Giacomo Papi: “Piantedosi alla Diabolik, Siher come un Satana da offrire all’opinione pubblica”

da www.huffingtonpost.it
27 Ottobre 2026

Giacomo Papi:

“Piantedosi alla Diabolik, Siher come un Satana

da offrire all’opinione pubblica”

di Annalisa Cuzzocrea
Intervista con lo scrittore: “È grave la violenza dei ragazzi che spaccano e razziano vetrine, ma se l’unica risposta che lo Stato sa dare è la repressione, aspettiamoci che la logica diventi davvero quella dello scontro”
Giacomo Papi è lo scrittore de Il censimento dei radical chic, Happydemia, La piscina. Conosce Milano da sempre, è stato un bambino negli anni Settanta e oggi, come molti adulti, osserva e prova a capire quello che sta accadendo, riconoscendo nella risposta emergenziale, schemi antichi.
Perché non la convince la tesi della “mente” dietro le proteste, che si è affermata dopo l’arresto di Youssef Siher?
Intanto per una questione di linguaggio, mi pare di sentire le parole di chi si è nutrito dei titoli dei giornali della sera e dei fumetti degli anni Settanta. La “mente”, come l’ha chiamata Piantedosi, ci precipita in un universo alla Diabolik che credevo superato. Non so niente, magari quest’uomo è davvero colpevole, ma il modo in cui è stato presentato dal ministro dell’Interno mi sembra che risponda più all’interesse del ministero dell’Interno che a quello della sicurezza. Risponde a un meccanismo classico, quasi un riflesso condizionato, che mi auguravo fosse passato. Mi viene in mente Pietro Valpreda, il ballerino anarchico, sbattuto come mostro in prima pagina e in carcere dopo la strage di Piazza Fontana, e poi proclamato innocente perché la bomba era neofascista. La differenza è che quel caso veniva dopo una bomba reale che aveva fatto decine di morti, questo dopo qualche decina di vetrine rotte. Oltretutto, da quel che leggo, non combacia nulla: la pagina Siher l’ha aperta dopo i fatti, pubblicamente. Mi sembra lo stesso meccanismo del grande vecchio delle Br o dei cattivi maestri: spiegare il male del mondo trovando un Satana da offrire all’opinione pubblica. Con il vantaggio, dal loro punto di vista, di avere trovato uno studioso, quindi un intellettuale, con un nome arabo. Siamo dentro una cosa già vista cinquant’anni fa.
Le cose che Youssef Siher ha scritto dopo il 7 ottobre non sono certo pacifiche, ma non sembrano ancora esserci prove di una rete o di un’organizzazione. Le accuse sono istigazione a delinquere con l’aggravante della finalità di terrorismo e violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, che è il reato appena introdotto.
Non condivido nulla di quello che ha scritto, né la sua radicalità. Ma non è una questione di condivisione, ma di principi costituzionali e democratici, quindi di libertà di parola. Anche il nuovo reato mi ricorda le leggi speciali degli anni Settanta, che inventarono nuove fattispecie sull’onda dell’emergenza come insurrezione armata contro i poteri dello Stato. Solo che allora l’emergenza e l’insurrezione armata c’erano davvero.
Gli si contesta di amministrare i canali social del Movimento 17 Ottobre, nato dopo i disordini di Milano.
Non vorrei passare per quello che dice ‘povero martire’, ma a quanto si legge i canali social sono stati creati pubblicamente, non clandestinamente, dopo le manifestazioni e le violenze del 17 ottobre, non prima. La sua colpa, se mai, mi sembra quella di aver cercato di dare un nome a manifestazioni spontanee. Ripeto: mi sembra che i meccanismi di comunicazione e reazione del governo rispondano a logiche emergenziali anche se l’emergenza è un’altra cosa. Perché? Sbattere un mostro in prima pagina conviene sempre a chi lo fa. E distrae da molte cose. Ma vi pare possibile che si parli più delle manifestazioni che dello sciopero degli autotrasportatori, e dei supermercati e distributori vuoti nel sud?.
Una parte delle proteste, quella unita alla devastazione e ai saccheggi dei negozi, è stata inaccettabile. Ma migliaia di ragazzi sono scese in strada in modo pacifico. E nessuno ha in alcun modo risposto alle loro istanze.
Anche questo mi sembra paradossale e radicalmente antieducativo: quando manifestano in decine di migliaia nessuno se li fila, quando ci sono violenze invece ottengono tutta l’attenzione del caso. Se si ignora un figlio che espone educatamente il suo disagio, e ci si accorge solo di quello che fa casino, il messaggio è che per essere visti e ascoltati devi fare casino. Mi sembra un approccio pedagogico demenziale. C’è chi scrive che bisogna reprimere i disordini e che non bisogna nemmeno cercare spiegazioni, perché cercare di capire significherebbe giustificare. Senza voler sminuire le violenze dell’altro giorno, che sono gravi e vanno fermate, me lo ricordo benissimo com’era Milano negli anni Settanta. Ero un bambino e ragazzini poco più grandi di me, di 15, 16, 17 anni, di destra e di sinistra, si picchiavano ogni giorno a sprangate. Alcuni oggi sono politici che condannano le vetrine rotte. C’era un morto a settimana. In alcune vie non si poteva passare. Gli scontri con la polizia erano violentissimi: me lo ricordo il cervello di Zibecchi sull’asfalto in corso XXII marzo. E mi ricordo anche gli anni Ottanta, quando i ragazzi delle periferie venivano in centro a rubare le Timberland e i Bomber ai paninari. Che oggi dalle periferie arrivino dei ragazzi che spaccano e razziano vetrine con violenza mi sembra grave, ma mi sembra un sintomo di una rabbia che non giustifica una reazione così esagerata e prematura. Se l’unica risposta che lo Stato sa dare è la repressione, aspettiamoci che la logica diventi davvero quella dello scontro.
Cosa pensa delle parole di Nordio, poi ritrattate, sulla necessità di ampliare le carceri minorili o di mandare i minori in quelle per adulti.
Che è già incredibile che un ministro le abbia pronunciate. I suicidi in carcere crescono ogni anno. Le carceri, per quello che conosco, sono luoghi in cui finiscono anche persone con problemi psichici, che non dovrebbero proprio starci, o senzatetto che si fanno arrestare d’inverno perché fuori fa freddo. Quando andavo a San Vittore a tenere i miei corsi, si è suicidato un ragazzo marocchino di 18 anni con evidenti problemi depressivi. Era evidente che non doveva essere lì. Tutto questo sembra non rientrare nella logica della risposta statale. Non viene proprio visto.
Questa generazione sembra aver scoperto la piazza prima con Gaza e ora, sull’onda degli studenti francesi, su istanze più vicine alla loro vita di tutti i giorni. È un risveglio?
Forse questo è il momento in cui per quella generazione finisce il Covid, cioè la reclusione a cui è stata condannata dalla pandemia. Il messaggio profondo di quel periodo era: non state insieme come corpi, perché stare insieme significa infettarsi e infettare. Restate chiusi nelle vostre camerette davanti al computer o al telefono, e fate i bravi perché la vostra vita mette in pericolo quella degli adulti e dei vecchi. Se state insieme, se vivete, voi giovani uccidete i vostri nonni. È stato un messaggio terribile, un peso enorme messo sulle spalle di una generazione, certamente giustificato dal Covid, non dico che l’epidemia non ci fosse, ma che è comunque stato pesante. Quello che oggi vediamo in tutta Europa, a Parigi come in Serbia o in Italia, sono masse di giovani che riscoprono il bisogno di uscire, di riprendersi la storia in mano e di stare insieme come corpi dentro le città. Da un lato è bellissimo, dall’altro è pericoloso, perché ovviamente questo si attua anche nella dimensione della contrapposizione, dello scontro e della rabbia. Ma è anche lo spettacolo di una generazione che per la prima volta dice: esistiamo anche noi.
Com’è possibile che non riusciamo a riconoscerli come portatori di istanze legittime? Quando vanno puniti devono essere giudicati come adulti, ma se chiedono di essere ascoltati vengono trattati come bambini.
In una società sempre più vecchia, i ragazzi contano poco perché sono pochi. Contano solo perché consumano. Il sistema che abbiamo creato noi adulti li tratta come polli all’ingrasso a cui si offrono continuamente cose da comprare, perché gli diciamo che è da lì che passa la loro identità. Sono gli adulti a vendergli quella roba o quei “contenuti”, come si dice. Ma dall’altro lato sono i nostri capri espiatori: li si accusa di usare troppo il cellulare, di non stare insieme, di non leggere. Cioè, esattamente, di quello che facciamo noi adulti. Tutte le statistiche dicono che l’allarme sulla lettura, in Italia e in tutto l’Occidente, riguarda i maschi di mezz’età. Siamo noi la vera emergenza culturale. E se volessimo parlare di bullismo, non mi pare che nelle scuole ce ne sia molto di più che nei luoghi di lavoro.
Ma se sono così pochi, all’economia non dovrebbero interessare…
Nel consumo i giovani hanno comportamenti virali, creano mode, sono quindi un target meraviglioso. Se vanno al cinema ci vanno tutti insieme. Il loro modo di consumare è un moltiplicatore. Per questo il messaggio profondo che gli abbiamo dato è: comprate, se no non esistete. L’altro è: state comprando troppo, state consumando troppo, quindi siete degli scemi. E il terzo, che gli diamo da trent’anni, anche con buone ragioni, è: il mondo è un disastro, vivete nel peggiore dei tempi possibili.
Scontano la nostra incapacità e il nostro pessimismo?
Scontano la nostra mancanza di speranza e di immaginazione. La nostra noia e la nostra paura. Parlando con i ragazzi, capisci che pensano tutti di vivere nel peggiore dei tempi. E tu gli dici, guardate che fate cose che prima ci si sognava, avete più libertà e avete più cose, non è che nel passato i giovani stessero meglio di voi… Hanno anche aspettative e pretese superiori a quelle di altre generazioni, perché da quando sono nati il mondo gli chiede di essere dei consumatori, possibilmente bulimici. A proposito di diritti e doveri, di cui tanto si parla: un tempo il dovere del cittadino era il lavoro, oggi mi sembra il consumo. Il paradosso è che la società si impoverisce, e quindi la prospettiva di vita si restringe e si saldano due tipi di disagio: uno di bisogni e aspirazioni, diciamo borghese, e uno sotterraneo, prepolitico, diciamo proletario, quello di chi va a sfondare i negozi di scarpe. Ma a ben vedere è lo stesso disagio: quello di un mondo che non ti offre nessuna prospettiva di miglioramento, oltre ad avere le scarpe giuste. La rabbia nasce dal non vedere soluzioni e vie d’uscita e a me sembra che di vie d’uscita non gliene stiamo dando.
Questa però è la prova del fatto che molti di loro vivono in una dimensione solo materiale.
Nel consumismo non ha senso distinguere tra bisogni materiali e bisogni aspirazionali. Il consumismo trasforma desideri in bisogni. Già Marx aveva capito che la merce non è solo merce, ma anche un apparato teologico, simbolico, aspirazionale. Dire che combattono per le scarpe e non per il pane significa non aver capito il mondo che abbiamo creato: oggi il pane è le rose, non c’è distinzione. Per fortuna è un mondo dove non si muore più di fame e di freddo, e questo i ragazzi dovrebbero ricordarselo sempre, ma è un mondo in cui l’identità di ognuno passa da quello che si ha o si può fare, e quindi i due livelli coincidono.
Questa cosa si può sovvertire o ormai è impossibile?
Di sicuro si può lavorare culturalmente su questo. E in molti per fortuna lo fanno, anche tra gli insegnanti a scuola, e molti ragazzi lo sanno, ma un conto è capire una cosa in astratto, un altro confrontarsi con un mondo che ti chiede il contrario. Quello che spero e un po’ credo è che, sotterraneamente, dentro questa protesta ci sia anche un’idea: non siamo solo quello. Sia nelle rivendicazioni dei francesi, che in alcune voci sentite in Italia e nel movimento degli studenti serbi c’è una precisa richiesta di partecipazione civile e di cittadinanza.
Non parlano solo di soldi, ma di un’idea di mondo che non gli piace, di un universo in guerra che non accettano, di mancanza di ascolto…
Penso che stia montando una critica al capitalismo consumistico. Il grosso pericolo che vedo è che, per molti, capitalismo e democrazia finiscano per essere sinonimi, due facce dello stesso imbroglio, e che tutto sfoci in un riflesso reazionario, nel rimpianto di un passato senza telefonini, oppure in una certa nostalgia per il marxismo ottuso, rigido, infelice, alla russa. Il rifiuto del sistema rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca, perché il consumismo è anche la libertà che hanno, e che le generazioni precedenti hanno conquistato per loro, sono i libri che possono leggere, le cose belle che possono vedere.
Un altro momento in cui si sono riscoperti come corpi è stato dopo l’omicidio di Giulia Cecchettin, con la manifestazione del 25 novembre molto partecipata e le ragazze piene di una nuova consapevolezza.
È stato il momento in cui si sono riconosciuti come generazione. Hanno detto: questa cosa ci riguarda, tutti, è successa a due ragazzi come noi, dobbiamo parlarne perché non succeda più, siamo responsabili del mondo in cui viviamo. Il nostro privato è anche politico. L’altro tema è la Palestina, e per me è molto rischioso che l’orrore che sta accadendo sia l’aggregante della sinistra. Ma dobbiamo fare lo sforzo di cogliere il messaggio che ne deriva: ‘Il mondo degli adulti è ipocrita, è l’Occidente che fa le guerre e massacra, che uccide i bambini degli altri: noi non vi crediamo più’. Hanno accusato le manifestazioni di questi giorni di essere anti-occidentali, e in una certa misura è vero, come è vero che l’Iran non suscita lo stesso sdegno di Israele, ma è anche vero che lo spettacolo che le democrazie occidentali stanno dando negli ultimi dieci anni non può essere difeso. È un Occidente governato di fatto da prepotenti e violenti, che violano qualsiasi regola, che non ha più nessuna autorità per dire ‘state buoni’. Per me questa fragilità rende la democrazia ancora più preziosa, non meno, ma non mi stupisce che molti ragazzi non ci credano più. E poi c’è un’altra cosa che non abbiamo toccato.
Quale?
È come se avessimo dimenticato – tutti, politici, intellettuali, da trent’anni – che l’innovazione tecnologica non è progresso. È come se avessimo rinunciato a pensare che il progresso è qualcosa di radicalmente, ontologicamente diverso, dal miglioramento delle tecnologie. In ogni cambio tecnologico si formano ricchezze e gap di ricchezza pazzeschi, perché la politica non riesce a stare al passo. È avvenuto con la stampa, con la polvere da sparo, con le automobili. E ogni volta i salti tecnologici provocano guerre, perché bisogna testare le nuove macchine che si sono inventate, e usarle perché producano soldi, e la politica ci mette un bel poo a capire cosa sta succedendo. Però la tecnologia è sempre uno strumento. Non è mai un fine. Anche davanti all’Intelligenza artificiale la politica e la cultura oscillano ancora tra apocalittici e integrati: tra chi pensa che distruggerà il mondo e chi pensa che lo renderà più facile. Nessuno pensa a come usarla per renderci più felici e il mondo più giusto.
Razzismo e islamofobia stanno crescendo e sono considerati accettabili, quasi il modo giusto di guardare le cose.
Sta crescendo anche l’antisemitismo, se è per questo. Individuare un colpevole è un riflesso ancestrale, forse ineliminabile. Mi ha colpito che alla manifestazione per la sicurezza a Rozzano, qualche mese fa, molti cartelli delle persone scese in strada dicessero ‘non siamo razzisti’. È evidente che quando ci si impoverisce o si è poveri aumenta la violenza, ovviamente anche tra i ragazzini. Abbiamo visto tutti C’era una volta in America. Quindi, anche oggi, non possiamo far finta che non esistano le baby gang o che le periferie non siano più insicure delle vie del centro. Quel problema c’è, è reale ed è anche percepito, ma esiste, ed è determinato dalla povertà e dal non avere accesso a quanto era stato promesso. Non è un caso che a Milano, con le seconde generazioni, siano avvenuti i saccheggi. Rispondere come quelli che dalle Ztl dicono che non esiste, è molto irritante e non fa che favorire la destra che non aspetta altro.
E della destra che si riduce a legge e ordine cosa pensa?
Mi viene in mente il punto 3 del manifesto del futurismo: “Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”. Oppure il 10: “Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie”. Insomma, mi viene un po’ da ridere.

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