VERSO UNA NUOVA COMUNITÀ CRISTIANA DI BASE: Al Dio ignoto/5
di don Giorgio De Capitani
In questi giorni mi sto chiedendo, spesse volte, se sia più difficile da monaco assumersi poi una diretta responsabilità di parrocchia oppure da prete di parrocchia finire poi in isolamento, prendendo di conseguenza coscienza di una realtà mistica, prima quasi sconosciuta, anche per mancanza di tempo o per stressante impegno pastorale.
Secondo la mia esperienza attuale, posso dire che non sto facendo grandi sforzi per accostarmi a quel mondo di interiorità mistica, che ai più sembra una vocazione di privilegiati, quasi preclusa ai ministri-badilanti che vivono ogni giorno al contatto con la gente e con i problemi esistenziali della società.
La mistica non è una prerogativa di alcuni, ma è innata in noi, analfabeti o colti, preti o laici, monaci o non monaci: l’essere precede e accompagna lo sviluppo psico-fisico e ogni ambito religioso. L’essere, nella sua essenza più nuda!
Come un monaco non si sente di per sé staccato dal mondo in cui vive, così un prete diocesano non vive di per sé solo di religione, avendo di Dio e dell’essere umano una visuale solo pragmatica, e meno profonda. Intendiamoci: non parlo solo di intensità di fede o di spirito di dedizione, ma di interiorità mistica che, proprio perché fa parte dell’essere, è la sorgente da dove ha origine ogni respiro dell’esistenza umana.
Vorrei dire un’altra cosa, che da tempo mi brucia dentro. Un monaco che si prende una responsabilità di parrocchia non cessa di essere monaco, così un prete diocesano che si fa mistico non cessa di essere prete al servizio dell’umanità. Con questo intendo dire che, scrivendo ciò che sto scrivendo sul “Dio ignoto”, non vorrei che qualcuno pensasse che sto uscendo di testa, dimenticando la realtà. Già il fatto che inserisco le mie riflessioni da mistico nell’argomento di una nuova comunità di base da proporre al cristiani di oggi, dovrebbe far capire che è molto importante ripensare anzitutto il nostro concetto di Dio. Come un monaco con l’andar del tempo deve sentire l’urgenza di tradurre nella realtà la sua mistica, così un prete di parrocchia deve sentire l’urgenza, con il tempo, di ripensare il cristianesimo, che egli sta servendo, riscoprendo quel profondo mondo divino, che la religione non fa che banalizzare, ridimensionare, tradire, nascondendosi dietro ad apparati ecclesiastici, che vorrebbero apparire come garanti di una fede sicura, ma, proprio perché garanti assoluti, hanno ridotto il cristianesimo a legno secco.
Non basta parlare di anime e di eternità. I pastori d’anime sono preoccupati di salvare lo pseudo mondo divino, ingannando i credenti in nome di una salvezza e di un premio eterni, che nessuno sa in che cosa consisteranno, ma per fortuna, perché, altrimenti, la Chiesa avrebbe già da tempo messo il proprio copyright.
Ma, c’è di più. Quando si vive di religione, in fondo ci si accontenta di poco, anche se si inventano ogni giorno cose e cose per mantenere salda quella fede tradizionale che non va oltre un culto esteriore. La religione non ci permette di discutere quel dio che ci hanno sempre insegnato e blindato da dogmi indiscutibili e da certezze morali così intoccabili da rimanere ancora ferme ad un codice mosaico inciso su una pietra. Tutto diventa allora struttura, mantenuta intatta anche se apparentemente ci sono innovazioni, ma queste riguardano solo il vestito, e non la forma o lo spirito. Non ditemi che la pastorale, o il modo di condurre una comunità cristiana, esce dai soliti schemi: sì, ripeto, cambia il vestito, ma il corpo non ringiovanisce. È sempre lo stesso che invecchia anno dopo anno. E la Chiesa, così, perde forza, quella forza interiore che è la sola a garantire un futuro secondo le esigenze dello Spirito di libertà.
Per rinnovare, nella forza dello Spirito, occorre puntare all’essenza, solo così a poco a poco ci si purifica, si toglie il superfluo, quell’eccedente che finisce per coprire l’essere. Abbiamo messo tanti di quegli strati sull’immagine di Dio che non capire più che cosa in realtà veneriamo. Un idolo pluristratificato? Che cosa ci sta sotto? Nulla! Questa è la vera tragedia. Non c’è niente di Dio sotto il dio della religione. Dio non si fa ingannare da nessuno. Non si fa strumentalizzare da nessuno. Non si fa preda di nessuno. Dio è altrove. Dio è sempre dentro di noi, là dove la religione non vorrebbe che noi scavassimo, per cercarlo e per trovarlo.
Come si può allora parlare di una nuova Comunità cristiana di base, tenendosi il dio-idolo della religione? Si deve tornare alla fonte, alle sorgenti dell’essere. Dio non ha un nome: è l’Essere, e basta. La religione gli ha imposto il suo nome, e ha ingannato miliardi di uomini. La religione ha costruito un suo castello, e qui bisogna stare. Se si aprono le porte e le finestre è solo perché gli “altri”, i perduti, entrino a far parte della salvezza, che ha preteso, lungo i secoli, sacrifici umani perché mantenesse la sua forza di potere sulle anime. E anche sui corpi.
La religione ci aliena, ci porta fuori, ci rende forestieri a noi stessi. Eppure già Sant’Agostino ci invitava: “Non andare al di fuori, rientra in te stesso. Nell’uomo interiore dimora la verità”. E l’Upanisad, testo religioso indiano scritto in sanscrito, dice: “Cerca di scoprire chi risiede nella caverna del cuore”.
Più di uno mi obietterà: “Papa Francesco sta cambiando il volto della Chiesa”. Sì, forse il volto della Chiesa, ma non il volto di Dio. Anch’io ho gioito all’annuncio della nomina a papa di Jorge Mario Bergoglio, gesuita, anche se di lui conoscevo ben poco l’identità. Ho gioito al momento, forse per esclusione: non avrei certo gradito sulla cattedra di Pietro l’arcivescovo di Milano. Probabilmente, se fosse stato nominato Scola, sarei di nuovo a Monte. Probabilmente! Ma, meglio così: prima o poi le cose dovevano cambiare, anche per il bene di Monte, e della diocesi, visto che in ogni caso è difficile rompere certi schemi, uscire da certe strutture vincolanti, continuare a fare il bastian contrario.
Sì, anch’io ho gioito, al nuovo papa, per tante ragioni. Poi, a poco a poco qualcosa non mi piaceva più: l’eccessivo popularismo, l’insistenza su gesti e modi di fare che alla fine non toccavano la sostanza di cui sognavo, quel tergiversare senza affrontare i veri problemi, insomma, aspettavo… aspettavo che si arrivasse al dunque.
Finora, però, la Chiesa-struttura è ancora lì, senza essere minimamente scalfita. Probabilmente è solo una mia impressione, e sarei contento se venissi smentito, ma…
Bisogna pure che, prima o poi, ancora meglio prima, si metta mano ad una vera riforma, che non può essere solo strutturale o di facciata: certe novità, che sembrano tali al momento, non mi entusiasmano per nulla, quando provengono da una chiusura di fede.
Mi sto chiedendo, con sempre maggiore intensità, quale sia in realtà la visuale di fede di Bergoglio. Non mi pare – posso sbagliarmi – che papa Francesco esca da un certo dio, che la Chiesa da millenni sta imponendo all’umanità intera.
Non mi pare che, oltre a aspetti più accattivanti del volto di Dio del resto scontati: Dio è tenero, misericordioso, paterno, materno, ecc. ecc., Bergoglio sia andato oltre, mettendo sotto accusa una teologia ancora fortemente dogmatica e marcatamente moralistica.
Dio è ancora lo stesso di prima, un po’ verniciato a nuovo, ma identico, quello che non freme d’Infinito: un dio, quello dell’attuale Chiesa apparentemente più aperta, che è solo l’immagine di una Chiesa auto-referenziale.
Dire che Dio è tenero, misericordioso, ecc. basta a riscoprire il Dio dell’Umanità? Anche le divinità antiche erano buone, misericordiose, materne, ma non per questo cessavano di essere il parto delle menti umane, l’oggetto dei desideri più possessivi e oggettivanti; ma qual è la loro differenza con il dio della Chiesa cattolica, che, pur unificando in una sola le divinità nel loro complesso, non sembra per nulla uscire dal gioco demoniaco della idolatria. Basta forse vestire questo idolo coi vestiti meno succinti, renderlo più “decente” o meno “osceno”, più malleabile al tocco umano?
Ci vuole ben altro perché si arrivi nel profondo dell’essere umano, e qui si scopra finalmente che il Divino è sciolto da ogni legame, e che l’unico legame, se così possiamo dire, è ciò che unisce l’essere divino all’essere umano, senza intermediari, senza sovrastrutture, senza sentire addosso nemmeno il fiato di una teologia ortodossa.
Nel suo Diario, scrive Henri Le Saux: “Finché non abbiamo incontrato noi stessi, nella nudità interiore – una nudità più sconvolgente ancora della nudità esteriore –, viviamo in un mondo fabbricato da noi stessi, immaginato dalla nostra mente. Noi, il mondo e Dio non siamo che sogni che si sognano, e non la realtà. Chi non si è visto nudo, crederà che tutti siano venuti al mondo con le mutande e con un paio di calzini. Il Dio adorato da uno che non ha incontrato se stesso nudo, è un idolo”.
Queste parole meritano un commento particolare. Prossimamente.
(5/continua)


Caro don Giorgio,
sono convinto che ogni essere umano, più che ogni altra creatura vivente, ricerchi la “chiave del contatto” con Dio.
Molto fa riflettere il passo evangelico citato da Giuseppe, in cui Gesù, in termini lapidari ed alquanto profetico, riconsegna l’uomo al Creatore, spalancando le porte della chiesa allo stesso universo, ove ogni luogo ed ogni tempo costituisce Suo invito al dialogo mistico. Tutto ciò, come giustamente nelle tue riflessioni hai evidenziato, travalica ogni religione intesa come strumento riduttivo del sostanziale ed intimo rapporto con la sostanza dell’ESSERE.
Sintonia non alla portata di molti, ripeto anch’io come persona poco contemplativa, ma molto proiettata sull'”umano” in cui ritrova spesso il ritorno dello spirito. Una chiave di contatto “indiretta” che Gesù stesso ha sempre suggerito agli uomini di adottare.
Papa Bergoglio ha avviato questo contatto che, sono certo, porterà alla fioritura di ulteriori sviluppi, dilatando una dimensione che travalichi ogni ricerca puramente speculativa.
Un accenno a papa Francesco. Ho l’impressione che don Giorgio sia un po’ troppo impaziente, forse perché teme che la prudenza e la gradualità con cui sta agendo, al dunque non portino ad alcun cambiamento reale e, nonostante la sua accattivante figura e l’innegabile fascino che coinvolge credenti e non credenti, la sua rimanga più che altro un’operazione di facciata. Personalmente, invece, desidero avere una grande fiducia in Jorge Bergoglio e, anche a costo di sbagliarmi, spero con tutto il cuore che pur tra mille difficoltà e ostacoli insidiosi, più o meno nascosti, riuscirà a ribaltare tanti pregiudizi e preconcetti e a smontare quel muro di ipocrisia che i principi della chiesa cattolica chiamano dottrina o addirittura spacciano per verità rivelata. Il tempo, se Dio gli concederà vita e salute, non gli manca, e la storia insegna che solo le rivoluzioni sanguinose sono state fatte in pochi giorni, ma poi si è sempre dovuto correre ai ripari. Credo che possiamo essere tutti d’accordo sull’importanza riformatrice di papa Roncalli, anche se il suo pontificato è stato breve e, forse, si è concretizzato “solo” con la convocazione del concilio ecumenico che, a quanto narrano le cronache, “scandalizzò” non poco i cardinali della corte pontificia dell’epoca, ancora ingessati e abituati all’alterigia dell’isolamento regale di papa Pacelli. E non poteva essere altrimenti, perché a chi come me è cresciuto all’ombra delle parrocchie del dopoguerra si insegnava che l’unica verità era nella chiesa cattolica apostolica e romana e tutto il resto era idolatria e paganesimo, e di conseguenza mantenere le distanze dal mondo era l’unico modo per far sì che questi principi restassero inalterati. Eppure la chiesa dovrebbe professare la stessa fede che ci ha tramandato Gesù Cristo attraverso gli apostoli, ed il suo messaggio e la sua testimonianza dovrebbero essere universali, e non legati a luoghi di culto geograficamente circoscritti o a precetti formali come se si trattasse di regole di buona educazione e del saper vivere. Quando Gesù incontra la samaritana non si mantiene sul vago o si tira indietro dinanzi alle domande che lei pone riguardo al rapporto con Dio: «… credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei, ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri credenti adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca persone così. Dio è spirito, e quelli che hanno fede in lui devono adorarlo in spirito e verità». Sbaglierò, ma non mi risulta che questo passo sia stato eliminato dai Vangeli …
Mi vengono in mente una considerazione ed una domanda, che pongo in primis a me stesso.
Su papa Bergoglio il mio parere coincide con quanto indicato nell’articolo: cioè non mi pare un rivoluzionario, tanto meno sulla concezione di DIo.
Ed ecco la domanda: se Dio e la dimensione metafisica sono inconoscibili, quando possiamo essere certi di vivere un’autentica esperienza mistica, sia essa divina o infernale?
Quando possiamo essere certi di non cedere alle illusioni, anche allucicatorie, che talora la nostra mente ci propone?
Quando magari sputiamo rospi o ci mettiamo a parlare in sanscrito?
Quando le statue della madonna si mettono a piangere?
Insomma quando la cosiddetta esperienza si accompagna a fenomeni paranormali?
Credo che tuttora non vi sia una risposta definitiva.