Signor cardinale di Milano…

 

di don Giorgio De Capitani

Anzitutto, signor cardinale, già per il fatto che ne parli dovrebbe ringraziarmi per dare un po’ di pubblicità alla sua ultima lettera pastorale. E poi la pubblicità vive anche di polemiche e di critiche. Più la si critica, più una cosa si pubblicizza. Altra ragione per cui dovrebbe ringraziami. Forse il successo della Lettera pastorale ha già raggiunto l’apice, ma non per questo ci si dovrebbe accontentare delle copie vendute. 

Ho tentato di leggerla. Non sono riuscito ad arrivare alla fine. Sarà per colpa mia: più che per prevenzione, sento un particolare disagio per un linguaggio che non mi è particolarmente simpatico, ovvero, come dice il termine, non mi facilita la condivisione non tanto di ciò che si scrive, ma del modo con cui lo si scrive.

D’altronde, anche il linguaggio rivela una educazione culturale: senza accorgersene, ci si lascia assorbire da una certa formazione che, col tempo, può diventare deformazione. Anch’io ho un mio linguaggio, talora mordente, talora plebeo, talora provocatorio, ma nessuno mi potrebbe accusare di averlo preso da una appartenenza a chissà quale gruppo ideologico o religioso. Me lo sono scelto, l’ho costruito, nella più ampia libertà di spirito.

Ciò che conta, e su questo non ci piove, è l’aver scelto da parte mia un mio modo di esprimermi fortemente comunicativo, che arriva alla gente comune e che nello stesso tempo produce delle reazioni, in bene o in male.

Ma quando, signor cardinale, si parla e si scrive, e, dopo qualche frase, chi ascolta o chi legge subito si distrae ed è tentato di fare altro, allora mi chiedo se non sia il caso di cercare un altro modo di comunicare ciò che si vorrebbe dire. A meno che il linguaggio non sia così aderente al pensiero da dubitare se il pensiero sia originale o non sia il tipico parto di un leader che, insieme al suo carisma, ha preteso di imporlo ai suoi adepti, perfino imponendo un caratteristico modo di esprimersi. Da come uno parla, si capisce se è di Cl o un Focolarino o uno dell’Opus Dei.

Non credo che sia positivo nemmeno quando ci si senta così legati ad un sistema filosofico o teologico o carismatico da essere di conseguenza catalogati. La verità è così universale che nessuno potrebbe prenderne un raggio e farne una proprietà esclusiva, o privilegiata. Io dovrei cercare la verità, ovunque, anche se è logico che avvenga una certa sintonia con questo o con quello, filosofo o teologo o guru, ma mai, e poi mai, mi dovrei del tutto identificarmi con questo o con quello.

A me piacciono i liberi ricercatori della Verità, e proprio per questo non mi accontento mai. Non sono un fanatico di don Mazzolari, o di don Milani, o di Martini. Certo, li preferisco a tanti altri. Mi sento in sintonia con il loro pensiero, ma non mi adeguo in modo assoluto al loro pensiero. Sono sempre pronto a cogliere altri pensieri ancor più profondi, anche perché credo che la verità è infinita, e non può fermarsi o esaurirsi nemmeno nella somma di tutti i maggiori filosofi o teologi di tutti i tempi. Li ringrazio, ma vado avanti. Ho un vantaggio su di loro, proprio perché vivo in questo tempo che,  nonostante tutto, anche se sembra che ci siano dei riflussi, ha in ogni caso un passo in più del passato. Citare i grandi autori può senz’altro essere di grande aiuto, purché si colga in loro quel pensiero che è eterno, rendendosi tuttavia consapevoli che oggi si ha la fortuna di dare un passo in più.

Tutto questo per dirLe, signor cardinale, che non constato nei suoi scritti e nei suoi interventi quella particolare apertura al moderno, da intendere come il nostro tempo con tutti i suoi limiti e le sue energie imprevedibili. Lei usa parole rubate al miglior pensiero moderno, che significa conquista di una maggiore consapevolezza di appartenere all’Umanità nei suoi aspetti più ricchi di positività, ma equivocando sulle parole: Lei dà un altro senso alla parola “umano”, nei suoi risvolti anche esistenziali.

Ma sa che proprio sull’”umano” Lei sta giocando con il futuro della Chiesa? Ma quale futuro, se Lei, signor cardinale, ha una visuale veramente deludente di ciò che significa progresso, accoglienza, apertura al Nuovo che avanza?

Lei è anche scaltro: sa che non potrebbe sfidare il mondo d’oggi con la terminologia di una Chiesa ormai cotta, e perciò butta fumo negli occhi dell’uomo moderno, usando le parole che oggi sono la conquista sia del mondo cattolico più aperto sia del mondo laico che finalmente si è liberato dei vecchi pregiudizi anticlericali.

Lei, signor cardinale, intende l’”umano” come se fosse ancora la prerogativa di una Chiesa istituzionale, intoccabile anche se perfezionabile. Ed è qui, nell’aggettivo “perfezionabile”, che sta l’equivoco. La Chiesa non è perfezionabile in quanto struttura o istituzione. La Chiesa dovrà capire che il suo segreto sta proprio nell’apertura all’Umano. La Chiesa deve mettersi al servizio dell’Umano. Non deve fare dell’Umano la sua conquista, come se le fosse sfuggito di mano, o come se ogni scoperta di qualcosa di nuovo nell’Umano dovesse per forza rientrare nel Campo della Chiesa.

Lei, signor cardinale, ci sta illudendo, direi meglio: ci sta fregando. Ma oramai conosciamo i trucchi di una certa Chiesa, e finché essa non tradurrà in concreto ciò che dice o scrive in modo apparentemente suadente, non ci cascherò. Vede, signor cardinale, Le dico di più: sto attento anche con le aperture di Papa Francesco. Non sono del tutto convinto che, dietro le sue riforme e le sue aperture, ci sia una grande visione di Dio e dell’Umano.

Forse alla gente non importa tutto questo: si fa facilmente conquistare dai gesti e dalle parole, ed è per questo che la prima sfida consisterà nell’educarla ad uscire dal suo guscio ancora duro, e nel convertirla all’Umanità, che va ben oltre qualche apparenza.

Parlare all’uomo moderno non è facile, nemmeno è facile portarlo verso l’Umanesimo integrale. Non è solo questione di linguaggio: è questione anzitutto di chiusura o di pigrizia mentali, o di quel pragmatismo di chi si è creato un proprio orticello e gli interessa solo salvarlo a tutti i costi, anche calpestando ogni principio.

Signor cardinale, la colpa di questa società, così frammentata e così pagana, non è da attribuire al progresso in quanto tale, ma ad una perdita di Umanità, a causa anche di una passata educazione formalmente religiosa, che ha violentato, in tutti i modi, i valori umani, soprattutto inculcando nel popolo di Dio un falso concetto di peccato. E ora ci scandalizziamo se questo popolo di Dio si è allontanato anche da Dio?

Ho parlato di perdita di Umanità. Ricordiamoci tutti quanti: l’Umanità la si perde, anche quando non si va oltre i confini del nostro possibile, per paura di scommettere sull’impossibile divino, che è già insito nell’essere umano, che non va assolutamente identificato con l’essere religioso.       

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Il Vicario episcopale di Lecco, monsignor Maurizio Rolla, la pensa diversamente da me. Leggete l'intervista. Lui sì che è un gran poeta. Che immagini! Sinceramente, dietro non ci vedo nulla!

dal Sito Chiesa di Milano

8 OTTOBRE

Lecco, Scola con i preti «per confermare un legame»

Il Vicario episcopale monsignor Maurizio Rolla presenta l’appuntamento presso i Barnabiti di Eupilio, momento di confronto con l'Arcivescovo sui contenuti della Lettera pastorale

di Marcello VILLANI

6.10.2013

Riflettere sulla lettera pastorale «Il campo è il mondo», sullo sfondo dell’Anno della Fede ormai in dirittura d’arrivo. Questo lo scopo dell’incontro dell’Arcivescovo, cardinale Angelo Scola, con i sacerdoti della Zona pastorale III, in programma martedì 8 ottobre a Eupilio (Co), presso la Casa dei Barnabiti “Villa S. Antonio Maria Zaccaria”. Alle 9.30 ci sarà l’accoglienza, alle 10 l’ora media e il saluto del Vicario episcopale, monsignor Maurizio Rolla. Dalle 10.15 alle 12.30 il “cuore” dell’incontro: il dialogo con l’Arcivescovo, introdotto da tre brevi riflessione di sacerdoti a partire dalla Lettera pastorale. Alle 12.30 la conclusione col pranzo.

Nella convocazione spedita ai sacerdoti, monsignor Rolla ha sottolineato l’importanza dell’incontro con l’Arcivescovo: «Un legame – lo ha definito – che protegge da una delle solitudini peggiori per un prete, quella del… battitore libero sul mucchietto di terra (che non è nemmeno sua!) e intorno nessuno…». Ne parliamo con lui.

Monsignor Rolla, che significato ha per lei come pastore, ma anche come uomo, «Il campo è il mondo»?
La proposta «Il campo è il mondo» è già di suo – immediatamente – larghezza, altezza e profondità di sguardo! Lo dice Gesù e l'Arcivescovo lo rilancia nel concreto di un’azione ecclesiale che spinge a tenerci svegli sulle realtà della vita e sulle cose della gente, perché non si perda il legame con ciò che conta e la fede non si sfilacci appena la tensione della quotidianità chiama alla testimonianza cristiana. Il modo per attuare le sollecitazioni contenute nella proposta – di cui la Lettera pastorale è uno degli strumenti, pur se tra i più autorevoli – si origina poi da un criterio ben definito e più volte ricordato dal nostro Arcivescovo: intercettare il concreto partendo dal bisogno. Questo, mi pare, non significa lasciarsi travolgere dalle “esigenze” artificiose della gente, ma, al contrario, significa agire secondo il realismo evangelico che scatena fantasia e bolla ogni tentativo di imbroglio.

Non crede che il significato della Lettera pastorale si possa capire meglio solo ripartendo dal Vangelo?
Tutti e quattro i Vangeli e, dunque, non solamente la parabola del seme buono e del grano cresciuto indicano dove i cristiani devono lavorare. San Paolo, infatti, scrive che l'unico fondamento sul quale si può costruire sensatamente l'umano è Gesù. Se l'umano si fonda sopra… altro, si trasforma automaticamente in un bambolotto di plastica riciclata, che piange e ride schiacciandogli l'ombelico. Non, quindi, immagine di somiglianza di Dio, ma uno sgorbio grottesco e ridicolo.

La Zona Pastorale III è un territorio frastagliato e diverso per vocazioni, cultura e campanili. Ma il campo comune è il mondo… Si possono conciliare cultura del diverso e apertura al mondo quando c'è ancora il “campanile” di mezzo?
Sull'orizzonte della splendida geografia della Zona di Lecco i campanili pennellano quel tocco magico e inconfondibile: non solo primariamente a occhio chiuso, ma a sguardo aperto. Il campanile, per un credente, non sopporta che la parola si prolunghi con un “…ismo” insignificante e senza futuro, ma dovrebbe più convenientemente diventare indicazione per dove guardare e sollecitazione per chi saper ascoltare.

Infine, qual è il messaggio più importante che lei ha tratto dalla Lettera pastorale?
La libertà dall’esito e una maggior consapevolezza che né il campo, né il mondo possono più fare a meno di me, di te, di loro, di tutti.

 

 

4 Commenti

  1. Antonio ha detto:

    Grazie, Don Giorgio, per questo suo intervento lucido e scritto, davvero, con grande stile.

    Il web, se ben usato, può essere uno strumento potente per diffondere in modo amplissimo idee stimolanti e critiche dello status quo, sia civile che religioso dei nostri tempi, entrambi per nulla stimolanti: la “comunità pastorale” può, così, estendersi a dismisura.

    Lei, rilevando le caratteristiche del linguaggio del cardinale ciellino e le reazioni che esso provoca in chi lo legge e lo ascolta – e che non abbia vissuto e viva la stereotipata esperienza settaria della congrega ciellina – ha dato voce, in modo magistrale, al disagio che provo quando sento “ciellini-compagni delle opere” esprimersi non solo sulla religione ma anche – e specialmente – sul campo professionale di cui mi occupo: mi pare una tape mentale che offusca il pensiero: lo sento come autoreferenziale, oscuro, involuto, criptico, superbo, arrogante, pieno di sicumera, – tanto più quanto chi di loro lo usa è “istruito”, modellato – a mio parere – su quello del loro maestro don Giussani
    (che fu anche insegnante di religione, al liceo, del filosofo prof. Giorello il quale, in un’intervista, affermò di ricordarlo come un prete fanatico),
    che, effettivamente, pare non fosse disposto al confronto delle idee con altri che la pensassero diversamente da lui.

    Tale linguaggio non è certo paragonabile alla chiarezza, alla simpatia, alla limpidezza, talvolta alla rudezza, di quello che lei usa, ma che ha il vantaggio sostanziale , rispetto a quello ciellino, di consentire di comprendere il suo pensiero , per condividerlo o dissentirne.

    Del resto anche il Vangelo dice che il linguaggio tra le persone per bene deve essere semplice, chiaro e non complicato, oscuro né malizioso, altrimenti diventa il linguaggio di Satana.

    Spero che la sua missione continui a lungo: la comunità telematica può essere ben più grande di una comunità pastorale e di una parrocchia fisicamente intese.
    Cordialissimi saluti

    Antonio

  2. GIANNI ha detto:

    Sono concetti diversi, espressi talora con gli stessi termini, umano, chiesa, e via dicendo.
    Alla base due diverse concezioni teologiche, di chiesa, ma anche di rapporto tra umano e divino.
    Una volta di più emerge una grande distanza tra la chiesa come concepita da don GIorgio de Capitani, e la chiesa come concepita da Scola.

  3. Giovanni Di Nino ha detto:

    “Da come uno parla, si capisce se è di Cl o un Focolarino o uno dell’Opus Dei”. Anche da come uno si comporta! Vedi, papa Francesco ha detto che vi sono cristiani da pasticceria: vero! Ma vi sono anche cristiani da crociera, tipo il Furmigùn ciellino d’acciaio inox!

  4. Andrea ha detto:

    Ho letto il suo ultimo editoriale del 6 Ottobre 2013 e l’ho trovato “stranamente pessimista”. Sembra, ma è una mia opinione, che rifletta l’atteggiamento della maggior parte degli ultrasettantenni a cui per inciso appartengo anch’io; atteggiamento tipico di coloro che non avendo più futuro cercano conforto nel passato.
    Ebbene, questa lettera al “signor cardinale” (con la “c” minuscola) è permeata da questo atteggiamento.
    Mi sbaglio?