Credere, obbedire, combattere: l’Italia contro l'”esercito di Ceuta” e quel ‘cattivone’ di Sànchez

da www.globalist.it

Credere, obbedire, combattere:

l’Italia contro l'”esercito di Ceuta”

e quel ‘cattivone’ di Sànchez

Su Ceuta la realtà viene ribaltata, violentata da una narrazione nauseabonda, propagandata dalla stampa mainstream.
di Umberto De Giovannangeli
31 Luglio 2026
Che brutta malattia è la vendetta. Un virus che si propaga, una metastasi che aggredisce il corpo sano di una persona, di una comunità, di uno Stato, corrodendolo e trasformandolo in qualcosa di disumano. La vendetta è la droga dei potenti della terra o di quelli che si considerano tali. La vendetta muove i criminali di Stato come Donald Trump, Benjamin Netanyahu, Vladimir Putin e l’elenco potrebbe proseguire ancora a lungo.
La vendetta spesso, quasi sempre, si abbina alla vigliaccheria. Perché si accanisce contro i più deboli, contro i più indifesi tra gli indifesi. Come lo sono i migranti.
La vendetta diventa strumento di manipolazione dell’opinione pubblica, arma di distrazione di massa rispetto ai fallimenti conclamati, alle promesse disattese. Il migrante diventa il Nemico contro cui far fronte, quello che ti ruba il lavoro, che spaccia, che violenta, che ha trasformato le città in terreni di caccia.
La realtà viene ribaltata, violentata da una narrazione nauseabonda, propagandata dalla stampa mainstream.
Ecco allora salire sul banco degli imputati il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, colpevole agli occhi dei governanti italiani di aver fomentato l’”invasione” dei 50mlia di Ceuta, l’armata di migranti che quell’irresponsabile premier socialista spagnolo, ha osato regolarizzare e che adesso sono pronti a “invadere” l’Italia, rendendo il fu Belpaese ancora più insicuro. Sbraita Meloni, insorge Salvini, ruggisce – il ruggito del coniglio – financo Antonio Tajani. A costoro si aggiungono gli aedi mediatici di una visione securitaria della sicurezza, fatta di porti chiusi, di frontiere militarizzate oltre che di criminali accordi di contenimento stipulati con dittatori, autocrati, generali sanguinari, perché facciano il lavoro sporco, leggi respingimenti in mare, lager nei quali rinchiudere una umanità sofferente. Il “Piano Mattei” sì riduce a questo.
Fonti di Palazzo Chigi fanno sapere che “l’Italia valuta la sospensione di Schengen con la Spagna”. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, fa il ruggito del coniglio e sentenzia “È sbagliata la scelta di Madrid, l’immigrazione incontrollata è un pericolo per la sicurezza” ha detto il titolare della Farnesina riferendosi alla recente procedura straordinaria di regolarizzazione dei migranti. Parole “indegne” per il ministro degli Esteri spagnolo Albares: “Da un Paese amico e partner ci aspettiamo solidarietà europea e non demagogia partitica”, afferma e annuncia di aver convocato l’ambasciatore d’Italia per protesta.
“La situazione a Ceuta resta inaccettabile. Ribadisco che non ci sono flussi verso il continente europeo o altri Stati membri. Il codice Schengen fornisce gli strumenti legali che si applicano a Ceuta e Melilla. I controlli sulle persone che partono da Ceuta e Melilla restano operativi”. Lo scrive su X il commissario Ue agli Affari Interni Magnus Brunnerspiegando che Bruxelles “accoglie con favore la cooperazione tra Spagna e Marocco per gestire la situazione e per rimpatri rapidi. Il Marocco è inserito nella lista Ue dei Paesi d’origine sicuri”.
Una lista “vidimata” anche dall’Italia.
Ma questo alla ducetta di Palazzo Chigi frega nulla. L’importante è mostrarsi decisa a far valere gli interessi nazionali, a difendere il suolo patrio dall’esercito, inesistente, ammassato a Ceuta. Come se non sapesse che da lì quei regolarizzati non possono muoversi.
Ma agli italiani stremati dal caldo e alle prese con una bolletta energetica che sta distruggendo la nostra economia, impoverendo sempre più chi è già in difficoltà, Meloni dal “balcone” di Palazzo Chigi, scandisce forte e chiaro. Credere, ubbidire, combattere. Sbaraglieremo l’”esercito di Ceuta”.
***
da la Repubblica
02 AGOSTO 2026

La destra e la sovranità della paura

di Ezio Mauro
Il punto non è la maggioranza, pura imprenditrice dell’insicurezza permanente, ma la pubblica opinione che accetta di vivere dentro questo schema. Cos’è successo? E perché?
I volti non li guardiamo più, le storie non le conosciamo, gli oltre cento morti in mare cercando la sponda europea della libertà non riescono a fare scandalo. L’assalto di 50mila migranti irregolari marocchini alla spiaggia spagnola di Ceuta (più di 48mila sono già stati rimpatriati) non ha avuto il tempo di diventare un’emergenza umanitaria, perché l’emergenza politica ha sovrastato ogni cosa, e ha dato alla destra di governo l’occasione per far intendere che la grande invasione — anticamera della sostituzione — è incominciata.
Le dimensioni della crisi, il problema di un’intesa che governi lo squilibrio tra il nostro continente e il Nordafrica, il rischio per i Paesi mediterranei di diventare volta per volta, a turno, lo scenario su cui si abbatte l’onda migratoria, chiedono e impongono un’autorità, un metodo e una condivisione europei, fino alla nomina di un ministro degli Interni d’Europa che trasformi la migrazione in una grande prova di governo dell’Unione. Questo è il modo per rispondere all’allarme dei cittadini, mettendo le loro ansie su una scala europea e dimostrando che la Ue ha la forza e il peso politico per governare il fenomeno, rispettando i suoi principi mentre garantisce la sicurezza.
Ma il governo italiano ha scelto un’altra strada, sospendendo Schengen, isolando la Spagna, spiegando che l’unica soluzione è nella chiusura. Perché europeizzando la crisi e le sue soluzioni la destra teme di perdere la vera sovranità su cui giocherà il suo anno elettorale: la sovranità della paura. Il punto però non è la destra, pura imprenditrice dell’insicurezza permanente, ma la pubblica opinione, che accetta di vivere dentro questo schema. Cos’è successo, com’è successo, e perché?
Poiché anche noi viaggiamo dentro il grande flusso del senso comune, ci chiediamo com’è possibile che i risentimenti abbiano soppiantato i sentimenti, che la nostra coscienza pubblica si sia indurita, che il sentire comune si sia spezzato in rancori privati, delusioni singole, esclusioni individuali. L’accumulo delle crisi — economica, finanziaria, sanitaria, del lavoro e della rappresentanza — ha spossessato il cittadino della sua veste pubblica e lo ha spiaggiato davanti allo scheletro della democrazia che non rassicura e non tutela, dunque non è più vissuta come un privilegio e una conquista, ma come la delusione di una promessa mancata.
A dire il vero l’impianto democratico del nostro sistema riconosce, riproduce e garantisce la nostra libertà: ma la bassa marea del senso comune ha prosciugato persino questa forma suprema di garanzia svalutandola, e la libertà galleggia infine come un relitto, pronta a essere venduta in cambio di sicurezza al mercato quotidiano della paura. Questa deriva ha un senso di marcia chiaro: porta a destra. Ma non è la destra che l’ha concepita, creata e inserita nel cuore dell’Occidente. Piuttosto, ha scelto di rappresentarla, accettando di assumerne tutti i caratteri, anche i più negativi. Dunque il nuovo sentire pubblico in cui siamo immersi non è frutto dell’egemonia della destra: ma dell’egemonia della crisi.
Sul ripiegamento morale e civile della nostra società, che rinnega la civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, agiscono fattori diversi. Ma certo un influsso potente deriva dal venir meno di quelle strutture ideali che sorreggono il sistema: perché dopo la caduta del Muro, quando la storia sembrava compiuta e risolta, sono scomparse non soltanto le ideologie che imprigionavano la realtà nel falso calco delle loro dottrine, ma anche le culture politiche tradizionali. Non tanto i partiti, che sono strumenti contingenti con un ciclo di vita naturale, ma appunto le culture che nascono dalla storia, fatte di valori, lotte, passioni, sconfitte, programmi, progetti: e con un’idea di Paese o addirittura di mondo che può trasformarsi in una Causa, aggregando e mobilitando soggetti molto diversi tra loro, uniti da un ideale comune.
È questa trama culturale che si è persa, lasciando la società vuota. E nel vuoto si è insediata la paura, col suo seguito di nuovi egoismi, gelosie, competizioni, esclusioni, deviando giorno dopo giorno il sentire comune verso la privatizzazione dei diritti, l’esclusiva del welfare, la gelosia del benessere: un rifiuto di condividere che rovescia la storia italiana dell’accoglienza, disegnando il profilo innaturale di una società chiusa in sé stessa.
Soprattutto, a mio parere, si sono indebolite e affievolite due correnti morali e culturali che nel nostro Paese avevano operato a lungo, una sul piano spirituale e l’altra sul piano politico, modellando separatamente e per fini diversi un’antropologia italiana della solidarietà, con riflessi importanti nella vita civile del Paese: sono il cristianesimo e il socialismo, due proposte di vita distinte e distanti, spesso antagoniste ma non inconsapevoli l’una dell’altra, che hanno dispiegato una pedagogia della responsabilità di ogni uomo nei confronti dell’umano, soprattutto quando è schiacciato dal bisogno e dalla disperazione.
Il cristianesimo ha predicato la fraternità, la carità e soprattutto la misericordia, che ha affiancato e temperato il diritto romano; il socialismo ha trasformato i sentimenti in diritti, la beneficenza in welfare, la condivisione in emancipazione, la redenzione in riscatto. Certo non si può ridurre il cristianesimo alla dottrina sociale, perché la sua è una testimonianza trascendente di fede, ma anche chi non crede avverte il valore universale del riconoscimento della dignità di ogni persona.
Il socialismo veicola un’altra credenza di cui parla Turati, «la fede operosa che redimendo il lavoro spezzerà tutte le catene». Una promessa di vita eterna da un lato, con la gerarchia rovesciata e gli ultimi che saranno i primi; la speranza in una vita migliore dall’altro, grazie alla leva del lavoro, che è fatica ma anche riconoscimento, crescita, fraternità e liberazione. Queste liturgie separate e spesso avversarie hanno un luogo in comune, la Costituente, dove la loro traccia culturale incontrandosi con altre proposte ha trasformato in principi, diritti, doveri e istituzioni il loro diverso Credo.
La scristianizzazione di questi ultimi decenni ha portato prima alla paganizzazione della leadership, poi alla strumentalizzazione della fede, quindi al Dio degli eserciti che ha sostituito il Dio dei Vangeli, e infine al “cristianismo” che ha deviato la fede verso un’ideologia di pronto impiego a sostegno dell’esclusione. Nello stesso tempo la polverizzazione del lavoro lo ha disancorato dal luogo e dal tempo, globalizzandolo ma rendendo impossibile organizzarlo politicamente dentro la fabbrica che non c’è più e fuori, dove creava le sue proiezioni sociali, distribuiva diritti e cittadinanza, e infine con le stesse chiavi inglesi dell’officina assemblava la politica che doveva rappresentarlo.
Due universali si spezzano, con effetti a catena. Indebolita la presenza spirituale e culturale del cristianesimo, infatti, sbiadisce fino a scomparire anche il suo simmetrico, la laicità, che pure dovrebbe essere un valore fondante e permanente di una Repubblica. E se il socialismo si ritrae, il suo spazio viene occupato dall’antipolitica che non testimonia una cultura ma uno stato d’animo, incarnato nel populismo.
Quelle due correnti, senza saperlo, segnalavano il limite morale della democrazia, che ne era consapevole e rispettosa. Oggi quel limite si è dissolto, e la destra vuole andare oltre. La domanda decisiva è dove sta la coscienza del Paese: perché è questa che bisogna conquistare. E la battaglia è culturale, prima ancora che politica.

Commenti chiusi.