Omelie 2026 di don Giorgio: DECIMA DOPO PENTECOSTE

2 agosto 2026: DECIMA DOPO PENTECOSTE
1Re 8,15-30; 1Cor 3,10-17; Mc 12,41-44
L’episodio narrato da Marco suscita, ogniqualvolta lo leggiamo, delle emozioni che finiscono poi nel nulla, appena ci immergiamo nella realtà quotidiana, e il gioiello evangelico, così è stato definito, sembra scomparire nella crudezza di una società che conosce solo, così sembra, la bestialità di ben altri gesti che di umano, di tenero, di leggero, di umile hanno ben poco. Chiediamo clemenza o condono per dei miserabili o dei criminali, e restiamo indifferenti quando innocenti vengono processati per gesti di umanità che vanno al di là di leggi disumane imposte da un governo di farabutti e di criminali. E i piccoli che vivono in una società così brutale come potrebbero crescere se non già corrotti nei loro più nobili sentimenti? Eppure anche al tempo di Gesù non è che le cose andassero bene, visto che a dominare era la legge del più forte anche nel campo religioso.
Ora, per comprendere il gesto della donna, vedova e povera, occorre chiarire il contesto. Le gemme in mezzo a tante gemme sembrano sparire nello splendore di tutte le gemme. Ma in un contesto sociale e religioso di bruttezze anche solo una gemma splende, anche se umile e piccola. Ed è quanto ha fatto Gesù nel tempio, invitando i discepoli a osservare il gesto di quella donna: umile, vedova e povera.
Se riuscissimo a cogliere in un istante tutti i gesti umili e nobili di donne e di uomini di questo mondo forse saremmo abbagliati da una luce potente: questa luce c’è, ma è come se non ci fosse, perché il male, basta poco, riesce sempre a coprire anche il sole.
Vediamo il contesto, scorrendo l’intero capitolo di Marco, il dodicesimo, di cui fa parte il testo di oggi, e quello che lo precede.
Marco narra che tre giorni prima del racconto di oggi c’era stato l’ingresso di Gesù a groppa di asino in Gerusalemme, e la stessa sera Gesù era entrato nel tempio. Scrive l’evangelista: «Dopo aver guardato ogni cosa attorno…». Da notare che nel testo greco il verbo indica “osservare attentamente in tutte le direzioni”, diremmo oggi: a 360 gradi. Non si è dunque trattato di uno sguardo fugace o curioso. In quello sguardo lento e prolungato Marco fa capire che Gesù ha intuito il vuoto di un Tempio privo del Mistero divino.
Gesù subito esce. L’ora è tarda. Il giorno dopo ci ritorna. Non ce la fa a sopportare. A che cosa hanno ridotto il tempio? Rovescia tavole e sedie di venditori di colombe e cambiavalute. Ed ecco il nostro giorno, il terzo. Gesù è come assediato, quasi fosse messo sotto processo da un sant’uffizio. A ondate. Prima i sommi sacerdoti, scribi e anziani a chiedergli chi gli avesse dato l’autorità di fare quello che stava facendo. Fallito il tentativo di catturarlo, gli mandano farisei ed erodiani, nel tentativo di coglierlo in fallo. Non basta, ecco arrivano i sadducei. E infine, Gesù oramai isolato, ecco uno scriba a porgli una domanda: quale fosse il comandamento più grande.
Proprio il caso di dire: c’era da non poterne più. L’aria era diventata irrespirabile. Ma che cosa era mai diventato quel tempio? Odorava di occupazione: occupato da chi e con quali finalità? Gesù allora non ci pensa due volte: sente come un dovere non più rimandabile: mettere in guardia da coloro che si erano impossessati di quel luogo, inaridendo la sorgente. Qualche versetto prima del testo di oggi, troviamo queste dure parole di avvertimento di Gesù: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave».
Parole che richiamano ciò che scriverà poi San Paolo: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri» (Fil 2,1-4).
Se questo è lo spettacolo che di soppiatto trova spazio nel tempio, il tempio è violato nella sua anima profonda. Vorrei farvi notare come nella prima lettura, a proposito della costruzione del tempio di Gerusalemme, più volte Dio lo evochi come «una casa costruita al mio nome». Guai se al suo nome sostituissimo il nostro nome. Nome dice “presenza di Dio”: se lo ingombriamo con la nostra gloria, è come se mandassimo Dio in esilio.
Proviamo a entrare nei sentimenti di Gesù. Era ritornato per il terzo giorno nel tempio, sempre asfissiato da un’aria irrespirabile: aveva visto personaggi non celebrare Dio, ma celebrare se stessi. Immagino che stesse male dentro. Lui sempre alla ricerca di qualcosa di vero, di sincero, di autentico. Lui «osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte».
Ed ecco Gesù ha come un sussulto: i suoi occhi intravedono, tra i tanti, una donna vedova e povera. C’è un “ma” nel racconto, un “ma” che interrompe quel cerimoniale esibito, senz’anima. Uno stacco, qualcosa di diverso, un “ma” che cambia l’aria del tempio, eccolo: «Ma venuta una vedova povera vi gettò due monetine, che fanno un soldo».
Gesù chiama i discepoli: vuole che quella donna vedova e in miseria, lei e il suo gesto rimangano a perenne memoria negli occhi dei discepoli. Il gesto è silenzioso, come silenziosi sono i due spiccioli che fa scivolare nel tesoro del tempio.
Proviamo a riflettere osando di più. Quasi Gesù dicesse che tempio di Dio era proprio lei, quella vedova povera. Nel secondo testo della Messa risentiamo ciò che ha scritto l’apostolo Paolo: «Il tempio di Dio siete voi». Siamo noi, nella nostra purezza interiore. È quella donna, umile, che compie un gesto che solo chi ha fede, ovvero ha gli occhi accesi, sa vedere. Marco scrive: «Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, Gesù disse loro: “In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”».
Notate come Gesù inizia con quella espressione «In verità vi dico…» (in latino “Amen dico vobis”) che è una formula solenne usata ripetutamente da Gesù nei Vangeli per introdurre insegnamenti e affermazioni di grande importanza.
Non so voi, ma credo che ciò che occorre oggi è saper vedere i gesti più umili, di un cuore puro, di gente che nessuno vede. Noi celebriamo santi troppo enfatizzati, come san Francesco, e altri. Siamo fuori strada, quella evangelica, che è percorsa da donne e uomini invisibili agli occhi umani.
Faccio mie queste parole: «Nell’invito di Gesù a guardare la donna vedova e povera mi sembra di cogliere anche un invito a nuove misure di Vangelo. E gli occhi non si perdano in personaggi celebrati, incensati. Non sono loro a reggere il mondo. È, invece, una moltitudine di silenziosi, di umili, di semplici: sono loro la forza vera della società, della chiesa, del mondo».

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