VERSO UNA NUOVA COMUNITÀ CRISTIANA DI BASE: Al Dio ignoto/13

SimoneWeil[1]

di don Giorgio De Capitani
Più di uno mi ha fatto notare che questi articoli sono troppo lunghi e anche difficili. Che cosa dovrei rispondere? Che nessuno è costretto a leggerli. Prima di passare a dire la mia sulle comunità di base (in parte mi sono già espresso diverse volte), voglio partire un po’ alla larga, mettendo insieme più voci, in particolare quelle più radicali. Lo ripeto per l’ennesima volta: io vedo una comunità di base, più che come dissidenza nei riguardi di una certa struttura ecclesiale (sarebbe troppo poco, e non risolverebbe nulla), una nuova radicale visione della Chiesa, a partire dalla fede in Dio. Se non mettiamo in discussione il dio della religione, saremo sempre al punto di partenza, chiusi nel circolo vizioso. E allora un po’ di coraggio e di pazienza: perché non ascoltare ciò che ci dicono o suggeriscono o fanno intuire gli spiriti veramente liberi, in ogni campo del sapere? I veri mistici non sono forse i più radicali contestatori del dio della religione, e di tutto ciò che è ideologia prefabbricata? Sappiamo che accostarci agli scritti dei mistici non è facile, sia per il linguaggio che inventano sia per le loro profonde intuizioni. Ciò fa parte del loro essere “spirito libero”. Vi invito a intuire almeno qualcosa: talora basta un flash per vedere, anche solo per un attimo, la prigione in cui siamo costretti a vivere; è quel raggio di luce che riesce a filtrare dall’esterno.
Per l’ultima volta parlerò ancora di Simone Weil, proponendovi una conferenza che Federica Negri ha tenuto nel mese di maggio del 2013, presso la Sala Rossini Caffè Pedrocchi, Padova. La conferenza è durata 55 minuti circa. L’ho trascritta, ritoccando talora qualche espressione ed evitando ripetizioni. Ho tralasciato l’inizio, quando si è soffermata sul testo “La prima radice”, ovvero “Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano”. Sul rapporto diritti e doveri, già è stato detto abbastanza nell’articolo precedente. In ogni caso, la distinzione che Simone Weil fa tra diritto e dovere è fondamentale.
“La persona e il sacro”
Questo opuscolo è stato scritto da Simone Weil nel suo soggiorno a Londra. Siamo all’inizio del 1943, poco prima della sua morte.
Il testo inizia così:
«”Lei non mi interessa”. Un uomo non può rivolgere queste parole a un altro uomo senza commettere una crudeltà e ferire la giustizia.
“La sua persona non m’interessa”. Queste parole possono essere pronunciate in una conversazione affettuosa tra buoni amici senza ferire quel che vi è di più delicatamente suscettibile nell’amicizia.
Allo stesso modo si può dire senza degradarsi: “La mia persona non conta”, ma non: “Io non conto”.
È la dimostrazione che il vocabolario della moderna corrente di pensiero detta personalista è erroneo. E in questo ambito, là dove vi è un grave errore di vocabolario, è difficile che non vi sia un grave errore di pensiero.
In ogni uomo vi è qualcosa di sacro. Ma non è la sua persona. E neppure la persona umana. È semplicemente lui, quell’uomo.
Ecco un passante: ha lunghe braccia, occhi celesti, una mente attraversata da pensieri che ignoro, ma che forse sono mediocri.
Ciò che per me è sacro non è né la sua persona né la persona umana che è in lui. È lui. Lui nella sua interezza. Braccia, occhi, pensieri, tutto. Non arrecherei offesa a niente di tutto questo senza infiniti scrupoli».
Simone Weil parte nella sua analisi del sacro, mettendosi nettamente in contrapposizione con il personalismo, e lo fa sollevando un problema di vocabolario. Da buona scolara di Alain, dice: dove c’è un errore di vocabolario, dove c’è un errore di definizione, vuol dire che c’è un errore di pensiero. E allora, dov’è che si sbaglia nel definire il luogo del sacro? Simone Weil risponde: il luogo del sacro non è la persona. La persona è una nozione troppo debole per sostenere una parola così importante come quella di sacro.
Torna la domanda: qual è il luogo in cui noi ritroviamo il sacro? La Weil risponde: se fosse veramente la persona umana, cioè il concetto di persona umana, a frenare la violenza, io sarei impossibilitato a fare del male a qualcuno. Scrive:
«Che cosa, esattamente, m’impedisce di cavare gli occhi a quell’uomo, se ne ho il permesso e ciò mi diverte?
Anche se per me è sacro nella sua interezza, un uomo non lo è da tutti i punti di vista, sotto ogni aspetto. Non lo è in quanto le sue braccia sono lunghe, in quanto ha gli occhi celesti, in quanto i suoi pensieri sono forse mediocri. Né, se è duca, in quanto duca; né, se è straccivendolo, in quanto straccivendolo. Niente di tutto questo riuscirebbe a trattenere la mia mano.
Ciò che riuscirebbe a trattenerla è il fatto di sapere che se qualcuno gli cavasse gli occhi la sua anima sarebbe straziata dal pensiero che gli viene fatto del male.
Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.
Il bene è l’unica fonte del sacro. Solo il bene e ciò che è relativo al bene è sacro».
Più avanti scrive:
«Ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale. Tutto ciò che nell’uomo è impersonale è sacro, e nient’altro lo è».
Dunque, per Simone Weil l’unico luogo del sacro nell’essere umano è proprio ciò che è impersonale, ciò che rappresenta un frammento del Divino, un frammento della verità assoluta che in ognuno di noi (anche in chi ha avuto l’esperienza della violenza, in chi è stato violento, in tutti quanti) non si potrà mai cancellare del tutto. Non si può far sparire del tutto la voce che chiede il bene: è l’impersonale che chiede di essere ascoltato.
Simone Weil ci dice: Attenzione! Se noi diciamo che il sacro è la persona umana non abbiamo capito niente. Il sacro è l’impersonale che c’è in ognuno di noi. E allora, il nostro compito sta nel “radicare” il sacro nel “soprannaturale”. Il verbo “radicare” richiama la pianta. La Weil usa l’immagine della pianta: questa vince la forza della gravità che tenderebbe a tenerla a terra, e, grazie alla luce del sole, cresce e diventa sempre più alta.
Il punto in cui noi dobbiamo mettere la corda, attaccarci, è proprio il soprannaturale, da non identificare in nulla di quanto noi conosciamo, per non ricadere nel meccanismo dell’idolatria e della finta conoscenza della verità.
Scrive Simone Weil:
«La perfezione è impersonale. La persona in noi corrisponde alla parte che in noi è errore e peccato. Tutti gli sforzi dei mistici hanno sempre mirato a ottenere che nella loro anima non vi fosse più neppure una parte che dicesse “io”. Ma la parte dell’anima che dice “noi” è infinitamente più pericolosa».
Ora il discorso si fa ancora più interessante. Simone Weil chiama in causa direttamente i mistici: bisogna tentare di svuotare lo spazio dall’”io”. Occorre far ciò che Simone Weil chiama “de-creazione”. È indispensabile de-crearsi, ovvero de-creare la propria persona, abbandonarla per lasciare spazio al silenzio. È il silenzio che permette di ascoltare ciò che è sacro in noi. Ma attenzione: bisogna stare attenti che, al posto dell’”io”, non si metta qualcosa d’altro, soprattutto il “noi”, ovvero la dimensione del collettivo, ben più pericolosa. Ai tempi di Simone Weil il collettivo costituiva veramente un grosso problema. Si provi a pensare al totalitarismo, a ciò che effettivamente comportava il totalitarismo, con la perdita della libertà e del pensiero. La dimensione del collettivo è una dimensione che la Weil chiama di “pesantezza” (pesanteur), che schiaccia e riempie, come fa la immaginazione, tutti i buchi che noi abbiamo creato con il nostro pensare in profondità. Perché il collettivo fa questo? Per renderci incapaci di pensare. Da qui, dal rifiuto del collettivo come luogo in cui il pensiero non è possibile (è questo un punto importante della speculazione di Simone Weil in quel momento particolare) nasce per esempio quel testo che è la “Nota sulla soppressione di tutti i partiti politici”, tra l’altro tirata in ballo anche nell’ultima campagna elettorale, senza neppure averla letta, fraintendendo completamente il pensiero di Simone Weil.
Ora, sopprimere i partiti politici, non vuole dire, secondo Simone Weil, crearne un altro, ma che bisogna sopprimere la dimensione del collettivo, che impedisce di pensare e di agire criticamente in nome di ciò che è il proprio profondo convincimento. Sopprimere i partiti, dunque, non significa intrupparsi in qualcosa d’altro.
La “Nota sulla soppressione di tutti i partiti” potremmo rovesciarla, ovvero leggerla come una sfiducia in qualsiasi forma di organizzazione: come la Weil è sfiduciata e non ha alcuna intenzione di entrare in un partito politico, non ha neppure alcuna intenzione di entrare in una Chiesa, in un organismo collettivo in cui ci sia una imposizione di dogmi, secondo cui si stabilisce che cosa è giusto e che cosa non è giusto. E qui può entrare la questione se Simone Weil si sia o no convertita al cattolicesimo, se abbia o no ricevuto in fin di vita il battesimo. Chi pone questa questione non fa altro che sminuire la radicalità del pensiero di Simone Weil.
Tornando alla collettività, Simone Weil afferma chiaramente che essa è estranea al sacro, non solo, ma fuorvia, perché tenta di riempire con degli idoli ciò che è lo spazio dell’impersonale. E allora, in che modo posso arrivare a questo impersonale?
Simone Weil risponde: posso avvicinarmi all’impersonale tramite dei segni evidenti, che sono poi espressi da due parole: la sventura e la bellezza.
Così scrive:
«Giustizia, verità, bellezza sono sorelle e alleate. Con tre parole così belle, non occorre cercarne altre».
Sono, dunque, tre parole fondamentali, perché è come se, dovendo cercare l’impersonale in noi stessi, avessimo bisogno di una guida per ritrovare questo impersonale in altri luoghi. Ecco, questi altri luoghi sono rappresentati dalla dimensione della sventura e dalla dimensione della bellezza.
Perché, anzitutto, la dimensione della sventura?
Secondo Simone Weil, la sventura (il termine originale in francese è malheur) è una dimensione radicale di sofferenza, che però non significa sofferenza compiaciuta. È la percezione totale di quella che è l’impossibilità di uscire da una certa situazione.
La sventura, ad esempio, è quella che la stessa Simone Weil ha provato nella sua esperienza in fabbrica, ciò che l’ha resa stupita di essere ancora degna di qualche gentilezza. Lo racconta in una lettera: lei si sente quasi in imbarazzo per essere considerata come un essere umano, dopo quel totale sfiancamento che l’ha distrutta nella fabbrica dove lavorava.
Ebbene, se noi abbiamo il coraggio di pensare veramente l’esperienza della sventura, ecco che riusciamo a ritrovare la bellezza. Come dire: l’esperienza più disumana si rivela in realtà la chiave per comprendere l’umano in maniera forte e totale. Certo, è una cosa estremamente difficile: nessuno avrebbe voglia di avere un contatto diretto con la sventura in sé. Si può pensare a distanza a chi sta male o a chi muore o a chi soffre, ma averlo davanti è un po’ fastidioso, insopportabile. Questo fastidio ci rende difficile pensare veramente alla sventura. Quindi, la sventura rimane in un certo senso muta per chi non la sa ascoltare. Allo stesso modo, invece, nel momento in cui riusciamo a pensare alla sventura, riusciamo a percepirne la bellezza, riusciamo a percepire una dimensione, quella della bellezza, che sarà importantissima. Perché?
La dimensione della sventura, sempre secondo la Weil, è un accesso diretto a quella che è una traccia del Divino.
Tra parentesi. Simone Weil usa termini che avrebbero bisogno di spiegazioni. Sventura e bellezza sono i termini del Divino nella creazione. La concezione della Weil ha come base forte l’assenza di Dio nella creazione: una assenza che però è una assenza-presenza, perché Dio si rivela attraverso una serie di tracce, di simboli, di segni, che solo un’anima attenta (solo chi attende instancabilmente di fronte alla porta) riesce a cogliere. Non è una cosa per tutti.
Il segno più evidente è proprio la bellezza, che è, dice Simone Weil, la trappola con cui Dio tenta di catturarci. La bellezza è l’astuzia del Divino che tenta di attrarci a sé per farci ritornare indietro. Dio di per sé è impossibilitato a farci tornare indietro, e allora fa di tutto perché siamo noi a farlo. Come? Attraverso la bellezza, che Dio pone come una trappola sul nostro cammino.
Ma anche la sventura ha uno scopo: quello di farci provare una radicalità del nostro essere umano, una dimensione totalmente sconosciuta. Se ci pensiamo fino in fondo, anche la sventura è una voce per accedere alla dimensione del Divino. La stessa cosa si può dire della giustizia.
Che cos’è la giustizia? Attenzione!, avverte Simone Weil. Dobbiamo, anzitutto, abbandonare la nozione di diritto, perché questo è un modo sbagliato di vedere la questione. Il diritto è legato alla forza. Qui bisognerebbe collegarsi a quanto scrive nel “Preludio ad una dichiarazione dei doveri verso l’essere umano”.
Parlando di giustizia, la Weil fa il collegamento tra il diritto che nasce nel mondo romano e ciò che poi direttamente dal mondo romano è arrivato alla Germania contemporanea, Il collegamento è tra le istituzioni che lei considera totalitarie, ovvero la Roma antica e la Germania contemporanea.
La nozione di diritto va abbandonata, perché è fondata sulla forza e sulla violenza. La giustizia è un’altra cosa. Simone Weil si rifà al mondo greco. Scrive:
«I Greci non possedevano la nozione di diritto. Non avevano vocaboli per esprimerla. Si accontentavano del nome di giustizia».
Simone Weil a questo punto richiama la figura di Antigone.

(Parentesi, a cura di don Giorgio. Antigone è una tragedia scritta da Sofocle, drammaturgo ateniese, vissuto nel V secolo a.C. Da Wikipedia: “L’opera racconta la storia di Antigone, che decide di dare sepoltura al cadavere del fratello Polinice contro la volontà del nuovo re di Tebe, Creonte. Scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni imprigionata in una grotta. In seguito alle profezie dell’indovino Tiresia e alle suppliche del coro, Creonte decide infine di liberarla, ma troppo tardi, perché Antigone nel frattempo si è impiccata. Questo porta al suicidio il figlio di Creonte, Emone, promesso sposo di Antigone, e poi la moglie di Creonte, Euridice, lasciando Creonte solo a maledire la propria stoltezza”).

Simone Weil scrive:
«Solo per un singolare malinteso si è potuto assimilare la legge non scritta di Antigone al diritto naturale. Agli occhi di Creonte, in ciò che faceva Antigone non vi era alcunché di naturale. Egli la giudicava folle. […]
Antigone dice a Creonte: “Non è Zeus ad avere emanato questa ordinanza; non è la compagna delle divinità dell’altro mondo, la Giustizia, ad avere stabilito leggi siffatte tra gli uomini”. Creonte cerca di convincerla che i suoi ordini erano giusti; la accusa di avere arrecato oltraggio a uno dei fratelli onorando l’altro, giacché in tal modo è stato accordato lo stesso onore all’empio e al fedele, a colui che è morto nel tentativo di distruggere la sua patria e a colui che è morto per difenderla. Lei dice: “Nondimeno l’altro mondo esige leggi uguali”. Lui obietta con buon senso: “Ma non vi è sorte uguale per il prode e per il traditore”. Lei non trova che questa risposta assurda: “E chi sa se nell’altro mondo ciò è legittimo?”. L’osservazione di Creonte appare perfettamente ragionevole: “Ma un nemico, neppure da morto, è giammai un amico”. E la piccola sciocca ribatte: “Sono nata per condividere non l’odio, ma l’amore”. Creonte, allora, sempre più ragionevole: “vattene dunque nell’altro mondo e, poiché hai bisogno di amare, ama coloro che dimorano laggiù”.
In effetti il suo vero posto era proprio laggiù. Perché la legge non scritta alla quale questa giovinetta obbediva, lontanissima dall’avere qualcosa in comune con un qualche diritto o con alcunché di naturale, non era altro che l’amore estremo, assurdo, che ha spinto il Cristo sulla Croce.
La Giustizia, compagna delle divinità dell’altro mondo, prescrive questo eccesso d’amore. Nessun diritto potrebbe prescriverlo. Il diritto non ha alcun legame diretto con l’amore».
Antigone, secondo Simone Weil, fa parte di una schiera di figure perfettamente pure, che hanno saputo interrompere il ciclo che lega alla forza, al sopruso e al tentativo di perpetuare questo sopruso su chi è più debole di noi.
Dunque, Simone Weil dice che solo un essere perfettamente puro può interrompere questo circolo vizioso. Di questi esseri perfettamente puri Simone Weil fa un elenco nei suoi “Quaderni”: un elenco molto lungo e anche molto strano. Ci mette un po’ di tutto.
Che cosa allora bisogna fare per tentare di tutelare questo sacro, questo impersonale che è nell’essere umano? La Weil risponde dicendo che bisogna creare, anche se è estremamente difficile, una situazione di silenzio, una situazione di tranquillità in modo tale che sia possibile ascoltare un grido che, molto spesso, è la lingua dei senza lingua.
Siamo in una dimensione che viene colta solamente ed effettivamente da chi ha conosciuto questa parte di impersonale di sé, da chi è arrivato a un livello tale di attenzione da poter riconoscere negli altri questi segni dell’impersonalità, la divinità, il sacro che è in ognuno essere umano.
Ed ecco che cosa scrive Simone Weil:
«Un idiota del villaggio – nel senso letterale dell’espressione – che ami realmente la verità, quand’anche emettesse soltanto balbettii, riguardo al pensiero è infinitamente superiore ad Aristotele. È infinitamente più vicino a Platone di quanto non lo sia mai stato Aristotele. È dotato di genio, allorché ad Aristotele si confà soltanto il termine talento. Se una fata venisse a proporgli di scambiare la sua sorte con un destino analogo a quello di Aristotele, saggio sarebbe per lui opporre un rifiuto senza esitare. Ma egli non ne sa nulla. Nessuno glielo dice. Tutti gli dicono il contrario. Bisogna dirglielo. Bisogna incoraggiare gli idioti, i senza talento, quelli dal talento mediocre o poco meno che medio che sono dotati di genio. Non c’è da temere di renderli orgogliosi. L’amore della verità si accompagna sempre all’umiltà. L’autentico genio non è altro che la virtù soprannaturale dell’umiltà nell’ambito del pensiero».
Innanzitutto, appare evidente la preferenza di Simone Weil per Platone. Aristotele è solo un talento, invece il vero genio è quello di Platone. A parte questo, qual è il senso profondo del discorso?
Il senso profondo è questo: che non serve una intelligenza eccelsa per accedere al sacro, alla dimensione dell’impersonale. Serve invece una estrema umiltà, che è la vera intelligenza del soprannaturale. La ricerca dell’impersonale o del sacro prescinde dall’intelligenza, che molto spesso è legata ad una presunzione del sé, a un riempirsi dell’”io”. Bisogna de-crearsi e staccarsi dal questo “io”. Bisogna fare in modo che ci sia spazio, perché il sacro si faccia sentire.
Con l’intelligenza discorsiva, dice Simone Weil, non si va da nessuna parte. Per passare oltre, che cosa bisogna fare? Qui lei usa una bellissima immagine: noi pensiamo di avere una intelligenza che ci può portare più avanti degli altri, in realtà è come se fossimo dei poveracci, chiusi in una prigione: ci vantiamo delle dimensioni enormi della nostra prigione. Quando noi rimaniamo all’interno del linguaggio, quello dell’intelligenza, abbiamo già perso, perché il linguaggio enumera una serie di relazioni, ma il linguaggio è sempre limitato. Il linguaggio può essere un po’ più forte o un po’ meno forte, ma non arriva mai alla totalità. E allora, che cosa bisogna fare?
L’unica cosa da dare, dice la Weil, è battere la testa contro il muro fino allo sfinimento. Così scrive:
«Cozzerà contro il muro fino al deliquio; si ridesterà, guarderà il muro con timore, poi un giorno ricomincerà fino a cadere di nuovo in deliquio; e così di seguito, senza alcuna speranza. Ma un giorno si ridesterà dall’altra parte del muro.
Forse sarà ancora prigioniero, in una cella soltanto più spaziosa. Che importa? Ormai è entrato in possesso della chiave, il segreto che abbatte ogni muro. È pervenuto al di là di ciò che gli uomini denominano intelligenza, egli è là dove ha inizio la saggezza».
Questa è la vera questione: che l’intelligenza si faccia da scudo. Ma noi dobbiamo, con umiltà, continuare a chiedere perché Dio non ci neghi una risposta. Questa è la convinzione assolutamente razionale di Simone Weil. L’umiltà è la vera intelligenza che ci permette di entrare nel Divino; non è la presunzione di sapere qualcosa. L’umiltà ci permette di conoscere che il nostro qualcosa venga abbattuto.
Allora qual è la cosa più importante?
Simone Weil scrive:
«Quando si parla del potere delle parole si tratta sempre di un potere illusorio ed erroneo. Ma per effetto di una disposizione provvidenziale vi sono alcune parole che, se ne viene fatto buon uso, hanno in se stesse la virtù d’illuminare e di sollevare verso il bene. Sono le parole alle quali corrisponde una perfezione assoluta e per noi inafferrabile. La virtù d’illuminazione e di trazione verso l’alto risiede in queste parole stesse, in queste parole in quanto tali, non in una concezione. Perché farne buon uso significa anzitutto non far loro corrispondere alcuna concezione. Ciò che esse esprimono è inconcepibile. Tra queste parole vi sono Dio e verità. Così pure giustizia, amore, bene».
In altri termini, Simone Weil dice: Attenzione! Ci sono delle parole che sono fondamentali, perché vi tirano verso l’alto, ma non possiamo dire dove stiamo andando, dobbiamo solamente farci trascinare e metterci nelle condizioni di farci trascinare. Non dobbiamo mai e poi mai far corrispondere qualche cosa di conosciuto a queste parole, perché sarebbe sicuramente sbagliato, sarebbe sicuramente un idolo, un qualche cosa che distruggerebbe la specificità di questi termini. Questi termini sono forti e importanti proprio perché sono vuoti. Bisogna lasciarli vuoti, non bisogna avere la tentazione di riempirli con il nostro nulla.
Ciò che afferma Simone Weil non è: distruggiamo allora la democrazia, il diritto, non facciamo più niente. Così conclude il testo “La persona e il sacro”:
«Al di sopra delle istituzioni destinate a proteggere il diritto, le persone, le libertà democratiche, occorre inventarne altre destinate a discernere e abolire tutto ciò che nella la vita contemporanea schiaccia le anime sotto l’ingiustizia, la menzogna e la bruttezza. Occorre inventarle, perché esse sono sconosciute, ed è impossibile dubitare che siano indispensabili».
Quindi non c’è nessuna voglia di distruggere tanto per distruggere. C’è solamente il richiamo di chi dice: attenzione!, qui non abbiamo finito la questione. Una volta che abbiamo rinsaldato l’istituzione democratica, tutelato il diritto, non abbiamo concluso, perché il punto importante è ancora da cogliere. È necessario che noi “ripensiamo” il nostro nuovo mondo, mettendo accanto a queste cose, che sono fondamentali sicuramente (è chiaro che sotto il totalitarismo non si può pensare e non si fa nulla pensando), la necessità di riscoprire il sacro e di tutelarlo.
Bisogna assolutamente inventare qualcosa, facendo il vuoto dentro di noi, per dare più spazio al sacro. È esattamente ciò che sostiene il mistico: cambiare il mondo ripensandolo in maniera diversa. Tu parli di diritto, ed io parlerò di giustizia. Siamo su piani diversi. Se tu mi dici: “È un mio diritto fare questo”, io ti dirò invece: “Non è giusto quello che fai”. Tu mi parli di diritto, ed io ti risponderò parlando di giustizia.
Penso di fare ancora cosa gradita presentarvi il commento integrale al “Padre Nostro” di Simone Weil.

A PROPOSITO DEL «PATER»

«Padre nostro che sei nei cieli».
Egli è nostro Padre; non c’è nulla in noi di reale che non proceda da lui. Noi gli apparteniamo. Egli ci ama, perché ama se stesso e noi siamo cosa sua. Ma è il Padre che è nei cieli. Non altrove. Se noi crediamo di avere un padre quaggiù non è lui, ma un falso dio. Non possiamo fare un solo passo verso di lui: non si cammina verticalmente. Possiamo dirigere verso di lui soltanto il nostro sguardo. Non dobbiamo cercarlo, dobbiamo soltanto mutare la direzione dello sguardo. Tocca a lui cercarci. Dobbiamo essere felici di sapere che egli è infinitamente fuori della nostra portata. Abbiamo così la certezza che il male in noi, anche se sommerge tutto il nostro essere, non contamina in alcun modo la purezza, la felicità, la perfezione di Dio.
«Sia santificato il nome tuo».
Dio solo ha il potere di nominarsi. Il suo nome non può essere pronunciato da labbra umane; il suo nome è la sua parola: è il Verbo. Il nome di un essere fa da intermediario tra la mente umana e questo essere, è la sola via attraverso la quale la mente umana possa afferrare qualcosa di questo essere quando è assente. Dio è assente: è nei cieli. Il suo nome è la sola possibilità per l’uomo di accedere a lui. È il Mediatore. L’uomo può accedere a questo nome, per quanto esso pure sia trascendente. Questo nome brilla nella bellezza e nell’ordine del creato e nella luce interiore dell’anima umana: è la santità stessa e non v’è santità fuori di lui; dunque non occorre che sia santificato. Chiedendo questa santificazione, noi chiediamo ciò che è dell’eternità, con una pienezza di realtà alla quale non possiamo aggiungere né togliere nemmeno una parte infinitesimale. Chiedere ciò che è, ciò che è in maniera reale, infallibile, eterna, del tutto indipendente dalla nostra domanda, è la richiesta perfetta. Non possiamo impedirci di desiderare: noi siamo desiderio; ma questo desiderio che ci inchioda all’immaginario, al tempo, all’egoismo, possiamo, esprimendolo tutto intero in questa richiesta, farlo divenire una leva che, strappandoci dall’immaginario e dal tempo, ci colloca nel reale e nell’eternità, fuori della prigione dell’io.
«Venga il tuo regno».
Si tratta di qualcosa che deve venire, che non c’è. Il regno di Dio è lo Spirito Santo che colma tutta l’anima delle creature intelligenti. Lo Spirito soffia dove vuole. Non si può fare altro che invocarlo. Non bisogna neppure pensare d’invocarlo in maniera particolare su di sé, o su questo o su quello, o anche su tutti; bisogna semplicemente invocarlo, di modo che il semplice pensare a lui sia un appello, un grido: quando si è al limite della sete, quando si è ammalati di sete, non ci si raffigura più l’atto del bere in rapporto a se stessi e nemmeno l’atto del bere in generale; ci si raffigura soltanto l’acqua, l’acqua in se stessa, ma questa raffigurazione dell’acqua è come un grido di tutto l’essere.
«Sia fatta la tua volontà».
Noi siamo certi in maniera assoluta e infallibile della volontà di Dio soltanto per il passato: tutti gli avvenimenti che si sono verificati, quali che siano, sono conformi alla volontà del Padre onnipotente. Questo è implicito nel concetto di onnipotenza. Anche l’avvenire, qualunque esso sia, una volta compiuto, sarà compiuto conformemente alla volontà di Dio. Non possiamo aggiungere o sottrarre nulla a questa conformità. Così, dopo uno slancio di desiderio verso il possibile, con questa frase noi chiediamo di nuovo ciò che è già realtà: ma non più una realtà eterna, come la santità del Verbo; l’oggetto della nostra richiesta riguarda ciò che si produce nel tempo: noi chiediamo che ciò che si produce nel tempo sia conforme, infallibilmente ed eternamente, alla volontà divina. Con la prima richiesta del Pater noi avevamo strappato il desiderio dal tempo per applicarlo all’eterno, e così l’avevamo trasformato: ora riprendiamo questo desiderio, diventato esso stesso in certo modo eterno, e lo rivolgiamo di nuovo al tempo. Allora il nostro desiderio oltrepassa il tempo e trova dietro di esso l’eternità. Questo avviene quando sappiamo trasformare in oggetto di desiderio ogni avvenimento compiuto. È una cosa ben diversa dalla rassegnazione. Persino la parola accettazione è troppo debole. Si deve desiderare che tutto ciò che è avvenuto sia avvenuto, e null’altro. Non perché ciò che è avvenuto è un bene a nostro modo di vedere, ma perché Dio lo ha permesso e perché l’obbedienza degli eventi a Dio è in sé un bene assoluto.
«Così in cielo come in terra».
Questo associarsi del nostro desiderio alla volontà di Dio deve estendersi anche alle cose spirituali. I progressi e i regressi spirituali nostri e degli esseri che amiamo hanno un rapporto con l’altro mondo, ma sono anche avvenimenti che si producono quaggiù, nel tempo. Sono quindi dei particolari nell’immenso mare degli avvenimenti, mossi, con questo mare, in maniera conforme alla volontà di Dio. Poiché le nostre passate debolezze si sono verificate, dobbiamo desiderare che esse si siano verificate e dobbiamo estendere questo desiderio all’avvenire, per il giorno in cui sarà divenuto passato. È una correzione necessaria alla richiesta che venga il regno di Dio. Dobbiamo abbandonare tutti i desideri che non siano quello della vita eterna, ma anche la vita eterna dobbiamo desiderarla con spirito di rinuncia. Non bisogna attaccarsi nemmeno al distacco. È l’attaccamento alla salvezza è più pericoloso degli altri. Si deve pensare alla vita eterna come si pensa all’acqua quando si muore di sete e, nel medesimo tempo, desiderare per sé e per gli esseri cari la privazione eterna di quest’acqua piuttosto che riceverla contro la volontà di Dio, se mai una cosa simile fosse concepibile.
Le tre richieste precedenti sono in rapporto con le tre Persone della Trinità: il Figlio, lo Spirito e il Padre, e anche con le tre parti del tempo: il presente, l’avvenire e il passato. Le tre richieste che seguono vertono sulle tre parti del tempo più direttamente e in un altro ordine: presente, passato, avvenire.
«Dacci oggi il nostro pane soprannaturale».
Cristo è il nostro pane. Possiamo chiederlo soltanto per oggi, perché è sempre alla porta della nostra anima: vuole entrare, ma non viola il nostro consenso. Se consentiamo che entri, egli entra; appena non lo vogliamo più, egli se ne va. Noi non possiamo vincolare oggi la nostra volontà di domani, fare oggi con lui un patto affinché domani sia in noi anche contro il nostro volere. Il nostro consenso alla sua presenza è la stessa cosa della sua presenza. Il consenso è un atto: non può essere che attuale. Non ci è stata data una volontà che possa essere applicata all’avvenire. Tutto ciò che nella nostra volontà non è efficace, è immaginario. La parte efficace della volontà è efficace immediatamente; la sua efficacia non è distinta dalla volontà stessa. La parte efficace della volontà non è lo sforzo, che è teso verso l’avvenire. È il consenso, il sì del matrimonio, un sì pronunciato nell’istante presente, per l’istante presente, ma pronunciato come una parola eterna, poiché è il consenso all’unione di Cristo con la parte eterna della nostra anima.
Noi abbiamo bisogno del pane. Siamo esseri che di continuo traggono dall’esterno la loro energia, poiché, via via che la ricevono, la esauriscono nei loro sforzi. Se la nostra energia non è quotidianamente rinnovata, perdiamo le forze e non riusciamo più a muoverci. Al di fuori del nutrimento propriamente detto, tutto ciò che ci stimola è per noi fonte di energia. Il denaro, l’avanzamento, la considerazione, le decorazioni, la celebrità, il potere, le persone amate, tutto ciò che mette in noi la capacità di agire è come il pane. Quando una di queste affezioni penetra in noi tanto profondamente da arrivare alle radici vitali della nostra esistenza fisica, l’esserne privati può spezzarci e persino farci morire: è quel che si dice morire di dolore. È come morire di fame. Gli oggetti delle nostre affezioni costituiscono, con il nutrimento propriamente detto, il pane di quaggiù. Dipende interamente dalle circostanze di accordarcelo. Per quanto concerne le circostanze, dobbiamo chiedere soltanto che esse siano conformi alla volontà di Dio. Non dobbiamo chiedere il pane di quaggiù.
Esiste un’energia trascendente la cui sorgente è in cielo e che passa in noi non appena lo desideriamo. È veramente una energia e si traduce in azione tramite la nostra anima e il nostro corpo.
È questo l’alimento che dobbiamo chiedere. Nel momento in cui lo chiediamo, e per il fatto stesso che lo chiediamo, sappiamo che Dio vuole darcelo. Non dobbiamo tollerare di restare un solo giorno senza di esso. Poiché quando i nostri atti vengono alimentati soltanto da energie terrene, sottoposte alle necessità di quaggiù, non possiamo fare e pensare che il male. «Dio vide che i misfatti dell’uomo si moltiplicavano sulla terra, e che il frutto dei pensieri del suo cuore era costantemente e unicamente cattivo». La necessità che ci costringe al male governa tutto in noi, salvo l’energia che ci viene dall’alto nel momento in cui entra in noi. Non possiamo farne provvista.
«E rimetti a noi i nostri debiti come noi li abbiamo rimessi ai nostri debitori».
Al momento di dire queste parole dobbiamo aver già rimesso tutti i nostri debiti. Non si tratta soltanto delle offese che pensiamo di aver subito. È anche la rinuncia alla riconoscenza per il bene che pensiamo di aver fatto, e in genere a tutto ciò che ci attendiamo dagli esseri e dalle cose, tutto ciò che crediamo ci sia dovuto, la cui mancanza ci darebbe la sensazione di essere stati frustrati. Sono tutti i diritti che noi crediamo che il passato ci dia sull’avvenire. Anzitutto, il diritto a una certa durata. Quando abbiamo potuto godere una certa cosa per lungo tempo, crediamo che essa ci appartenga e che la sorte sia tenuta a lasciarcela godere ancora. Poi, il diritto a un compenso per ogni sforzo, di qualsiasi natura esso sia, per ogni lavoro, ogni sofferenza o desiderio. Ogni volta che noi facciamo uno sforzo e che l’equivalente di questo sforzo non torna a noi sotto forma di un frutto visibile, abbiamo una sensazione di squilibrio, di vuoto, ci sentiamo come derubati. Quando subiamo un’offesa noi aspettiamo che l’offensore venga castigato o si scusi, se facciamo del bene ci attendiamo la riconoscenza della persona beneficata. Questi sono casi particolari di una legge universale della nostra anima: tutte le volte che qualcosa è uscito da noi, abbiamo assolutamente bisogno che almeno l’equivalente ritorni in noi e, poiché ne abbiamo bisogno, crediamo di averne diritto. Nostri debitori sono tutti gli esseri, tutte le cose, l’universo intero. E noi crediamo di avere crediti verso tutte le cose; ma tutti questi presunti crediti sono sempre crediti immaginari del passato verso l’avvenire: è a questi che dobbiamo rinunciare.
Aver rimesso i debiti ai nostri debitori significa aver rinunciato in blocco a tutto il passato; accettare che l’avvenire sia vergine e intatto, rigorosamente legato al passato da legami che ignoriamo ma del tutto libero dai legami che la nostra immaginazione crede di imporgli; accettare la possibilità che l’avvenire si attui e, in particolare, che ci accada qualsiasi cosa e che il domani faccia di tutta la nostra vita passata una cosa sterile e vana.
Rinunciando a tutti i frutti del passato, senza eccezione, possiamo chiedere a Dio che i nostri peccati passati non diano nella nostra anima i loro miserabili frutti di male e di errore. Finché ci aggrappiamo al passato, Dio stesso non può impedire in noi questa orribile fruttificazione: non possiamo attaccarci al passato senza attaccarci ai nostri delitti, poiché non conosciamo quanto c’è in noi di essenzialmente cattivo.
Il credito principale che pensiamo di possedere verso l’universo è la continuazione della nostra personalità. Questo credito implica tutti gli altri. L’istinto di conservazione ci fa sentire questa continuazione come una necessità, e noi crediamo che una necessità sia un diritto. Come il mendicante che diceva a Talleyrand: «Monsignore, devo pur vivere», e al quale Talleyrand rispondeva: «Non ne vedo la necessità». La nostra personalità dipende interamente dalle circostanze esterne, che hanno un potere illimitato di schiacciarla, ma noi preferiremmo morire anziché riconoscerlo. L’equilibrio del mondo è per noi un susseguirsi di circostanze tali che la nostra personalità resta intatta e sembra appartenerci. Tutte le circostanze che in passato hanno ferito la nostra personalità ci sembrano squilibri che un giorno o l’altro devono essere compensati da fenomeni contrari. Noi viviamo nell’attesa di queste compensazioni. L’incombenza della morte ci appare orrenda soprattutto perché ci costringe a renderci conto che queste compensazioni non avranno mai luogo.
La remissione dei debiti è la rinuncia alla propria personalità, rinuncia a tutto ciò che chiamiamo «io», senza alcuna eccezione. Sapere che in tutto ciò che chiamiamo «io» non c’è nulla, non c’è alcun elemento psicologico che le circostanze esterne non possano far scomparire. Bisogna accettare che sia così ed esserne felici.
Le parole: «Sia fatta la tua volontà», se pronunciate con tutta l’anima, implicano questa accettazione.
Per questo un istante dopo si può dire: «Abbiamo rimesso ai nostri debitori».
La remissione dei debiti è la povertà spirituale, la nudità spirituale, la morte. Se accettiamo completamente la morte, possiamo chiedere a Dio di farci rivivere purificati dal male che è in noi: infatti, chiedergli di rimettere i nostri peccati, significa chiedergli di cancellare il male che è in noi. Il perdono è la purificazione. Il male che è in noi, e che vi resta, neppure Dio ha il potere di perdonarlo. Dio ci ha rimesso i nostri debiti quando ci ha messi nello stato di perfezione.
Fino ad allora Dio rimette i nostri debiti parzialmente, nella misura in cui noi li rimettiamo ai nostri debitori.
«E non indurci in tentazione, ma liberaci dal male».
La sola prova, la sola tentazione per l’uomo è di essere abbandonato a se stesso, a contatto con il male. Egli allora verifica sperimentalmente il proprio nulla. Sebbene l’anima abbia ricevuto il pane soprannaturale nel momento in cui lo ha richiesto, la sua gioia è mista a timore, perché ha potuto chiederlo solo per il presente. L’avvenire resta temibile. L’anima, che non ha diritto di chiedere il pane per il domani, esprime il proprio timore sotto forma di supplica. E con queste parole conclude. Con la parola «Padre» ha inizio la preghiera, con la parola «male» si conclude. Bisogna passare dalla fiducia al timore: solo la fiducia dà forza sufficiente affinché il timore non causi una caduta. Dopo aver contemplato il nome.
È il regno e la volontà di Dio, dopo aver ricevuto il pane soprannaturale ed essere stata purificata dal male, l’anima è pronta per la vera umiltà, che corona tutte le virtù. L’umiltà consiste nel sapere che in questo mondo tutta l’anima (non solo la parte che chiamiamo «io» nella sua totalità ma anche la parte soprannaturale dell’anima che è Dio presente in essa) è sottoposta alle vicissitudini del tempo. Bisogna accettare in modo assoluto la possibilità che tutto ciò che in sé è naturale venga distrutto. Ma bisogna accettare e respingere nello stesso tempo la possibilità che la parte soprannaturale dell’anima scompaia: accettarla come evento che potrebbe verificarsi solo se Dio lo vuole, respingerla come qualcosa di orribile. Bisogna averne paura, ma in modo che la paura sia come il compimento della fiducia.
Le sei richieste si corrispondono a due a due. Il pane trascendente è la stessa cosa del nome divino: è ciò che opera il contatto dell’uomo con Dio. Il regno di Dio è la stessa cosa della protezione che egli stende su di noi contro il male: proteggere è una funzione regale. La remissione dei debiti ai nostri debitori è la stessa cosa dell’accettazione totale della volontà di Dio. La differenza sta nel fatto che nelle prime tre richieste la nostra attenzione è rivolta verso Dio, mentre nelle ultime tre la riportiamo su di noi, per costringerci a fare di quelle tre richieste un atto reale e non immaginario.
Nella prima metà della preghiera si comincia con l’accettazione, poi ci si permette un desiderio, quindi lo si corregge, tornando all’accettazione. Nella seconda metà l’ordine è mutato: si conclude esprimendo un desiderio. Ma il desiderio è diventato negativo e si esprime sotto forma di timore; in tal modo esso corrisponde al più alto grado di umiltà, l’atteggiamento più adatto a una conclusione.
Questa preghiera contiene tutte le richieste possibili: non si può concepire una preghiera che non sia già contenuta in questa. Essa sta alla preghiera come Cristo, all’umanità. È impossibile pronunciarla una sola volta, concentrando su ogni parola tutta la propria attenzione, senza che un mutamento reale, sia pure infinitesimale, si produca nell’anima.
(continua/13)

3 Commenti

  1. Giuseppe ha detto:

    La domanda che sorge spontanea di fronte a tanta libertà di pensiero è: “possibile mai che la Chiesa, la comunità che Cristo ha affidato a Pietro e agli apostoli, è riuscita a costruire nel tempo una gabbia attorno alle nostre coscienze e alle nostre menti, con la pretesa di tutelare e trasmettere l’autenticità del suo messaggio?” Allora che differenza c’è tra gli Scribi e i Farisei dell’epoca in cui Gesù si è incarnato e i Vescovi, i Cardinali e tutto l’apparato ecclesiastico attuale?

  2. GIANNI ha detto:

    Penso che siano articoli interessanti ed utili, sopratutto per quelle persone che, pur desiderandolo, non hanno occasione e tempo per leggere l’opera di un autore, e quindi mai si sono soffermate a riflettere su qualche suo spunto.
    La Weil indugia, nelle presenti riflessioni, sul concetto di divino che esisterebbe in ognuno di noi, e da mistica sottolinea l’importanza di essere consapevoli di una dimensione soprannaturale, io preferisco definirla preternaturale, come un universo parallelo che, più che sopra il nostro universo tangibile, materiale, è coesistente con quest’ultimo.
    Per certi versi riconduce al metanoeite evangelico, appunto nel senso di spogliarsi dell’intelletto, della mente razionale, prigione che non ci porterà mai a Dio, a comprenderne l’intima essenza metafisica.

  3. trevize ha detto:

    Un buon filosofo riesce a creare un proprio sistema di credenze, inattaccabile e perfetto,
    ma in esso vi è la realtà? Di che assunti si serve?
    Prende un secchio e vuole in esso racchiudervi il fluire dell’acqua del fiume!

    Sorrido del mondo,
    con i suoi concetti ed argomentazioni logiche,
    possono essi raggiungermi?