Francesco Savino (Cei): “Il carcere non è la risposta ai bisogni educativi degli adolescenti”

da www.huffingtonpost.it
24 Ottobre 2026

Francesco Savino (Cei):

“Il carcere non è la risposta

ai bisogni educativi degli adolescenti”

di Federica Olivo
Intervista al vicepresidente della Conferenza episcopale: “Chiamo fratelli i detenuti perché la loro dignità resta intera anche nell’errore. Quando sono ragazzi dovremmo guardarli come figli. Più che un’emergenza sicurezza, c’è un’emergenza relazioni. Cosa serve? Una rivoluzione pedagogica che superi il paternalismo”
“Il rischio è che il carcere diventi per un ragazzo la prima vera scuola”. Parte da questo presupposto Monsignor Francesco Savino, vicepresidente della Conferenza episcopale italiana, per commentare l’annuncio del ministro della Giustizia, Carlo Nordio, di “ampliare le carceri minorili”. Una scelta che il numero due della Cei per il Mezzogiorno lascia intendere di non condividere. E sulla linea politica più repressiva che rieducativa nei confronti dei ragazzi avverte: “Bisogna percorrere un’altra strada”.
Il governo da tempo sta facendo norme che rendono più facile che i minorenni vadano in carcere. Lei, che ai detenuti ha detto “voi non siete un problema, siete fratelli”, cosa pensa di questa linea?
La sicurezza è una responsabilità irrinunciabile di chi governa. Dovremmo però domandarci se stiamo pagando una cambiale educativa accumulata nel tempo: abbiamo chiesto ai ragazzi di diventare adulti senza prenderci sufficientemente cura delle condizioni della loro crescita. È una responsabilità che attraversa generazioni, istituzioni e orientamenti politici. Li chiamo fratelli perché la loro dignità resta intera, anche nell’errore. E quando sono ragazzi dovremmo guardarli anche come figli: ci interrogano su ciò che abbiamo saputo trasmettere e sulle assenze che abbiamo lasciato nelle loro vite. Non possiamo permettere che il loro futuro abbia le dimensioni del loro sbaglio.
Il ministro Nordio ha detto che dopo i disordini di Milano servono più carceri minorili, o in alternativa creare reparti per minori nelle carceri per adulti. Qual è il rischio di “sbattere in cella” i minorenni, assimilandoli agli adulti?
Il rischio è che il carcere per adulti diventi per un ragazzo la prima vera scuola: lì impara a riconoscersi in ciò che ha fatto, non in ciò che può diventare. I luoghi pensati per la detenzione degli adulti non sono la risposta ai bisogni educativi degli adolescenti, neppure ricavandovi reparti separati. Ritengo che la strada da percorrere sia un’altra: offrire ai ragazzi occasioni per scoprire che ciò che fanno può avere valore per qualcuno. Oggi più che mai ci sono domande a cui nessuna tecnologia, neppure l’intelligenza artificiale, può rispondere al posto di una relazione umana. Un adolescente può avere accesso a ogni informazione e non trovare nessuno con cui immaginare il proprio domani.
Tanti dei giovani che scendono in piazza chiedono di essere ascoltati dalle istituzioni. Se le istituzioni rispondono solo con la repressione, quali possono essere le conseguenze?
Occorre distinguere chi manifesta pacificamente da chi commette violenze: queste vanno fermate e chi le subisce va protetto. Una risposta esclusivamente repressiva rischia però di approfondire la distanza dalle istituzioni. Il presidente Mattarella ha richiamato la necessità di uno “sguardo di ampia visione”, invitando a farsi carico del malessere dei giovani, dell’incertezza sul futuro e del timore di essere emarginati: un invito che interpella prima di tutto noi adulti. L’urgenza non può esaurire l’orizzonte delle politiche educative. Ricostruire legami sociali richiede luoghi di partecipazione reali. Fiducia, ascolto e comunità non possono restare parole di un vocabolario spendibile in campagna elettorale: devono diventare esperienze concrete nella vita delle persone.
Cosa servirebbe?
Una rivoluzione pedagogica, che cambi prima il modo di pensare e poi gli strumenti. Superare il paternalismo significa riconoscere ai giovani capacità di iniziativa e un ruolo effettivo nelle decisioni: costruire progetti con loro, dalla definizione dei bisogni alla valutazione dei risultati. Servono investimenti stabili e continuativi, professionalità educative e corresponsabilità tra scuola, famiglie, servizi e comunità. È indispensabile una rigorosa valutazione d’impatto: contare attività e partecipanti non basta; occorre verificare quali cambiamenti gli interventi producano, per chi e in quali condizioni. Continuità scolastica, qualità delle relazioni e opportunità di vita sono dimensioni su cui misurarne l’efficacia. Anche rendere conto dei risultati è una forma di cura.
La Chiesa da sempre si occupa dei minori, anche in contesti molto complicati, quindi ha un osservatorio privilegiato su certi fenomeni. Esiste davvero un’emergenza sicurezza che riguarda i minori, come ritiene il governo?
Più che un’emergenza di sicurezza, vedo un’emergenza di relazioni. Esistono fatti gravi, la cui diffusione va valutata attraverso i dati, distinguendola dalla percezione dell’insicurezza. Dobbiamo però evitare riduzionismi sociologici e categorizzazioni che fanno coincidere il disagio con le periferie o la povertà. Il disagio è trasversale: può attraversare anche famiglie economicamente solide e percorsi apparentemente riusciti. Il benessere materiale non garantisce riconoscimento, appartenenza e fiducia nel futuro. Questo non cancella le disuguaglianze, che incidono sulle risorse disponibili per affrontare le difficoltà, né significa che il disagio conduca necessariamente alla violenza. Come Chiesa siamo chiamati a raggiungere anche le sofferenze meno visibili e a incontrare ciascuno nella sua storia, senza presumere di conoscerla dalla sua condizione sociale.
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da www.huffingtonpost.it
23 Ottobre 2026

Vincenzo Paglia:

“La repressione del governo non aiuta:

la rieducazione non si fa con la forza”

di Federica Olivo
Intervista al monsignore già al vertice della Pontificia accademia per la vita: “Chi ha la responsabilità di questi ragazzi deve fare di tutto per aiutarli, non per allontanarli. Non ho mai visto un minore uscire dal carcere migliore di come è entrato”
“Non ho mai visto un minore uscire dal carcere migliore di come è entrato”. Parte da una citazione – “una lezione antica, di Monsignor Scanaroli, perché ciò su cui ci interroghiamo oggi era chiaro già nel diciassettesimo secolo” – Monsignor Vincenzo Paglia per commentare l’ennesimo pugno di ferro del governo Meloni nei confronti dei minorenni. Culminato con l’annuncio del ministro della Giustizia Carlo Nordio di ampliare le carceri minorili. Arcivescovo, già presidente della Pontificia accademia per la vita, voce molto ascoltata nella società civile, Paglia si occupa di carceri e di educazione da decenni. Ed è proprio la sua lunga esperienza a fargli bocciare in toto la linea del governo nei confronti dei giovani presunti autori di reato.
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dopo i disordini di Milano, dice che bisogna “spedire in cella” i minori e ampliare le carceri minorili. Serve più carcere per i ragazzi?
Io non credo che la repressione aiuti. Bisogna mettere in campo, piuttosto, la forza della rieducazione per chi è ancora così giovane e si trova a compiere un atto violento. Quello che è successo a Milano è espressione del fallimento di tutta la nostra società.
Il governo però risponde solo con la repressione. E vuole creare più celle.
Da educatore non posso che augurarmi che chi ha la responsabilità della cosa pubblica quando si trova a fronteggiare situazioni del genere guardi come prima cosa al reinserimento di questi giovani. E la rieducazione non si fa con la forza. Tanto più in un contesto in cui la violenza di questi ragazzi è legata a una violenza più ampia, che riguarda la società intera, ma anche all’assenza di futuro e probabilmente anche a un linguaggio che in qualche modo valorizza la violenza stessa. Se si disprezza in maniera crudele quello che qualcuno definisce “il buonismo” finisce che poi qualcuno inizia a esaltare il cattivismo.
Da quando è iniziato il governo Meloni, i minorenni in cella sono aumentati. Davanti a una politica che risponde al disagio solo con il carcere, non c’è il rischio che questi ragazzi si sentano abbandonati dalla società?
Questo rischio, quello di una metaforica orfananza, si intravede già da decenni. Non c’è dubbio che se un ragazzo commette atti simili a quelli che abbiamo visto a Milano non bisogna soprassedere. Bisogna mostrare la gravità di ciò che è accaduto senza sconti. Però ecco, se io dovessi avere la responsabilità di un giovane che ha sbagliato, farei di tutto per aiutarlo. Non per allontanarlo da me.
E come si fa a non allontanare questi ragazzi?
Non limitandosi solo ai manuali, alle leggi, ma creando spazi. In un mondo in cui prevalgono solitudine e individualismo non c’è dubbio che bisogna dare vita a nuovi luoghi educativi, in una dimensione in cui chi ha commesso una colpa non sia lasciato solo. E la compagnia gli sia assicurata. Non è un processo semplice, ma per quanto lungo deve essere attuato. C’era una certa saggezza quando il ministero di via Arenula era chiamato “ministero di Grazia e Giustizia”.
È quella “grazia” scomparsa che va recuperata, soprattutto nei confronti dei minori?
Sì, ma anche un certo concetto di giustizia. Una giustizia che non sia frigida divisione. Ma che sia calda. Includa rispetto, amore e anche speranza.

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