Omelie 2014 di don Giorgio: Quarta Domenica di Quaresima

30 marzo 2014: Quarta Domenica di Quaresima
Es 34,27-35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1-38b
Questa quarta domenica di Quaresima è anche detta “del cieco”. Infatti Giovanni ci racconta il miracolo di un cieco dalla nascita, a cui Gesù ha ridato la vista. Anche questo episodio, soprattutto questo episodio, va letto, spiegato e meditato, tenendo conto del contesto in cui è inserito, e in particolare del contesto del quarto Vangelo.
Noi sappiamo che ognuno dei quattro Vangeli inizia con una introduzione: Marco con una frase-titolo, Matteo con una genealogia, Luca con una sorta di prologo storiografico, Giovanni invece premette un inno cristologico che anticipa le principali tematiche, sviluppate poi in tutto il Vangelo. Diciamo che è come una ouverture che introduce una sinfonia, dove il compositore anticipa i temi musicali che saranno poi sviluppati nell’opera.
A parte il Logos, ovvero il Verbo o la Parola creatrice di Dio, i temi anticipati da Giovanni nel Prologo sono due: la luce e la vita. “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. “In lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini”. Parole chiarissime. La luce e la vita addirittura si identificano, sono una cosa sola in Cristo. Giovanni, comunque, le distingue non per separarle, ma per soffermarsi su ognuna, per coglierne meglio il valore e l’importanza.
Il quarto Evangelista come sviluppa il tema della luce e il tema della vita? In modo particolare, attraverso due miracoli: quello del cieco nato (è il vangelo di oggi), e quello della risurrezione di Lazzaro (il vangelo di domenica prossima). Ho detto “in modo particolare”, perché in realtà i due temi sono sempre presenti nel quarto Vangelo.
Vorrei precisare un’altra cosa. Già l’ho detto spiegando il miracolo di Cana. Giovanni non si limita a narrare dei fatti, a riportarci delle parole. In ogni fatto e in ogni parola è presente, magari nascosto, qualcosa di profondo. I fatti e le parole sono “segni” che rimandano ad altro, e questo altro è ciò che riguarda il Divino. Perciò nei miracoli di Gesù dobbiamo cogliere ciò che Dio mi vuole dire. Il miracolo in sé mi dice poco, se non so leggerlo come “segno”. In questo senso, tutto può essere miracolo, anche un fatto che giudichiamo banale, se esso parla al mio cuore. I miracoli strepitosi sono talora controproducenti, perché possono colpire di più i nostri sensi, ma non ci permettono di andare oltre. In un piccolo fiore di prato posso trovare qualcosa di più fascinante che nello spettacolo di un’aurora boreale.
Dunque, vorrei ripeterlo fino all’ennesima volta: i miracoli contenuti nei Vangeli non sono soltanto cronache di eventi strepitosi, ma parlano, dicono, rivelano il Divino. Cristo non ha mai compiuto un miracolo fine a se stesso: con quel miracolo ha voluto insegnarci qualcosa di Dio.
Gesù aveva tutto un suo modo per insegnare le verità profonde. Inventava parabole, si scontrava con gli scribi e i farisei, rispondeva alle accuse, citava le Sacre Scritture, in particolare i profeti, e compiva dei gesti, sempre provocatori, scegliendo magari il giorno sbagliato, perché proibito dalla legge: il giorno di sabato. Cristo non si è mai messo in cattedra, non è mai andato su un pulpito. Come cattedra o come pulpito prendeva una barca, o andava su una collina, o nei campi, accostando le persone comuni. E provocava, perché sapeva che la verità è tale, se provoca, altrimenti non è la verità.
La verità per sua natura è nuova e, essendo nuova, non è mai scontata, non può essere chiusa in uno schema, e perciò dà fastidio ai benpensanti, agli ortodossi irremovibili.
Se non capiamo questo atteggiamento di Cristo, neppure riusciamo a cogliere il senso profondo del miracolo del cieco nato. Anche qui, sembra che Gesù le rogne se le cerchi, che studi quasi il modo migliore per provocare con maggior efficacia i suoi avversari. Presta attenzione ad un povero diavolo, uno che è cieco dalla nascita, punito dalla società di quei tempi, che non considerava socialmente utili i disgraziati o coloro che avevano difetti fisici, e perciò ritenuti improduttivi. E la religione ufficiale li riteneva colpevoli di qualche colpa: una colpa personale o familiare, o addirittura risalente alle generazioni precedenti. È la domanda che rivolgono i discepoli a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori perché sia nato cieco?». Una mentalità assai diffusa ancora ai tempi di Cristo, e pensare che già i profeti dell’Antico Testamento avevano ripetutamente contestato il proverbio: “I padri hanno mangiato uva acerba e i denti dei figli si sono allegati!”. Geremia dice: «Ognuno morirà per la sua propria iniquità; si allegheranno i denti solo a chi mangia l’uva acerba». Così Ezechiele: «Il figlio non sconterà l’iniquità del padre, né il padre l’iniquità del figlio; sul giusto rimarrà la sua giustizia e sul malvagio la sua malvagità». Siamo onesti nell’ammetterlo: non è che questa mentalità di far ricadere le colpe dei padri sui figli, e viceversa, sia del tutto scomparsa.
Inoltre, Gesù compie il miracolo proprio il giorno di sabato. Viene spontaneo pensare che Gesù ce l’avesse a morte col sabato, ed è proprio nel giorno più sacro per un ebreo che Gesù trasgrediva la legge. Stava qui l’”horror legis”. La legge che tradisce l’essere umano è veramente un obbrobrio, qualcosa che fa star male la coscienza. Il sabato era diventato ancora peggio di una prigione. La legge del sabato voleva incatenare Dio stesso, nella sua liberalità, nel suo infinito amore che, come tale, non può legarsi a nessun vincolo. Pensate: Dio fa una legge, e poi questa legge si rivolta poi contro Dio stesso. Non mi stancherò mai di dirlo: per giudicare se una legge è valida oppure no, se deve essere osservata oppure no, non c’è che un criterio: quella legge rispetta o non rispetta la coscienza, la dignità dell’essere umano? Non c’è altra risposta. Non c’è potere civile o religioso che possa violare questo criterio. Non c’è virtù dell’obbedienza che possa prevaricare sulla coscienza o sulla dignità dell’essere umano.
Ma veniamo al cuore del miracolo. Do solo qualche indicazione. Già sant’Agostino diceva: nella cecità del cieco nato dobbiamo ravvisare la cecità del genere umano. Ecco il significato che va oltre un caso particolare. Il cieco nato rappresenta l’umanità intera, ma nella sua realtà esistenziale. Forse dovremmo smetterla di usare parole astratte: dire umanità o dire genere umano ecc. ci porta fuori strada, lontano dalle problematiche che toccano sul vivo la nostra reale esistenza umana.
La cosa tragica di questa società, sia dal punto di vista civile che religioso (non dimentichiamo che Gesù si è messo contro i teologi dell’epoca, contro i detentori del potere religioso, ed è per questo che è stato messo su una croce, come bestemmiatore del dio della religione ebraica!), ripeto, la cosa tragica è che questa società non solo è cieca, ma che obbliga a rimanere in una buia prigione. Certo, tutti parlano di libertà di pensiero, di giustizia, di luce, di ragionevolezza, di intelligenza, e poi, appena si esce dalla prigione o, anche solo si cerchi di aprire uno spiraglio, ecco che subito c’è la scomunica.
Non pensavo che ancora oggi ci fossero le epurazioni in un partito o movimento politico, non pensavo che ancora oggi la Chiesa mettesse ai margini gli spiriti liberi. Eppure succede. Ancora oggi.
Quando si aprono gli occhi alla gente, allora sono guai per la struttura che vive sulla sudditanza. E il peccato più grosso di noi preti è stato quello di aver imposto alla gente dogmi dottrinali e morali che poi non erano sempre neppure dogmi. Quanti precetti oggi caduti in disuso, quante dottrine fatte credere come verità di Dio, oggi ridiscusse dalla stessa gerarchia. Pensate alla storia del limbo. Ripeto: la verità è per la sua stessa natura sempre nuova, da scoprire, senza mettere tanti paletti. Più mi avvicino a Dio, più i paletti saltano, i dogmi svaniscono, i precetti non hanno più senso.
Infine, vorrei che non si dimenticasse la finale del brano evangelico, che, a pensarci bene, è tale da sconvolgerere il nostro sentirci chiesa, al sicuro di una struttura protettiva. Quel cieco nato, guarito da Gesù, che ora ci vede, viene buttato fuori. Fuori da che cosa? Dalla sinagoga, la chiesa di quei tempi. E qui, fuori, Gesù lo incontra, e scatta la fede.
Non vorrei forzare troppo le conseguenze di questo gesto di Gesù, ma almeno poniamoci qualche domanda: la fede che cos’è? l’incontro con chi? con quale Cristo? Anche Cristo verrà buttato fuori dalla religione ebraica, e giudicato eretico. Questo, l’eretico Cristo, è la nostra fede. Ancora oggi Cristo vuole essere eretico, se lo costringiamo a stare soggetto alle nostre cecità religiose. Quando penso agli eretici del passato mandati al rogo dalla Chiesa, mi chiedo quali fossero effettivamente i traditori del Vangelo di Cristo. E non possiamo dire la stessa cosa ancora oggi?

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