01 novembre 2026: SECONDA DOPO LA DEDICAZIONE
Is 45, 20-23; Fil 3,13b-4,1; Mt 13,47-52
Partiamo ancora una volta dal primo testo, che fa parte del cosiddetto Secondo Isaia, un anonimo profeta che ha vissuto negli anni successivi al 538 a.C., quando il re persiano Ciro, detto il Grande, sconfitti i Babilonesi che avevano distrutto il tempio e deportato gli Ebrei in esilio a Babilonia, permise a costoro di tornare nella terra dei loto padri, in Palestina.
Diciamo subito che, secondo gli esegeti, tutto il capitolo 45, di cui parte il breve testo di oggi, è una riflessione non tanto storica quanto teologica, cioè alla luce della visione di Dio, su ciò che è avvenuto al popolo d’Israele in esilio a Babilonia.
Finalmente Dio ha mantenuto la sua promessa e ha suscitato un suo Messia, apparentemente strano, paradossale, perché è un pagano, Ciro, re dei Medi e dei Persiani, il quale trionfa sui Babilonesi e diventa l’esecutore della giustizia di Dio nel suo popolo. Eletto e protetto da Dio, egli è stato sostenuto unicamente per realizzare il piano di Dio verso il suo popolo ed è diventato così, anche se non lo sapeva, portatore dell’onnipotenza di Dio a scapito delle varie pretese degli idoli: questa è la lettura diciamo teologica che il popolo d’Israele ha maturato a proposito della vittoria di Ciro sui nemici babilonesi.
Il testo riproposto dalla Liturgia appartiene nel suo linguaggio ad una specie di discussione o “contesa giudiziaria”. Sono fatti comparire, cioè convocati, “gli scampati delle nazioni”, cioè tutti i superstiti delle guerre, coloro che sono riusciti a sopravvivere nelle grandi prove: il pensiero non corre solo al “resto d’Israele”, come amava dire Isaia, ma anche alle varie popolazioni che avevano subìto guerre e sconfitte. A tutti costoro che in passato avevano fatto ricorso agli idoli per essere salvati, il Signore indirizza un appello perché si “volgano” a Lui, cioè si convertano e così siano salvati. Anzi, si mette loro in bocca la professione di fede: “Solo nel Signore si trova la giustizia e la potenza”. Qui troviamo una nuova testimonianza di apertura universalistica, del resto non nuova nei testi del libro di Isaia.
Possiamo fare qualche riflessione, rileggendo il testo nell’oggi. La Bibbia va sempre letta tenendo conto che è Parola di Dio che si attua nel presente.
Notiamo subito una cosa. Nel testo ci sono parole e verbi interessanti. La prima parola è “superstite”. Già una domanda: non è che anche noi oggi patiamo di sentirci un po’ come dei superstiti? Commenta don Angelo Casati: «Sopravvissuti dentro uno sgretolarsi dei giorni e all’affaccio di altri giorni che sembrano intimorirci. Fino a quando si dura? “Che ne sarà – si chiedono tra di noi i più anziani – che ne sarà dei nostri nipoti?”. “Radunatevi e venite, avvicinatevi tutti insieme, superstiti delle nazioni”. Ci si raduna anche, ma ognuno – o è solo una mia impressione? – a pensare in proprio, quasi una finta di ascolto. La Parola ancora invitava: “Raccontate, presentate le prove, consigliatevi pure insieme”. “Raccontate”: e non si raccontano le strategie, si raccontano le storie. Raccontate i volti, ciò che accade. Presentate le prove, le prove invece dei teoremi. E poi, invito imperdibile: “Consigliatevi pure insieme».
Ecco: “Consigliatevi pure insieme”. Non allarghiamo troppo il discorso, pensando solo ai grandi della terra, pensiamo anche al nostro vivere quotidiano.
Commenta don Angelo: «Se partiamo dalle cosiddette nostre posizioni, da quello che pensiamo noi, dalla difesa dei nostri interessi o dei nostri punti di vista, l’esito è che non consigliamo, ma imponiamo. Per questo il profeta dice: ”Non comprendono quelli che portano un loro idolo di legno e pregano un Dio che non può salvare”. Solo spogli di ogni forma di arroganza ci si può mettere nella condizione di consigliarsi insieme».
Riflettiamo. Sì, è così. Pretendiamo di dare consigli, ma senza accettare consigli. Ci mettiamo in cattedra, e facciamo scendere dall’alto le nostre direttive, tanto più se ci nascondiamo dietro a qualche struttura gerarchica. In ogni caso bisognerebbe chiarire cosa significhi “consigliare”, che in latino significa: consultare, riflettere, deliberare. E ciò non è impegnativo proprio perché esige la luce dell’intelletto? Nulla dunque di istintivo, frasi fatte, scontate, senza la luce dell’intelletto. Nella luce scompare ogni ombra di ego, di quella saccenteria che impone non consigli, ma qualcosa di assoluto, di cattedratico, di dogmatico.
Dobbiamo invece consultarci, riflettere insieme, per poi deliberare insieme per il meglio.
A questo punto don Angelo ci invita a fare un aggancio, forse un po’ folle: da una parte “consigliarsi insieme” e dall’altra “pescatori e rete” della parabola, con una premessa: forse Matteo raduna sette parabole in un’unica assemblea anche per dirci che per Gesù non ne basta una a dire che cosa è il regno di Dio. Nemmeno quella della rete nel mare che, letta troppo superficialmente, potrebbe lasciarci con l’immagine deprimente dei pesci guasti buttati, che rappresentano i cattivi da gettare nella fornace.
Commenta don Angelo: «Ma ora vengo al mio folle tentativo di agganciare la parabola della rete al “consigliarsi insieme”, fantasticando. Certo il regno di Dio cresce nel mondo dove presente è anche il male: alla riva si trascinano anche i pesci guasti. Ma guardiamoci dal dare noi ora giudizi definitivi. Vi rileggo le parole finali: ”Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?”. Gli risposero: “Sì”. E Gesù disse loro: “Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche”. Ecco, toccherà agli angeli, e non a noi, separare; e sarà alla fine dei tempi. I pescatori allora che fanno? Lasciatemi fantasticare: insieme cercano di capire dove è bene e dove è male, li vedo come convocati a riva a consigliarsi insieme. A noi tocca essere l’uno per l’altro come lo scriba del Vangelo che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche. Le estrae dalla sapienza di Dio e dalla sapienza di donne e uomini, dalla sapienza di ognuno. Sedersi insieme e lasciarsi consigliare insieme. Convinti che dobbiamo tutti diventare discepoli. Abbiamo tutti da imparare, se vogliamo rigenerare noi stessi e il mondo. Mi piace l’immagine di una riva o di un monte o di una casa dove ci si allarga a cerchio e c’è libertà di dirsi perché in ognuno c’è ricerca sincera del bene, del bene di tutti. Convinti che lo Spirito spesso parla in coloro che non fanno notizia, nei cosiddetti “minori”».
Una brevissima riflessione finale. Si impara sempre, da tutti: dai piccoli, dai giovani, dagli adulti e anche dagli anziani. Possono darci consigli, anche indiretti, talora sorprendenti. Saper vedere negli altri, in chi ci sta accanto, sorprese stimolanti. Nessuno deve salire in cattedra: tutti discepoli, in ascolto, del Maestro interiore, che è lo Spirito santo che parla in ognuno; e nel prossimo c’è sempre un qualcosa che ci stimola, ci dà qualche consiglio prezioso.
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