01 febbraio 2026: QUARTA DOPO L’EPIFANIA
Sir 43,23-33a; Col 3,4-10; Mt 8,23-27
Anzitutto, mi soffermo sul brano del Siracide. Il testo scelto dalla liturgia fa parte del capitolo 43, che gli esegeti chiamano il “canto delle creature” intonato dallo stesso autore del libro, che già nel capitolo precedente aveva esaltato l’opera della sapienza divina all’interno del creato.
Ed ecco la sfilata delle varie creature, particolarmente suggestiva. Si comincia con il firmamento limpido e affascinante. Si passa poi al sole tratteggiato, forse, con qualche allusione al Salmo 19; l’orizzonte è tutto avvolto dal suo calore. Ad esso si appaia la luna, considerata come una specie di orologio cosmico per definire il calendario (si ricordi che nell’antico Israele i mesi erano quelli lunari), importante nella vita liturgica del popolo di Dio.
Ecco poi occhieggiare nei cieli le stelle, e l’arcobaleno, ammirato come un “cerchio di gloria”, evocatore dell’alleanza tra Dio e l’umanità. Dagli spazi celesti scende anche la neve, che viene descritta con tutto lo stupore di chi la vede volare nei suoi fiocchi, simili a uccelli o a cavallette, conquistato dal suo candore. Saettano poi le folgori, s’addensano le nubi, scoppiano i tuoni, soffiano i venti portando con sé bufere e turbini. Simile al sale sparso per terra è invece la brina, messa in parallelo con il gelido vento settentrionale, che fa ghiacciare le acque, divenute simili a una dura corazza. Ma subito dopo, per contrasto, spira il vento caldo del deserto che secca e inaridisce ogni cosa, portando un’insopportabile calura, appena attenuata dalle nubi e dalla rugiada. L’attenzione si sposta dalla terra al mare spazioso, disseminato di isole, popolato di pesci e mostri marini, ma anche solcato da navi.
Qualche riflessione. La contemplazione del nostro poeta non è però romantica, o puramente estetica; egli non è uno spettatore sereno, conquistato dalla bellezza dei paesaggi che sta descrivendo. Il suo sguardo è quello della fede e della lode. È infatti la scoperta che nel creato si configura un messaggio divino. Anzi, è la Parola di Dio a tenere insieme, in modo armonico e compatto, tutto l’universo; quella parola che è alla radice stessa dell’essere di tutte le creature. Gli stessi filosofi greci (pensate a Eraclito) parlavano di “logos”, come la “ragione sovrumana” che è l’Armonia universale del Cosmo (già la parola “cosmo” in greco significa “ordine”).
Dunque, anche nella Bibbia troviamo stupende pagine di una altissima poesia, ma ispirata da Dio e che eleva verso Dio. Non concepisco una lirica asettica, pura descrizione estetica, Del resto pensiamo alla Divina Commedia di Dante, un capolavoro che è unico e insuperabile che sembra uscito dalla stessa mente divina. Già il titolo “Divina Commedia”.
Certo, noi riusciamo a vedere solo alcuni lembi dell’immensa opera divina; la realtà è estremamente complessa e molteplice. Ed ecco le parole del Siracide: «Potremmo dire molte cose e mai finiremmo, ma la conclusione del discorso sia: «Egli è il tutto!». Come potremmo avere la forza per lodarlo? Egli infatti, il Grande, è al di sopra di tutte le sue opere. Il Signore è terribile e molto grande, meravigliosa è la sua potenza. Nel glorificare il Signore, esaltatelo quanto più potete, perché non sarà mai abbastanza. Nell’esaltarlo moltiplicate la vostra forza, non stancatevi, perché non finirete mai. Chi lo ha contemplato e lo descriverà? Chi può magnificarlo come egli è? Vi sono molte cose nascoste più grandi di queste: noi contempliamo solo una parte delle sue opere».
“Dio è il tutto”, da cui siamo usciti e a cui tendiamo. Ed è qui il vero delitto delle creature: frazionare, frantumare, spezzettare, sfilacciare il Creato, come una terra di conquista, su misura del proprio ego di potere. Viviamo su un granello di terra, e anche questo lo frantumiamo, dimenticando che è una minima tesserina del grande mosaico divino. Starei per dire che, se non si è poeti o artisti come lo scrittore biblico, non si riuscirà mai a cogliere la nostra essenza divina. Resteremo dei bruti, smaniosi di goderci il brutto di un creato ridotto in frantumi. E dobbiamo anche notare che se l’uomo disfa, Dio è sempre pronto a ricomporre l’armonia. I prepotenti saranno sempre sconfitti dalla loro stessa stupidità. Andate a riesumare i cadaveri dei potenti del passato: solo polvere, e nulla più. All’ego si contrappone l’umiltà, l’unica che riuscirà a prevalere.
Passiamo al brano di Matteo, capitolo 8, che in poche righe, vv. 23-27, narra l’intervento miracoloso di Gesù che placa il mare in tempesta, mettendo così in salvo i suoi discepoli.
Colpisce sempre l’atteggiamento di Gesù, lui pure sulla barca (forse si trattava di una barchetta): “ma egli (Gesù) dormiva”. C’è un commentatore che invita a leggere questa annotazione, ovvero che Gesù dormiva, citando il Salmo 4. Questo Salmo che si intitola: “La preghiera della sera”, termina con le parole: «In pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare».
Questo sonno nella fiducia e nella sicurezza è la qualità tipica del figlio in braccio a sua madre, è la sicurezza e la certezza dell’abbandono, della fiducia. Possiamo anche citare il Salmo 131, quello dove si dice: “Come bimbo svezzato in braccio a sua madre”. È proprio segno della fiducia che Gesù ha nella forza e nella tenerezza del Padre, per cui riposa.
Però, il suo dormire significa per noi anche la sua assenza: egli è lontano, non c’è; perciò tale assenza incute paura, la paura di essere soli, quasi abbandonati, si teme di affondare. Ricordiamo che, per evitare di essere sommerso dalla folla che lo cercava per ottenere qualche miracolo, era stato lo stesso Gesù che aveva imposto ai discepoli di “passare all’altra riva”. E allora perché sulla barca che stava per affondare, Lui dorme? Solo per mettere a dura prova la fede dei suoi discepoli?
Ognuno di noi è chiamata a passare all’altra riva: tutti siamo transeunti, gente che deve attraversare un mare con notevoli tempeste, e ciò ci rende coscienti di essere mortali, che da soli non ce la facciamo. È il problema fondamentale di ogni uomo. Forse quel dormire di Gesù voleva dare ai suoi discepoli una lezione di umiltà. E da qui nasce la necessità di una richiesta: «Salvaci, Signore, siamo perduti!». E Gesù di rimando: «Perché avete paura, gente di poca fede?».
Si dice: “Siamo tutti sulla stessa barca, perciò sentiamoci tutti solidali, remiamo compatti e raggiungeremo l’altra riva”. E Cristo continuerà a dormire, lasciandoci con le nostre paure. Certo, occorre gridare che si svegli, ma non servirebbe neppure gridare, se avessimo un pizzico di fede, tale da scuotere perfino l’immensità dei cieli.
Mi fa sempre riflettere la concezione dei popoli antichi e anche degli ebrei, secondo cui il mare fosse abitato da mostri marini, che rappresentavano il caos e la ribellione alla Divinità, mettendo a rischio la fragilità degli esseri umani. Come negare che avessero ragione, pensando a un potere, che, come un mostro, è sempre pronto a inghiottirci tanto più che noi, poveri cristi, siamo su barchette che talora neppure reggono a un soffio di vento. E allora perché non gridare a Dio, che sembra dormire: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”?
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