Liberare Taranto dai veleni!
di don Giorgio De Capitani
Lunedì sera, 1 ottobre, Gad Lerner ha trasferito la sede del suo programma “L’Infedele” in piazza Gesù Divin Lavoratore, nel cuore del rione Tamburi dominato dalle ciminiere dell’Ilva di Taranto. Sul palco c’erano i dirigenti sindacali che hanno guidato la protesta, il sindaco di Taranto, gli animatori del Comitato cittadini “Liberi e pensanti“, il segretario dell’Associazione Nazionale Magistrati, Maurizio Carbone; l’economista Gianfranco Viesti, e sulla piazza tanta, tantissima gente.
Il tema era scottante: come conciliare il diritto alla salute e la salvaguardia dell’ambiente con il diritto al lavoro? Prima la salute o prima il lavoro?
Nessuno vorrebbe parlare di prima e di dopo: tutti parlano di diritti inalienabili e da conciliare tra loro. Ma come conciliarli? Qui sta il punto. Bisogna essere realisti, e non i soliti scaltri equilibristi in favore di principi difesi come tali, ovvero come principi.
Dunque, in concreto, prima la salute o prima il lavoro? Non giriamoci attorno a parole ad effetto mediatico. Gli stessi operai, ora, solo ora, cercano di salvarsi la faccia, parlando del diritto anche della salute e dell’ambiente, ma hanno la testa confusa, non sanno più che pesci pigliare, anche perché – siamo onesti nel riconoscerlo – stanno vedendo che c’è un grande movimento di gente sempre più decisa a salvare la città dai veleni dell’Ilva.
Domanda: se questa città che si sta ribellando non si fosse imposta con caparbietà, gli operai e la ditta cosa avrebbero fatto per non far chiudere la loro fabbrica? Anche i cittadini ora si sono mossi spinti dalla rabbia, perché hanno aperto gli occhi, ma, come al solito, troppo tardi, il merito però di aver fatto prendere coscienza del vero problema che è la salute va riconosciuto a poche persone, che in questi anni hanno lottato, contro tutti e contro tutto, anche contro l’indifferenza di una città che non si sarebbe svegliata se il Gip di Taranto non avesse imposto il sequestro degli impianti. Una situazione diventata ormai insopportabile, per colpa anche di sindacati conniventi, di operai omertosi.
Mi aspettavo che qualcuno, lunedì sera, ricordasse la tragedia dell’amianto di Casale Monferrato. Stessa vicenda che ha prodotto e sta ancora producendo migliaia di morti. A Casale si è arrivati troppo tardi, qui a Taranto si è ancora in tempo a fermare i morti. Anche a Casale la responsabilità è stata non solo della dirigenza aziendale, ma anche dei sindacati e degli stessi operai, che sapevano e tacevano, per poi – e questo mi ha fatto arrabbiare! – costituirsi parte civile contro la Ditta per chiedere il risarcimento dei danni.
Ma questi operai quando capiranno la lezione?
E non mi devono dire che loro sono liberi di scegliere di lavorare anche in una fabbrica di morte. No, voi non siete liberi, se quella fabbrica in cui lavorate produce veleni a danno di un’intera comunità. In tal caso, anche voi sareste dei criminali!
Non tocca a me proporre una via d’uscita. Ci sarà, senz’altro.
Bisogna avere la lungimiranza di vederla, e il coraggio di intraprenderla. Ma nel frattempo bisogna creare una tale rottura da mettere chi di dovere nella costrizione di scegliere il bene comune.
Basta con le promesse. Basta con le belle parole di comodo. Basta con le politiche di compromesso. C’è di mezzo la vita. Il lavoro è al servizio della vita, e non viceversa. Il profitto è al servizio della dignità umana, e non viceversa.
La politica finora, i sindacati stessi non hanno ancora capito qual è la gerarchia: prima la salute o prima il lavoro?
Non ho pietà per la perdita di un posto di lavoro. Ho pietà per quanti la stanno pagando per colpa di fabbriche tenute in vita per dare morte all’Umanità. Con il sostegno di una politica responsabilmente assente, di un mercato folle, con la connivenza di sindacati e di operai, e con l’indifferenza degli onesti.
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L’aria che respiriamo non e’ la nostra ma arriva da molto lontano. Perche’ non ci preoccupiamo dei mostruosi inquinamenti che avvengono in Cina ed in Russia, per esempio?
E’ come essere su una nave a poppa e non preoccuparci della falla che e’ a prua!
Sono veleni anche le tante connivenze di cui ha potuto godere un’azienda come questa e di cui ci si dovrebbe liberare.
Comunque, che il pericolo sia attuale, e GRAVE anche al di là dell’inquinamento, è dimostrato da quanto successo ieri:
http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/cronaca/2012/3-ottobre-2012/ilva-esplosione-reparto-sequestratoustionato-operaio-34enne-2112089991552.shtml
Un giorno ascoltai una conferenza sulla biosfera che in breve diceva:
Noi siamo aria perché da quando nasciamo a quando moriamo ne respiriamo una grande quantità per l’ossigeno che contiene. Siamo acqua perché il nostro corpo è fatto al 60-70% di acqua senza la quale moriremmo in 3 giorni.
Siamo terra perché tutto ciò che mangiamo proviene dalla terra. Siamo infine fuoco (energia) perché tutta l’energia che ci serve per le reazioni chimiche che ci tengono in vita derivano dal sole.
Noi siamo animali che si sono evoluti per la loro intelligenza. Ebbene, nonostante questa intelligenza, noi da molti anni riversiamo grandi quantità di veleni nell’aria, nell’acqua e nella terra distruggendo ciò che ci tiene in vita e non facciamo niente per fermarci. L’isola di rifiuti che per le correnti marine si è formata nell’oceano Pacifico è ormai grande come l’Italia e la Germania messe insieme. Nel nostro corpo ci sono almeno 500gr di molecole appartenenti a materie plastiche scioltesi nell’aria e nell’acqua.
Molti scienziati sostengono che per il 2050 non ci sarà più alcun pesce commerciabile negli oceani e che per il 2100 il 90% dell’umanità sparirà dalla terra.
Einstein diceva che il miglior esempio di idiozia consiste nel ripetere le stesse cose volta dopo volta e sperare che i risultati prima o poi cambino. Noi stiamo distruggendo la nostra biosfera; lo sappiamo ma continuiamo a farlo sperando che la natura un giorno correggerà i nostri errori prima che (per noi) sia troppo tardi. Non è pazzia questa?
La natura non ha bisogno dell’uomo e continuerà a vivere dopo che l’umanità si sarà estinta.
Poveri Gladiatori romani schiacciati dal peso della scelta: meglio l’arena con le belve ma cibo sicuro e in abbondanza o la morte certa? Ogni anno che passa, perdendo i nostri diritti sempre più, ci faranno combattere tra di noi per un posto nell’arena e noi manco ce ne accorgiamo.
Il caso di Taranto è emblematico. Il nostro paese muore lentamente sotto i nostri occhi e nessuno si dà da fare per impedirlo, e anche se a volte si interviene lo si fa sempre un po’ a braccio e soprattutto tardivamente. Per anni si è inseguito il mito dell’industrializzazione e della cementificazione forzata, senza badare all’impatto ambientale, alla nocività dei materiali lavorati e alla pericolosità degli strumenti utilizzati, e laddove non ci ha pensato direttamente la natura a ribellarsi, è stata la stessa mano dell’uomo a dare il colpo di grazia. Intervenire nella situazione attuale diventa drammatico perché, oltre ai posti di lavoro che possano garantire una tranquillità economica, sono in ballo prima di tutto la salute delle persone coinvolte più o meno direttamente nelle attività produttive e quella non meno importante dell’aria che si respira e dei terreni che si calpestano e si coltivano. La cecità incosciente dei periodi di boom imprenditoriale, lascia miseramente il posto alla constatazione di aver rovinato profondamente la qualità della vita e alla consapevolezza che per rimediare, almeno in parte, ci vorranno tempi lunghi e un enorme lavoro di bonifica.
Occorre cambiare “registro”, non può essere ipotizzabile nel futuro, che una società civile e democratica, accetti la costituzione di un luogo di lavoro a scatola chiusa. Occorre conoscere cosa viene prodotto, con quali materiali, quali sono i pericoli durante l’intero ciclo produttivo, sia derivati dai materiali che dai macchinari e dai procedimenti, quali sono i pericoli per lo smaltimento degli scarti solidi, liquidi e o gassosi, quali sono le migliori norme e garanzie per la tutela del luogo di lavoro, dei lavoratori e del territorio circostante; dopo ciò le autorità competenti sanitarie, tecniche ed amministrative daranno i loro pareri e le loro prescrizioni all’amministrazione elettiva territoriale che emetterà il dovuto “placet” ad opere eseguite e controllate e collaudate. Non è ammissibile nel terzo millennio, procedere con il “noi non sapevamo” e questo vale per tutte le società che si dichiarano civili, non solo per i datori di lavoro. Solo così oltre che civili ci dimostreremo appartenenti all’UMANITA’.