere il destino del mondo. E magari, come ha detto lo scrittore Geoff Dyer a questo giornale, il presidente degli Stati Uniti dimenticherà presto questi giorni di riappacificazione e armonia tra Usa, Regno Unito e di conseguenza anche l’Europa, tornando a essere il leader spietato e unilateralista che è sempre stato. Però una cosa è certa. Trump vorrebbe davvero essere un “King”, ma questa visita di Carlo in America ha confermato che di re ce n’è solo uno.
***
dal Corriere della sera
Re Carlo, il testo dello storico discorso
davanti al Congresso Usa:
battute, storia, frecciate,
ecco perché è un capolavoro
di Luigi Ippolito
Carlo si dimostra sempre più un re «politico»: in fondo, il vero ministro degli Esteri della Gran Bretagna. E le parole di questo suo storico discorso – in cui, tra una battuta e un riferimento storico, nulla risparmia a Trump – ne sono la prova
(Luigi Ippolito, corrispondente da Londra) Carlo è sempre stato un «animale politico»: e quanto accaduto ieri, durante la visita di Stato negli Usa, lo ha dimostrato ancora una volta. Dal discorso al Congresso alle battute alla cena, non ha saltato un tema: Nato, Ucraina, clima. C’era di tutto e di più. E soprattutto, una sfilata di richiami a Trump: che però non ha battuto ciglio, anzi. Il che dimostra che – in fondo – è Carlo il vero ministro degli Esteri del Regno Unito, il diplomatico in capo, l’uomo delle missioni impossibili. Il suo potrebbe essere un regno breve, ma sta dando una svolta: mai così prima la monarchia era stata l’arma (non) segreta di Londra. Con buona pace dei repubblicani.
Ecco il testo integrale del discorso al Congresso
Signor Vicepresidente, Signor Speaker, membri del Congresso, rappresentanti del popolo americano di tutti gli Stati, territori, città e comunità,
vorrei cogliere questa opportunità per esprimere la mia particolare gratitudine a tutti voi per il grande onore concessomi di rivolgermi a questa seduta congiunta del Congresso e, a nome della Regina e mio, ringraziare il popolo americano per averci accolto negli Stati Uniti in quest’anno che celebra il duecentocinquantesimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.
Per tutto questo tempo, i nostri destini come nazioni sono stati strettamente intrecciati. Come disse Oscar Wilde, ormai abbiamo davvero tutto in comune con l’America, tranne, ovviamente, la lingua.
Ci incontriamo in tempi di grande incertezza, in tempi di conflitto, dall’Europa al Medio Oriente, che pongono immense sfide alla comunità internazionale e il cui impatto si fa sentire in ogni ambiente, da un capo all’altro dei nostri Paesi.
Ci incontriamo anche all’indomani dell’incidente non lontano da questo grande edificio, che ha cercato di colpire la leadership della vostra nazione e di fomentare paura e discordia ancor più ampie. Permettetemi di ribadire, con incrollabile determinazione, che tali atti di violenza non avranno mai successo.
A prescindere dalle nostre differenze, a prescindere dai disaccordi, restiamo uniti nel nostro impegno nel difendere la democrazia, nel proteggere i nostri cittadini da ogni danno e nel rendere omaggio al coraggio di coloro che ogni giorno rischiano la propria vita al servizio dei nostri Paesi.
Stando qui oggi, è difficile non sentire il peso della storia sulle mie spalle, perché il rapporto moderno tra le nostre due nazioni e i nostri popoli abbraccia non soltanto 250 anni, ma oltre quattro secoli.
È straordinario pensare che io sia il diciannovesimo nella nostra linea di sovrani a studiare con quotidiana attenzione gli affari dell’America. Vengo quindi qui oggi con il massimo rispetto per il Congresso degli Stati Uniti, questa cittadella della democrazia creata per rappresentare la voce di tutto il popolo americano, per promuovere la libertà e i più sacrosanti diritti.
Parlando in questa rinomata aula di dibattito e deliberazione, non posso fare a meno di pensare alla mia defunta madre, la Regina Elisabetta, che nel 1991 ebbe anch’essa questo sacro onore e parlò sotto lo sguardo vigile della Statua della Libertà sopra di noi.
Oggi sono qui, in questa grande occasione nella vita delle nostre nazioni, per esprimere la più alta stima e amicizia del popolo britannico al popolo degli Stati Uniti.
Ora, come forse saprete, quando mi rivolgo al mio Parlamento a Westminster, seguiamo ancora una tradizione antichissima e prendiamo in ostaggio un membro del Parlamento, trattenendolo a Buckingham Palace finché non faccio ritorno in sicurezza. Oggigiorno trattiamo il nostro ospite piuttosto bene, al punto che spesso non desidera andarsene. Non so, Signor Speaker, se vi siano volontari per questo ruolo qui oggi.
Guardando indietro nei secoli, Signor Speaker, emergono alcuni schemi, alcune verità evidenti da cui possiamo imparare e trarre forza reciproca. Con lo spirito del 1776 nella mente, possiamo forse concordare sul fatto che non sempre siamo d’accordo, almeno in prima istanza.
In effetti, il principio stesso su cui si fonda il vostro Congresso, «nessuna tassazione senza rappresentanza», innescò un disaccordo fondamentale tra noi ma, al contempo, stabilì un valore democratico condiviso che avete ereditato da noi.
La nostra è una partnership nata dal dissenso, ma non per questo meno forte. Forse, con questo esempio, possiamo vedere che le nostre nazioni sono, in realtà, istintivamente affini, prodotto delle comuni tradizioni democratiche, giuridiche e sociali in cui ancora oggi affonda la nostra governance.
Attingendo a questi valori e tradizioni più e più volte, i nostri due Paesi hanno sempre trovato il modo di collaborare. E perbacco, Signor Speaker, quando siamo andati di comune accordo, quali grandi cambiamenti ne sono derivati, non solo a beneficio dei nostri popoli, ma di tutti i popoli.
È proprio questo, a mio avviso, l’ingrediente speciale del nostro rapporto. Come ha osservato lo stesso Presidente Trump durante la sua visita di stato in Gran Bretagna lo scorso autunno, il legame di parentela e identità tra l’America e il Regno Unito è inestimabile ed eterno. È insostituibile e indissolubile.
Signor Speaker, questa non è affatto la mia prima visita a Washington, D.C., la capitale di questa grande repubblica. È, infatti, la mia ventesima visita negli Stati Uniti e la prima come Re e capo del Commonwealth. Questa è una città che simboleggia un periodo della nostra storia condivisa, o ciò che Charles Dickens avrebbe potuto chiamare «Una storia di due Giorgio»: il primo presidente, George Washington, e il mio bisnonno di quinta generazione, re Giorgio III. Re Giorgio, come sapete, non mise mai piede in America. E vi assicuro, signore e signori, che non sono qui come parte di qualche astuto intervento di retroguardia.
I Padri Fondatori furono ribelli audaci e visionari, guidati da un ideale. Duecentocinquant’anni or sono o, come diciamo nel Regno Unito, appena l’altro giorno, dichiararono l’indipendenza, destreggiandosi tra forze contrastanti e infondendo vigore alla diversità. Unirono tredici colonie disparate per forgiare una nazione sull’ideale rivoluzionario di vita, libertà e ricerca della felicità. Portarono con sé e svilupparono la grande eredità dell’Illuminismo britannico, così come idee che risalivano ancora più indietro, al diritto comune inglese e alla Magna Carta.
Queste radici sono profonde e sono ancora vitali.
La nostra Dichiarazione dei Diritti del 1689 non fu soltanto il fondamento della nostra monarchia costituzionale, ma anche lo spunto di molti dei principi ribaditi, spesso quasi parola per parola, nel Bill of Rights americano del 1791.
E queste radici affondano ancora più indietro nella storia. La U.S. Supreme Court Historical Society ha calcolato che la Magna Carta è citata in almeno 160 casi della Corte Suprema dal 1789, non da ultimo come fondamento del principio secondo cui il potere esecutivo è soggetto a controlli ed equilibri.
È per questo che a Runnymede, lungo il Tamigi, si trova una pietra nel luogo in cui la Magna Carta fu firmata nel 1215. Questa pietra ricorda che un acro di quel sito antico e storico fu donato agli Stati Uniti d’America dal popolo del Regno Unito per simboleggiare la nostra comune determinazione a sostegno della libertà e in memoria del Presidente John F. Kennedy.
Illustri membri del 119° Congresso, è qui, in queste stesse sale, che questo spirito di libertà e la promessa dei fondatori dell’America sono presenti in ogni sessione e in ogni voto espresso non dalla volontà di uno solo, ma dalla deliberazione di molti, che rappresentano il mosaico vivente degli Stati Uniti in entrambi i nostri Paesi.
E sono proprio le nostre società, vivaci, diverse e libere, a conferirci la nostra forza collettiva, anche nel sostenere le vittime di alcuni dei mali che oggi purtroppo travagliano entrambe le nostre realtà.
E inoltre, Signor Speaker, per molti qui presenti e per me stesso, la fede cristiana è un saldo punto di riferimento e una fonte quotidiana di ispirazione che ci guida non solo personalmente, ma tutti insieme come membri della nostra comunità. Avendo dedicato gran parte della mia vita ai rapporti interreligiosi e a una maggior comprensione reciproca, è proprio quella fede nel trionfo della luce sulle tenebre che ho visto confermata innumerevoli volte. Attraverso di essa, sono ispirato dal profondo rispetto che si sviluppa quando persone di fedi diverse crescono nella comprensione reciproca. Per questo è mia speranza, e mio auspicio, che in questi tempi turbolenti, lavorando insieme e con i nostri partner internazionali, possiamo fermare la trasformazione degli aratri in spade.
Siamo ancora nel tempo della Pasqua, la stagione che rafforza maggiormente la mia speranza. Credo con tutto il cuore che l’essenza delle nostre due nazioni risiede nella generosità di spirito e nel dovere di promuovere la compassione, favorire la pace, approfondire la comprensione reciproca e valorizzare tutte le persone, di ogni fede e di nessuna.
L’alleanza che le nostre due nazioni hanno costruito nel corso dei secoli, e per la quale siamo profondamente grati al popolo americano, è davvero unica, e tale alleanza fa parte di ciò che Henry Kissinger descrisse come la visione ispirata di Kennedy: una partnership atlantica basata su due pilastri, Europa e America.
Quella partnership, Signor Speaker, è oggi più importante che mai, ne sono profondamente convinto.
Il primo sovrano britannico regnante a metter piede in America fu mio nonno, re Giorgio VI. Egli visitò il Paese nel 1939 insieme alla mia amata nonna Elisabetta, la Regina Madre. In Europa avanzavano le forze del fascismo e, poco tempo prima, gli Stati Uniti si erano uniti a noi nella difesa della libertà. I nostri valori condivisi prevalsero.
Oggi viviamo in una nuova era, ma quei valori persistono. È un’epoca che, per molti aspetti, appare più instabile e più pericolosa del mondo al quale la mia defunta madre si rivolse in quest’aula nel 1991.
Le sfide che affrontiamo sono troppo grandi perché una sola nazione possa sostenerle da sola. Ma in questo scenario imprevedibile, la nostra alleanza non può basarsi sui successi del passato né dare per scontato che i principi fondamentali semplicemente perdurino nel tempo.
Come ha affermato il mio primo ministro il mese scorso, la nostra è una partnership indispensabile. Non dobbiamo trascurare tutto ciò che ci ha sostenuto negli ultimi ottant’anni, ma occorre continuare a costruirvi sopra.
Il rinnovamento oggi inizia dalla sicurezza.
Il Regno Unito riconosce che le minacce che affrontiamo richiedono una trasformazione della difesa britannica. È per questo che il nostro Paese, per prepararsi al futuro, ha varato il più grande stanziamento di fondi per la difesa dai tempi della Guerra Fredda, durante parte della quale, oltre cinquant’anni fa, ho servito con immenso orgoglio nella Royal Navy, seguendo le orme navali di mio padre, il principe Filippo, Duca di Edimburgo, di mio nonno re Giorgio VI, del mio prozio Lord Mountbatten e del mio bisnonno re Giorgio V.
Quest’anno, naturalmente, segna anche il 25° anniversario dell’11 settembre. Quell’attentato segnò un momento decisivo per l’America, e il vostro dolore e il vostro shock furono avvertiti in tutto il mondo. Durante la mia visita a New York, mia moglie ed io renderemo nuovamente omaggio alle vittime, alle famiglie e al coraggio dimostrato di fronte a una perdita così tragica.
Siamo stati al vostro fianco allora, e lo siamo anche oggi, nel solenne ricordo di un giorno che non sarà mai dimenticato.
Subito dopo l’11 settembre, quando la NATO invocò per la prima volta l’Articolo Cinque e il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite alzò la voce all’unanimità contro il terrorismo, abbiamo risposto insieme all’appello, come i nostri popoli hanno fatto per oltre un secolo, fianco a fianco, attraverso due guerre mondiali, la Guerra Fredda, l’Afghanistan e altri momenti che hanno segnato profondamente il nostro impegno condiviso per la sicurezza.
Oggi, Signor Speaker, quella stessa incrollabile determinazione è necessaria per la difesa dell’Ucraina e del suo popolo valoroso. È necessaria per garantire una pace veramente giusta e duratura.
Dalle profondità dell’Atlantico alle calotte glaciali dell’Artico che si stanno drammaticamente sciogliendo, l’impegno e la competenza delle Forze Armate degli Stati Uniti e dei loro alleati sono al cuore della NATO: siamo tutti coinvolti nella difesa reciproca, nella protezione dei nostri cittadini e dei nostri interessi, nel mantenere in sicurezza gli americani e gli europei dagli avversari comuni.
I nostri legami in materia di difesa, intelligence e sicurezza sono strettamente consolidati attraverso relazioni misurate non in anni, bensì in decenni.
Oggi, migliaia di militari statunitensi, funzionari della difesa e le loro famiglie sono di stanza nel Regno Unito, mentre il personale britannico serve con pari orgoglio in 30 Stati americani. Costruiamo insieme gli F-35 e abbiamo concordato il programma di sottomarini più ambizioso della storia, AUKUS. E lo facciamo in collaborazione con l’Australia, un Paese di cui sono anche immensamente orgoglioso di essere sovrano.
Non intraprendiamo insieme queste straordinarie iniziative per sentimentalismo, sia ben chiaro. Lo facciamo perché esse rafforzano la resilienza condivisa per il futuro, rendendo i nostri cittadini più sicuri per le generazioni a venire.
Se i nostri ideali comuni sono stati cruciali per garantire libertà ed uguaglianza, essi rappresentano anche il fondamento della nostra prosperità condivisa. Lo stato di diritto, la certezza di regole stabili e accessibili, un sistema giudiziario indipendente, la risoluzione delle controversie e l’imparzialità della giustizia: queste caratteristiche hanno creato le condizioni che per secoli hanno favorito la crescita economica senza pari nei nostri due Paesi.
È per questo che i nostri governi stanno siglando nuovi accordi economici e tecnologici per scrivere il prossimo capitolo della nostra prosperità comune e garantire che l’ingegno britannico e americano continui a guidare il mondo. Le nostre nazioni stanno unendo talenti e risorse nelle tecnologie del futuro. Le nostre nuove partnership nella fusione nucleare e nel calcolo quantistico, nell’intelligenza artificiale e nella scoperta di nuovi farmaci, promettono di salvare innumerevoli vite umane.
Più in generale, celebriamo i 430 miliardi di dollari di scambi annuali in continua crescita, i 1.700 miliardi di dollari di investimenti reciproci che alimentano questa innovazione e i milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico, a sostegno delle nostre economie.
Queste sono solide basi su cui continuare a costruire per le generazioni che verranno. I nostri legami nell’istruzione, nella ricerca e negli scambi culturali rafforzano i cittadini e i futuri leader di entrambi i Paesi. La Marshall Scholarship, intitolata al grande generale George Marshall e della cui associazione sono orgoglioso di essere patrono, è emblematica del legame tra i nostri due Paesi. Dalla sua fondazione, sono state assegnate oltre 2.300 borse di studio, aprendo le porte ad americani di ogni estrazione per studiare nelle principali università del Regno Unito.
Guardando ai prossimi 250 anni, dobbiamo anche riflettere sulla nostra responsabilità condivisa per la tutela della natura, il nostro bene più prezioso e insostituibile.
Per millenni, molto prima che le nostre nazioni esistessero, prima che fosse tracciato qualsiasi confine, le montagne della Scozia e degli Appalachi erano un’unica catena continua, forgiata nell’antica collisione dei continenti.
Le meraviglie naturali degli Stati Uniti d’America sono un patrimonio davvero unico, e generazioni di americani hanno risposto a questa vocazione. Leader indigeni, politici e civili, abitanti delle comunità rurali e delle città, hanno contribuito a proteggere e custodire ciò che il presidente Theodore Roosevelt definì la «gloriosa eredità» dello straordinario splendore naturale di questa terra, da cui è sempre dipesa gran parte della sua prosperità.
Eppure, mentre celebriamo la bellezza che ci circonda, la nostra generazione deve decidere come affrontare il collasso dei sistemi naturali critici, che minaccia molto più dell’armonia e della diversità essenziale della natura. Ignoriamo a nostro rischio il fatto che questi sistemi naturali — in altre parole, l’economia della natura — costituiscono la base della nostra prosperità e della nostra sicurezza nazionale.
La storia del Regno Unito e degli Stati Uniti è, nella sua essenza, una storia di riconciliazione, rinnovamento e partnership straordinaria. Dalle amare divisioni di 250 anni fa, abbiamo forgiato un’amicizia che è cresciuta fino a diventare una delle alleanze più significative della storia umana.
Mi auguro con tutto il cuore che la nostra alleanza continui a difendere i nostri valori condivisi con i nostri partner in Europa, nel Commonwealth e nel mondo, e che respingiamo con determinazione gli appelli sempre più insistenti a ripiegarci su noi stessi.
Signor Speaker, Signor Vicepresidente, illustri signore e signori, le parole dell’America hanno peso e significato, come fin dall’indipendenza. Ma le azioni di questa grande nazione contano ancora di più. Il presidente Lincoln lo espresse molto bene nelle riflessioni del suo straordinario Discorso di Gettysburg: il mondo potrà prestare poca attenzione a ciò che diciamo, ma non dimenticherà mai ciò che facciamo.
E così rivolgo un appello agli Stati Uniti d’America, nel vostro 250° anniversario, affinchè i nostri due Paesi si dedichino nuovamente l’uno all’altro nel servizio disinteressato dei nostri popoli e di tutti i popoli del mondo.
Dio benedica gli Stati Uniti e Dio benedica il Regno Unito.
(Traduzione di Rita Baldassarre)
Commenti Recenti