Schola Dei o schola DEI? A lezione da san Benedetto

da rivista.vitaepensiero.it

Schola Dei o schola DEI?

A lezione da san Benedetto

Mons. Erik Varden è stato chiamato da Papa Leone XIV a predicare gli esercizi spirituali quaresimali della Curia romana, terminati ieri. Qui ripubblichiamo un articolo recente (2025) su diversità, equità e inclusione. Da leggere!!!
di Erik Varden
Per riscoprire il senso e la validità dei termini diversità, equità e inclusione dobbiamo tornare alla lezione dei monasteri. Ecco come un testo del V secolo, il documento principale per lo sviluppo della civiltà europea, può farci uscire dall’impasse.
Nel suo prologo alla Santa Regola, scritta alla fine del V secolo e destinata a diventare, all’insaputa del suo autore, il documento principale per lo sviluppo della civiltà europea, san Benedetto chiama il monastero – termine ai suoi tempi ancora detentore di un potenziale attraente – dominici schola servitii. Questa frase solitamente è resa come “scuola del servizio del Signore”, evocando l’immagine di un vecchio monaco barbuto in cattedra che conduce i novizi attraverso l’Abc della vita ascetica. L’associazione non è del tutto falsa, ma inadeguata. Una schola nell’antichità latina non era un’istituzione molto simile a quella che noi oggi consideriamo “scuola”.
Un qualcosa del significato antico si conservava nell’italiano. Chi ha visitato Venezia conosce la Scuola di San Rocco o di San Teodoro. Le scuole veneziane erano associazioni laiche che a volte somigliavano a corporazioni, altre volte a club di stranieri, microsocietà inserite nella cornice della Repubblica, che fornivano ai loro membri assistenza, una rete sociale e supporto professionale. Si pensi anche ai pittori del Rinascimento i cui allievi producevano opere sotto le loro istruzioni, tele che i curatori ora attribuiscono alla “Scuola di Michelangelo” o alla “Scuola di Tiziano”. Queste esemplificazioni ci aiutano a comprendere il progetto benedettino nei suoi termini.
La schola di cui parla Benedetto è un luogo in cui si impartisce la conoscenza, certo; ma ancor più essenzialmente è un luogo di iniziativa in cui si crea qualcosa di nuovo. Questo qualcosa è un modello innovativo di comunità che riunisce liberamente degli uomini per mezzo di un patto di vita e un obiettivo chiaro. Infatti, si noti: Benedetto sottolinea che la sua Regola è per la «forte razza dei cenobiti», cioè per persone decise a promuovere l’unità, a costo delle loro preferenze o comodità. La parola “cenobita” deriva dal greco, ed è costituita da due elementi: l’aggettivo κοινός, che significa “comune”, nel senso di “condiviso”, e βίος, che significa “vita”, come nel termine “biologia”, il discorso sulle cose viventi. Nel primo capitolo della Regola, Benedetto paragona i cenobiti ad altri tre tipi di monaci. Li consideriamo brevemente.
Prima di tutto, ci sono gli eremiti che si sono «bene addestrati tra le file dei fratelli al solitario combattimento dell’eremo». La scelta di Benedetto di usare un immaginario marziale è rivelatrice. È sciocco andare nel deserto, un luogo pericoloso, senza prima essersi addestrati insieme agli altri alla scuola della disciplina. L’eremita cristiano non è un mero escluso. La sua lotta è motivata dalla carità universale. Separato da tutti, secondo il detto di Evagrio, egli è unito a tutti e offre la sua oblazione a beneficio di tutti. Perché si realizzi questo scopo, il suo amore deve essere risvegliato, purificato e messo alla prova nel consesso degli uomini. L’ethos cristiano diffida delle astrazioni. Esige autenticazione in termini di filantropia reale. Questo requisito lo distingue dalle ideologie il cui fine può essere sublime, ma i mezzi per arrivarci sono maldestri, come quello dei Rusanov in Padiglione cancro di Solženicyn, che amavano «il Popolo, il loro grande Popolo, servivano il Popolo ed erano pronti a dare la vita per il Popolo», ma che si ritrovavano sempre meno in grado di tollerare gli esseri umani veri, quelle creature ostinate che erano sempre resistenti, rifiutavano di fare ciò che veniva loro detto di fare e, inoltre, pretendevano qualcosa per sé». La disciplina cenobitica libera l’uomo dalle illusioni sull’umanità e su sé stesso. Gli insegna ad affrontare l’umanità nella sua complessità, con le sue contraddizioni interiori ed esteriori, i suoi rumori e odori, e con la sua capacità di grandezza. Invece di sognare tediosamente un “Popolo” teorico, impara, attraverso la battaglia, ad amare le persone così come sono.
Poi ci sono i sarabaiti. Nessuno sa con certezza che cosa significhi questo nome, ma sta per un’aberrazione. Benedetto li chiama detestabili, monachorum taeterrimum genus, una parola forte che esce dalla penna di uno così misurato nel parlare. Quando leggiamo la descrizione che ne fa lui, ci sentiamo in imbarazzo. Perché i sarabaiti sono stranamente uguali a noi. Il loro carattere è «molle come il piombo». Benché pii all’apparenza, con le loro azioni essi mostrano di conservare ancora le abitudini mondane». Si riuniscono in piccoli gruppi di persone con idee simili, per non essere disturbati nelle loro convinzioni. «Hanno come unica legge l’appagamento delle proprie passioni, per cui chiamano santo tutto quello che torna loro comodo, mentre respingono come illecito quello che non gradiscono». Il paradigma ci permette di nominare gruppi che incontriamo normalmente nella vita di tutti i giorni, coloro che stanno «chiusi nei loro ovili». La tentazione è reale. E ci vuole vigilanza.
Infine, Benedetto presenta i girovaghi. Un gyrovagus è letteralmente una persona che continua a girare in tondo. Disprezza la linearità e quindi è improbabile che faccia alcun tipo di progresso significativo. Un girovago è contemporaneamente un lupo solitario, un osservatore e una spugna. I girovaghi, leggiamo nella Regola, sono «sempre vagabondi e instabili, schiavi delle proprie voglie e dei piaceri della gola». Strategicamente bussano a molti tipi di porta, sempre ospiti nelle case degli altri, non si fermano mai a lungo, ma si riempiono sempre la pancia, incapaci di erigere una casa stabile per loro stessi. E anche qui riconosciamo una tipologia di persona diffusa nel nostro tempo, dove si dispiega un movimento circolare destinato a un non-arrivo, non solo nello spazio materiale o entro i confini intricati della mente umana, ma nelle vaste e aride distese di internet. In ogni modo, dice Benedetto, i girovaghi sono «peggiori dei sarabaiti». Impediscono a sé stessi di raggiungere la felicità. E ho detto tutto.
Questa breve panoramica – una sociologia benedettina dei tipi – ci dà un’idea delle lezioni fondamentali impartite alla dominici schola servitii. Qui si impara la conoscenza di sé, vitale per qualsiasi impresa sociale, si impara la perseveranza e l’umiltà rimanendo nel tempo in comunione devota con gli altri, si impara a moderare i propri appetiti e a placare la rabbia, si impara a servire caritatevolmente e si impara la pazienza, stratto distintivo cristiano, potenzialmente di grande statura morale.
In termini cristiani, credo sia legittimo rinominare questa scuola come schola Dei. La costruzione al genitivo in latino sottende due significati; può riferirsi all’oggetto dell’apprendimento: in questo caso, la vita secondo la chiamata di Dio, rivelato in Cristo. E può riferirsi al soggetto dell’insegnamento: Dio stesso, che opera attraverso strumenti e circostanze umane. Non è quindi per mera facezia che ho intitolato questo discorso adottando l’acronimo DEI (diversity, equity, inclusion). Infatti, i valori della diversità, dell’equità e dell’inclusione condizionano l’impresa di Benedetto. Per un millennio e mezzo la sua Regola si è dimostrata il paradigma per una coesistenza umana felice. Può ancora dirci qualcosa sulle sfide che stiamo affrontando oggi? Penso di sì. Quindi prenderò in considerazione gli elementi dell’acronimo DEI in prospettiva benedettina, iniziando dall’ultimo.

Inclusione

Il monastero benedettino è, in teoria, e in pratica, un luogo in cui tutti sono i benvenuti. È ospitale. Nel monastero «gli ospiti non mancano mai», dice Benedetto, secondo il quale questa affermazione è semplicemente la descrizione di come le cose sono e dovrebbero essere. Questa società coesa e regolare ha un confine poroso. Parte della sua ascesi è la prontezza a essere disturbata dalle persone bisognose di tempo, attenzione e aiuto compassionevole. Per ospiti non intendiamo solo i partecipanti a ritiri di alcuni giorni di silenzio pacifico. La Regola parla di «poveri e pellegrini», e per questi ultimi s’intendono persone «giunte da lontano», in viaggio per Dio solo sa dove, forse solo in cerca di mezzi di sussistenza. Proprio in loro, ci viene detto, si riceve Cristo. Essi siano accolti «con tutto il riguardo e la premura possibile», gentilmente.
Come ciò vada fatto è spiegato in due consigli particolari. Il primo si trova nel capitolo che riguarda il portinaio, che è il tramite vivente tra la comunità residente e il mondo circostante. Egli è il volto pubblico del monastero e insieme, davanti alla comunità, ambasciatore di coloro che si presentano alla porta. Costui deve essere un senex sapiens, «anziano e assennato». Questo titolo possiede un aspetto venerabile che suggerisce maturità di intuizione e carità. E porta, inoltre, una nota di spiritoso realismo. La maturità del portinaio, dice Benedetto, gli permette di «non disperdersi, andando in giro a destra e a sinistra». Egli resti seduto quieto nella sua residenza a fare cosa? Prima di tutto, il suo lavoro è aspettare. Egli sta là per assicurare che nessuno, bussando, resti senza un cordiale benvenuto e una buona parola. «Appena qualcuno bussa o un povero chiede la carità, risponda: “Deo gratias!”. Oppure: “Benedicite!”; e con tutta la delicatezza che ispira il timor di Dio venga incontro alle richieste del nuovo arrivato, dimostrando una grande premura e un’ardente carità».
Gentilezza, sollecitudine e una carità ardente devono essere estese a tutti. Il portinaio è mosso a queste condizioni prima ancora di aver visto con chi ha a che fare. Salutando il bussare con la risposta “Deo gratias”, egli pronuncia la formula che si usa a Messa per acclamare la Parola di Dio. Nel bisogno di un estraneo egli saluta, e cerca di capire, la chiamata divina. Può anche rispondere “Benedicite”, cioè, “Benedicimi!”, consapevole che ogni essere umano, per quanto indigente, è portatore di una bontà unica da ricevere come dono di Dio. Fin dall’inizio, l’incontro tra chi è dentro e chi è fuori è segnato dalla reciprocità e, quindi, dal rispetto.

Equità

La parola “equità” è polivalente. La si usa comunemente nel linguaggio della finanza a indicare azioni o quote spostate, acquisite e vendute per ottenere un reddito. Quando sentiamo parlare di “equità”, siamo spinti a chiederci: «Io cosa ci guadagno?». Nel contesto di DEI, naturalmente, in primo piano sta il senso etico di “equità”. Eppure va tenuta a mente la risonanza economica, potremmo dire capitalista. Ciò concorda con la definizione di “equità” che ho trovato in un articolo pubblicato da McKinsey & Company: «L’equità si riferisce al trattamento giusto per tutte le persone, in modo che le norme, le pratiche e le politiche in atto garantiscano che l’identità non sia predittiva delle opportunità o dei risultati sul lavoro. L’equità si differenzia dall’uguaglianza in modo sottile ma importante. Mentre l’uguaglianza presume che tutte le persone debbano essere trattate allo stesso modo, l’equità tiene conto delle circostanze uniche di una persona, adeguando il trattamento di conseguenza in modo che il risultato finale sia uguale».
Ma uguale a quali condizioni? Qui c’è spazio per un’applicazione corrispondente a quella dei maiali di Orwell, che in un manifesto di equità dichiararono che tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono «un po’ più uguali degli altri». La definizione di equità di McKinsey si lega alle nozioni di diritto. Il suo punto di partenza è l’identità”. L’identità di nessuno dovrebbe a priori essere «predittiva delle opportunità o dei risultati». A questo punto sale la tensione. Le “opportunità” appartengono all’ambito del riferimento oggettivo, mentre l’identità”, nel mondo in cui viviamo, è largamente soggettiva. In quanto tale, è un terreno sacro, perché nessuno deve mettere in discussione il senso del sé percepito o proiettato da un altro. Ma questo non è il momento di affrontare il problema. Il punto è semplicemente questo: nel linguaggio laico odierno, “identità” significa acquisizione, le azioni che io investo in un’azienda, aspettandomi che corrispondano senza alcun pregiudizio al mio margine di guadagno previsto.
Se torniamo alla Regola, ci troviamo a che fare con altre categorie. In qualità di legislatore, Benedetto è interessato alla giustizia. Per applicare questa virtù alla pratica, egli concepisce l’equità” in termini di “equilibrio”. Benedetto è meno sedotto dall’eguaglianza” che non i teorici moderni. L’esperienza gli ha insegnato che essa può essere un termine oppressivo, insensibile alle esigenze delle circostanze. Prendiamo i capitoli che riguardano la misura del cibo e del vino. Egli offre una norma, piuttosto ampia (un chilo di pane e un quarto di vino per ogni monaco al giorno), e sottolinea: «Ciascuno ha da Dio il proprio dono, chi in un modo, chi in un altro» ed «è questo il motivo per cui fissiamo la quantità del vitto altrui con una certa perplessità». Ciò che è giusto per uno, è troppo, o troppo poco, per il suo prossimo. Quando il lavoro è duro e il clima caldo, l’abate può usare la sua discrezione, assicurandosi che ognuno riceva ciò di cui ha bisogno, avendo cura che «si eviti assolutamente ogni abuso e il monaco si guardi dall’ingordigia».
Questo passaggio pragmatico esprime il tenore della Regola riguardo all’equità ponendo come indicatore di identità prima la virtuosità, poi la debolezza. L’inclusione di un membro arricchisce il corpo intero; allo stesso tempo, le fragilità di ognuno influenzano la totalità. Queste risposte complementari costruiscono la società monastica e puntano, di concerto, al principio che la definisce: Benedetto insiste che i monaci devono “onorarsi” reciprocamente. Essi devono essere, cioè, rispettosi dell’irriducibile alterità di ciascuno, consapevoli del mistero che ognuno incarna, riconoscendo in ognuno un riflesso dell’Immagine in cui tutti sono fatti in modo unico. Gratitudine, misericordia, onore: se abbiamo a cuore l’equità, queste sono qualità con cui viene riconosciuta.
In termini di “opportunità” e “risultati”, l’attenzione di Benedetto non è rivolta al guadagno privato. In verità, chi entra in una comunità benedettina rinuncia alla prospettiva di guadagno per sempre, offrendo sé stesso nei suoi aspetti intellettuale, morale e fisico. Le ambizioni banali, come quella dell’artigiano che vuole distinguersi per le sue creazioni, e l’accumulo segreto di cose sotto al materasso, compromettono la vita soprannaturale e civica del monaco. Prendendo una china del genere, egli disonora sé stesso. Il fine della sua vita è trascendente: «Affinché in ogni cosa sia glorificato Dio». La mortificazione dell’amor proprio non è però l’annullamento della personalità. Benedetto rifiuterebbe decisamente l’idea di rendere l’uomo un automa. Ciò che deve sparire è la mia tendenza a vedere me stesso come il sole in un universo di stelle spente, una tentazione che, pur nella sua palese assurdità, è sorprendentemente difficile da eliminare.
Dato che la libertà dall’attaccamento è parte dell’obiettivo che un monaco persegue, la perdita personale di “equità” in senso mckinseyano può essere lodevole. Benedetto dedica un capitolo alla distribuzione del necessario, invitando a una prospettiva realista infusa di carità, interessata ai bisogni legittimi. Quindi, scrive: «Chi ha meno necessità, ringrazi Dio senza amareggiarsi, mentre chi ha maggiori bisogni, si umili per la propria debolezza, invece di montarsi la testa per le attenzioni di cui è fatto oggetto». Sia il bisogno che l’assenza di bisogno diventano opportunità per favorire un atteggiamento eucaristico che investa una persona e potenzialmente una comunità di persone di grazia, una dote che il semplice calcolo non può conferire.
Per quanto riguarda le deliberazioni, Benedetto è del tutto giusto. Benché il monastero sia governato gerarchicamente, con l’abate che «tiene il posto di Cristo», non è un luogo totalitario. L’abate è prima di tutto legato alla Regola e richiamato alla propria fallibilità. In tutte le questioni importanti deve chiedere consiglio. I fratelli hanno il diritto e il dovere di esprimere le loro opinioni. Tutti devono essere ascoltati, anche i nuovi arrivati, «perché spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore». Per essere un testo romano del V secolo, questa affermazione è straordinaria, rievoca il radicalismo che accompagna sempre gli istinti conservatori dei monaci. Lo status secolare o ereditario non deve avere alcun ruolo: «Non [si] anteponga un monaco proveniente da un ceto elevato a uno di umili origini». Se Benedetto dovesse scrivere oggi, avrebbe dovuto aggiungere che il presunto svantaggio ereditario non dovrebbe essere motivo di trattamento privilegiato. Ci esorta a vedere costantemente oltre il condizionamento: a percepire noi stessi in modo nuovo, senza paura della nostra povertà e insieme determinati a elevarci alla nostra dignità umana e cristiana, di modo da essere in grado di vedere anche gli altri con sguardo puro, amorevole curiosità e speranza.

Diversità

Chiunque abbia modo di vedere una comunità monastica procedere verso la chiesa per celebrare il vespro resta colpito dalla sua uniformità. I monaci indossano gli stessi abiti, tengono lo stesso passo, replicano gli stessi gesti e, idealmente, cantano intonati. Ma chi conosce una comunità in prima persona, tuttavia, è colpito dalla sua varietà, spesso francamente improbabile. C’è qualcosa nella vita monastica che, quando questa funziona, libera il carattere. Per anni ho riflettuto su una cosa che Ingmar Bergman una volta disse dei suoi film: l’elaborazione di materiale complesso richiede rigore della forma. La vita monastica offre a coloro che sono chiamati a viverla una struttura formativa che consente alla personalità di prosperare. Considerare la produzione intellettuale e artistica benedettina nell’arco di un millennio e mezzo significa osservare una grande diversità di sensibilità e temperamenti. Inoltre, monaci e monache si sono inculturati in ogni continente, capaci di integrare diversità etnica, linguistica e culturale, pur mantenendo un marchio immediatamente riconoscibile come benedettino. C’è qualcosa di terenziano nel monachesimo. Il detto «Niente di ciò che è umano io reputo estraneo a me» si riflette nei suoi annali. L’agiografia monastica pone in rilievo ogni variante umana. La diversità è fin dall’inizio un tratto monastico.
Questo punto non ha bisogno di essere dibattuto. Vorrei invece concentrarmi sulle protezioni previste per mantenere la diversità entro limiti utili, impedendole di minare l’unità della comunità e di scendere nella mera singolarità. La “singolarità” nel linguaggio monastico è un’espressione perniciosa dell’egoismo come l’ho definita sopra. Con un comportamento singolare, mi discosto dal ritmo e dalla regola comuni. Cedo a un desiderio infantile di attenzione, volendo essere visto. Vorrei che gli altri riconoscessero i miei talenti o le mie ferite; che mi ammirassero o si dispiacessero per me. Facendo di me il fulcro dell’esistenza, cerco affermazione e conforto. Chiedo dispense dalla vita comune, che è arrivata a sembrarmi pesante e noiosa; o semplicemente mi isolo, invocando un bisogno personale o una qualche irriducibile vulnerabilità. Mi sento trascurato, poco apprezzato e indesiderato. In breve mi abbandonerò a un vizio che Benedetto censura severamente, sapendo quale scompiglio può provocare: inizierò a mormorare.
Il mormorio è una forma di aggressione passiva ampiamente esemplificata nella Bibbia. Il mormorio è diverso dal lamento. Lamentarsi significa gridare in preda all’afflizione, esprimere il dolore, far uscire l’angoscia in un grido di aiuto, in modo iperbolico o perfino irrazionale. Questa è una questione onesta: il pus deve uscire. Il mormorio, al contrario, è autoindulgente, calcolatore e vendicativo. Il mormoratore si sottrae alla responsabilità, incolpando gli altri per la sfortuna reale o percepita. Lui, o lei, strumentalizza le difficoltà o gli sgarbi percepiti per diffondere il malcontento e minare l’autorità, puntando il dito contro gli altri, proprio come fece Israele nel deserto, struggendosi per le cipolle mangiate in Egitto, annoiato dall’esodo che aveva deliberatamente scelto di intraprendere e sibilando a Mosè: «Ci avete fatto uscire in questo deserto».
Nell’ambito del monachesimo, Benedetto segnala il rischio delle mormorazioni in queste situazioni, facilmente trasferibili ad altri ambiti della vita: quando a un monaco viene chiesto, per il bene comune, di intraprendere un compito che ritiene al di sotto delle sue possibilità; quando sente che qualcun altro riceve un trattamento preferenziale che egli vorrebbe per sé; quando pensa che gli venga richiesto troppo; quando non riceve la sua razione di vino. Mormorando, egli ritira di fatto l’oblazione di sé che è il collante pattizio della sua vocazione, il fondamento per i «giorni felici che un tempo cercava estaticamente, fuori di sé, guardando in alto e intorno. Quando gli appelli alla “differenza” egocentrica distolgono un uomo dalla società e generano pretese tiranniche di privilegio, coinvolgono passioni dell’anima che militano contro la libertà spirituale. Intrappolato in ciò, ho occhi solo per me stesso. Il mio mormorio diventa presto l’unica melodia su cui le mie orecchie sono sintonizzate. È seccante vivere con i mormoratori. Eppure il mormorare fa il suo danno peggiore a coloro che vi si abbandonano. Li esclude dal reale verso un mondo di fantasia. Ecco perché Benedetto lo affronta con la sua sanzione più dura: la scomunica.
Un mormoratore accanito deve essere ammonito due volte in privato. Il punto è cercare di fargli vedere il male che fa a sé stesso e agli altri; se ciò non funziona, deve essere rimproverato davanti a tutti. «Ma nel caso che anche questo provvedimento si dimostri inefficace, sia scomunicato». La scomunica è emanata per gradi, secondo la gravità della colpa. In primo luogo comporta l’esclusione dalla mensa comune; poi, sia dalla mensa che dal coro, costringendo il fratello a mangiare e pregare da solo. Nei casi gravi, un monaco è escluso da ogni contatto umano: «Nessuno lo avvicini per fargli compagnia o parlare di qualsiasi cosa»; farlo di per sé provocherebbe una sanzione. Questa punizione ha uno scopo educativo. È destinata a far capire al monaco che agendo in tal modo egli rompe la comunione. La scomunica dovrebbe far aprire gli occhi, inducendo l’errabondo a tornare all’ovile. È un mezzo con cui l’abate esercita il suo ministero di pastore, sforzandosi con tutti i mezzi di recuperare la pecora smarrita, sollevandola e caricandola sulle spalle.
Benedetto non sarebbe Benedetto, tuttavia, se si fermasse a questo. I capitoli sulla scomunica sono seguiti da uno su “La sollecitudine dell’abate per gli scomunicati”. È un testo notevole. Benedetto riconosce che l’abate deve talvolta essere inflessibile, fissando e sorvegliando i limiti. Allo stesso tempo deve cercare di raggiungere, confortare e guidare colui che è escluso. Incapace di farlo lui stesso, come guardiano della Regola, invia ambasciatori, saggi monaci che «quasi inavvertitamente» confortino il fratello vacillante «affinché non sia sommerso da eccessiva tristezza». Egli qualifica delicatamente la severità di un giudice giusto con l’abilità di «un medico sapiente». Il suo compito è unire nell’armonia i suoi diversi compagni, lasciare che il genio di ciascuno arricchisca e abbellisca il tutto. La diversità è problematica solo quando genera tendenze centrifughe, frammentando invece di completare, favorendo la secessione, non un desiderio di appartenenza. Per mantenere il delicato equilibrio della pluralità nell’unità, è necessario uno scopo collettivo che ecceda la mera somma delle parti costituenti. Il corpo deve essere chiamato a elevarsi verso la trasfigurazione, impegnato nel frattempo in una missione volta a garantire la salute di ogni membro in vista di una prosperità integrale.

Per una nuova nozione della polis

L’acronimo DEI identifica quei valori pertinenti a un modello di società benedettino. Ognuno, però, ha un rovescio distruttivo della medaglia. Buona per costruire comunione, l’“inclusione” è nociva come slogan di diritto. L’“equità” è splendida come indicatore di equilibrio sociale, ma dirottata in vista di guadagno privato può diventare uno strumento di manipolazione. La “diversità” è meravigliosa nel mostrare la complementarietà dei doni, ma rinchiudendo le persone in un’autoaffermazione separata i suoi frutti sono amari, causando indigestione nel corpo politico. Per essere utile, il giusto esercizio di queste qualità deve essere appreso. Abbiamo bisogno di una formazione mirata per essere equi, inclusivi e diversi nella verità, anche se ci deve essere insegnato come essere, e aiutare gli altri a essere, veramente liberi. Uno sfruttamento retorico e caricaturale di questi termini ha portato a un’impasse. La parola è ben scelta: indica un punto da cui normalmente non è possibile alcun movimento in avanti, è possibile solo indietreggiare. Le posizioni sono bloccate, le passioni sono forti. Si verificano scontri e litigi. Rispondere alla retorica e alla caricatura in modo cinico con questi stessi mezzi, però, è improduttivo e, invero, ridicolo. Vale la pena riflettere sul fatto che pedalare all’indietro è l’unica via d’uscita da un’impasse solo se l’ostacolo non può essere superato.
Per un po’ di tempo la DEI è stata sfruttata politicamente e commercialmente. Perché non usarla se vende? I clienti, tuttavia, mostrano segni di averne avuto abbastanza. La recente rinuncia alla DEI da parte, ad esempio, di Toyota indica probabilmente una tendenza in crescita. È nella natura degli slogan, in particolare degli acronimi, durare solo una stagione. Le stagioni nel commercio e nella moda sono brevi. La vacuità di molti discorsi su questo tema deriva dall’assenza di una meta-narrazione praticabile, di una visione antropologica sovrastante. Per avere un senso, i termini di DEI devono essere definiti. Inclusione in cosa? Equità secondo quale giusto standard? Diversità secondo quale norma? Queste sono domande che i nostri tempi pragmatici sono mal attrezzati a gestire e da cui le personalità pubbliche si sottraggono. Poiché passare dal registro del “Come?” a quello del “Perché?” presuppone l’impegno verso una visione del mondo, e persino immaginare una cosa del genere è considerato da molti come manifestamente anti-DEI. Questa è l’ironia, in un certo senso la tragedia, che dobbiamo affrontare.
Il compito è per tutti, ma soprattutto per i cristiani, sostenuti come sono da una visione di un nuovo cielo e una nuova terra, la cui prospettiva non è riservata all’eschaton. La speranza mi sembra qui il termine cruciale. Molti degli eccessi ideologici del nostro tempo sono tentativi su misura di ricrearla, poiché da tempo è scomparsa dalla politica. Ne sentiamo la mancanza, anche se in modo subliminale. Eppure la speranza non può essere decretata come strategia. Deve nascere. Per secoli, la missione di civilizzazione della Chiesa ha trovato espressione nei gesti di carità, nella liturgia e nelle arti, nell’impegno intellettuale. Si è espressa anche, non meno durevolmente, nella riproposizione di un vocabolario, consentendo ai cristiani di salvare dalle nebbie mitizzate nozioni preziose necessarie per parlare di nuovo di uno scopo umano comune e desiderabile. Le controversie provocate dalla DEI mostrano la mancanza di tale scopo in una società il cui tessuto si sta sfilacciando in tutte le direzioni contemporaneamente, e da cui intere matasse di filo vengono bruscamente strappate, in cui modelli di nobiltà o bellezza non appaiono più all’occhio umano. San Benedetto visse in un mondo che, sotto questo aspetto, assomigliava al nostro, un mondo crepuscolare. La sua risposta fu, nelle parole del salmo, quella di «risvegliare l’aurora», ricordando all’uomo, per il quale non è bene essere solo, cosa significhi sperimentalmente essere umani, pienamente e felicemente umani, per poi formulare quella proposizione attraverso un ideale condivisibile. Il metodo in passato ha funzionato, traendo da diverse sensibilità una qualità molto gentile: l’unanimitas, un’unità di anima che rende leggere le cose pesanti. Chissà. Potrebbe funzionare di nuovo. Perché, in verità, ciò che serve ora è più di una semplice agenda politica stancamente ritoccata. Ciò di cui c’è bisogno è un nuovo senso della nozione stessa di polis. Ciò di cui c’è bisogno è una rinascita dell’uomo. Ciò di cui c’è bisogno è una testimonianza collettiva credibilmente incarnata della vera umanità.

Erik Varden
Erik Varden è un vescovo cattolico norvegese, dal 1º ottobre 2019 prelato di Trondheim, dal 31 agosto 2023 amministratore apostolico di Tromsø e dall’11 settembre 2024 presidente della Conferenza episcopale della Scandinavia.

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