L’uomo dovrebbe imparare a fermarsi ogni tanto

L’EDITORIALE
di don Giorgio

L’uomo dovrebbe imparare

a fermarsi ogni tanto

Non per evitare la fatica di fare qualche mia riflessione, ritengo sempre opportuno, anzi stimolante proporvi qualche pensiero di filosofi o autori famosi. Questa volta si tratta di un aforisma di Søren Kierkegaard (Copenaghen 1813 – 1855), filosofo e teologo, considerato il padre dell’esistenzialismo. Tra le sue opere più importanti Aut-aut (1843, comprendente il celebre Don Giovanni e il Diario di un seduttore) e Timore e tremore (1843).
Ecco l’aforisma:
«Viviamo per avere il pane quotidiano, poi un “buon” pane quotidiano, e poi moriamo».
Il commento è di Sara Bellanza, del 26 luglio 2026.
«Ognuno, prima o poi, si ritrova davanti a una strana inquietudine: raggiunge ciò che desiderava, ma poco dopo sente nascere un nuovo bisogno. Sembra quasi che la felicità sia sempre nascosta un passo più avanti, dietro il prossimo obiettivo da conquistare.
Søren Kierkegaard ha saputo raccontare una delle contraddizioni più profonde dell’essere umano: il desiderio di raggiungere qualcosa che, una volta ottenuto, spesso non riesce a colmare il vuoto che rimane dentro.
“La maggior parte degli uomini vive per avere il pane quotidiano; quando l’ha avuto vive per avere un buon pane quotidiano; e quando ha ottenuto anche questo, muore.”
Queste parole non parlano soltanto di denaro, successo o benessere materiale, ma toccano una dimensione più profonda dell’esistenza. Kierkegaard porta l’uomo davanti a una domanda difficile da ignorare: quanto tempo della propria vita viene realmente vissuto e quanto, invece, viene trascorso aspettando il momento in cui tutto sembrerà finalmente completo?
Il “pane quotidiano” diventa il simbolo di ciò che offre sicurezza e stabilità: un lavoro, una casa, la possibilità di guardare al futuro con maggiore tranquillità. Ma l’uomo spesso segue un meccanismo complesso: appena raggiunge ciò che desiderava, il suo sguardo si sposta verso un nuovo obiettivo. Il bisogno lascia spazio al desiderio, il desiderio si trasforma in necessità e quello che sembrava un traguardo definitivo diventa soltanto l’inizio di un’altra ricerca. Kierkegaard descrive così una caratteristica profondamente umana: la tendenza a cercare fuori di sé quella serenità che, senza una vera consapevolezza, rischia di non arrivare mai.
Il nucleo più profondo dell’aforisma si trova nella trasformazione del “pane” in una metafora della vita. L’uomo non si limita a cercare ciò che gli serve, ma spesso finisce per costruire la propria identità intorno a ciò che vuole ottenere. Prima desidera avere abbastanza per vivere, poi vuole vivere meglio degli altri, poi cerca conferme, riconoscimenti e nuovi traguardi. La felicità viene così spostata continuamente in avanti, come se fosse sempre nascosta dietro il prossimo obiettivo.
Questa dinamica si riconosce facilmente nella vita quotidiana. Una persona può passare anni immaginando che un determinato lavoro cambierà completamente la sua esistenza. Quando finalmente ottiene quella posizione, dopo poco tempo inizia a desiderare una promozione, uno stipendio più alto o un ruolo ancora più importante. Un’altra persona può convincersi che una casa più grande, una macchina migliore o una maggiore disponibilità economica saranno la soluzione a ogni preoccupazione. Eppure, dopo aver raggiunto quei risultati, può scoprire che dentro rimane la stessa inquietudine di prima.
Kierkegaard non condanna il desiderio di migliorarsi, ma mette in guardia dal rischio di dimenticare se stessi mentre si inseguono continuamente nuove conquiste.
Dunque, la vera tragedia descritta nell’aforisma non è il desiderio di migliorarsi o di raggiungere nuovi obiettivi, ma il rischio di arrivare alla fine del percorso senza essersi mai fermati ad apprezzare ciò che era già presente nella propria vita. L’uomo può ottenere il pane, può conquistare un “buon pane”, può raggiungere molti dei traguardi che aveva inseguito, ma se non ha mai cercato un significato più profondo rischia di accorgersi troppo tardi che mancava proprio ciò che rende preziosa l’esistenza.
Un esempio semplice è quello di una persona che dedica gran parte delle proprie giornate al lavoro con l’idea che tutto avrà senso dopo aver raggiunto una certa posizione o una maggiore sicurezza economica. Ogni sacrificio sembra giustificato dalla promessa di un futuro migliore: “Quando avrò più tempo potrò stare con la famiglia, coltivare una passione, godermi la vita”. Ma quel momento spesso continua a spostarsi più avanti. Arriva una nuova responsabilità, un nuovo obiettivo, una nuova necessità da soddisfare. Intanto i figli crescono, le persone care cambiano, le occasioni perdute non ritornano.
Il tempo è l’unica ricchezza che l’uomo non può accumulare né recuperare. Una cena condivisa senza fretta, una telefonata fatta al momento giusto, una passeggiata in silenzio o un sorriso scambiato con una persona amata possono avere un valore immenso, anche se non producono alcun risultato visibile. La vita non si misura soltanto attraverso ciò che viene conquistato, ma anche attraverso la capacità di esserci davvero nei momenti che scorrono davanti agli occhi.
Kierkegaard invita proprio a questo: non a rinunciare ai propri sogni, ma a non sacrificare completamente il presente in nome di un futuro che forse non arriverà mai come lo si immagina. Perché il rischio più grande non è avere poco, ma passare tutta la vita cercando qualcosa in più senza accorgersi della ricchezza che era già lì.
L’insegnamento nascosto nelle parole di Kierkegaard è un invito alla consapevolezza. L’uomo non deve smettere di desiderare, di crescere o di costruire il proprio futuro, ma deve imparare a non trasformare la propria esistenza in una lunga attesa. Chi vive soltanto per ciò che ancora non possiede rischia di non accorgersi della ricchezza che ha già davanti.
Per questo l’uomo dovrebbe imparare a fermarsi ogni tanto e chiedersi se sta inseguendo qualcosa che desidera davvero o semplicemente qualcosa che gli è stato insegnato a desiderare. Dovrebbe costruire il domani senza sacrificare completamente l’oggi, ambire a migliorarsi senza dimenticare di essere grato, cercare di avere di più senza perdere il valore di ciò che già possiede.
Personalmente ho capito che la vera vittoria dell’uomo non è accumulare sempre nuovi “pani”, ma trovare un senso capace di dare valore a ogni giorno. Perché, caro lettore, la vita non aspetta il momento perfetto per iniziare: la vita è proprio ciò che accade mentre si continua a cercare quel momento».
01/08/2026
EDITORIALI DI DON GIORGIO 1
EDITORIALI DI DON GIORGIO 2

Commenti chiusi.