
di don Giorgio De Capitani
I disagi ci sono. Così le paure. Sono forti. Come non capire?
È facile e anche comodo dire: “Non abbiate paura!”. Basterebbe abitare in certe zone, e la paura ti assale. Ogni giorno. Ovunque. Anche stando in casa. Ben chiusi.
Il problema dell’immigrazione si è fatto veramente allarmante. Si è così ingrossato da non essere più razionalmente gestibile. Ci si sente quasi sommersi. L’urto è violento. Non se ne può più.
I comuni cittadini onesti vorrebbero vivere in santa pace. Ognuno ha già i suoi problemi esistenziali, dovuti ad una crisi che non sembra passare mai. Ci si sente impotenti. A chi aggrapparsi? Ai politici? Ai sindacati? Alle belle parole del papa? E che cazzo mi dà in realtà una bella promessa di vita eterna?
Ed ecco che a peggiorare la situazione c’è un altro carico: l’immigrazione massiccia. Altri poveracci vengono a chiedere soldi a chi fa già fatica a vivere. È vero che una mano aiuta l’altra, ma quando la mano è stanca ed è vuota, come sorreggere chi si trova nelle stesse situazioni?
Ma non è questo il vero problema: aiutare chi sta peggio di noi. Il problema è il disordine sociale, è la violenza, è quel degrado che non rispetta un benché minimo senso di giustizia, o di rispetto dei diritti altrui. Ci si sente minacciati in casa da balordi che sfruttano ogni occasione per ottenere ciò che vogliono.
Non possiamo, dunque, nascondere che la realtà si è fatta drammatica e non più sostenibile. E lo è in particolare nelle città e nelle periferie. Il fenomeno è ancora gestibile nei piccoli centri o nei paesi. Ma anche qui, attenzione: i sindaci e le comunità parrocchiali non dovrebbero dormirci sopra, ma attuare già una politica o una pastorale di prevenzione.
Non vi parlo stando a tavolino, dietro a un computer. Negli anni ’70 ero a fare il prete a Sesto San Giovanni, nella parrocchia più grossa, San Giuseppe, in un quartiere assai difficile a causa di una imponente immigrazione, benché di un altro genere. Allora non c’era un solo extracomunitario, ma il fenomeno riguardava praticamente il meridione. Anche allora c’erano le occupazioni abusive delle case, anche allora c’erano difficoltà di convivenza, anche allora c’erano furti, ecc.
Appena giunto in città, era l’anno 1974, ho cercato subito di inventare qualcosa. E così nacque il Doposcuola sociale. Più di cento ragazzi, in maggioranza meridionali, ogni giorno (tranne il sabato e la domenica, per il divieto tassativo del mio parroco) lo frequentavano. Fu uno tra i più efficaci tentativi (non è stato l’unico), per facilitare l’integrazione.
Oggi il problema meridionale non esiste quasi più. C’è invece il problema della immigrazione dagli altri Paesi. Un problema molto più serio, molto più complesso, molto più difficile da gestire: non c’è solo il disagio sociale, ma c’è un disagio di carattere razziale e di carattere religioso. Il fondamentalismo crea più danni della stessa povertà materiale.
Ma ciò che vorrei dire, allacciandomi alla mia esperienza di Sesto San Giovanni, è questo: non bisognava aspettare che il fenomeno assumesse le proporzioni attuali. So di esperienze positive, sia nel campo civile che in quello religioso. Ma forse non sono bastate. Forse bisognava fare di più e non lasciare soli i soliti apripista. Tra timori e dubbi da parte delle stesse autorità sia civili che religiose.
La politica in genere e la chiesa locale non hanno capito la gravità del fenomeno. Erano preoccupate di ben altre questioni. Da una parte, risse partitiche per la conquista del potere, e a dall’altra, la paura del dio diverso, e la preoccupazione di non farsi contaminare da altre culture. In altre parole, la società civile pensava a spartirsi poltrone e soldi, e la chiesa locale pensava a difendersi, chiudendosi in una pastorale gretta e miope.
Ora tutti gridano: “Al lupo! Al lupo!”. Ma forse il lupo l’abbiamo dentro di noi.
Che la Lega sostenga qualche buona ragione, nessuno lo mette in dubbio. Ma ciò che si contesta alla Lega è quel suo sfruttare l’occasione per fare proseliti, senza risolvere nulla, anzi aggravando i problemi. La Lega propone, ma solo con la bocca. Quando era al Governo con Berlusconi che cosa ha fatto di buono? Nulla! Se avesse fatto qualcosa di buono, non saremmo qui a lamentarci di ciò che sta succedendo.
Qui sta la vigliaccata della Lega: ottenere il consenso sfruttando i disagi sociali. Lasciamo stare il Lardoso, più unico che raro, che si è trovato per caso al timone di una barca sconquassata: dico che non si può continuare a soffiare sul fuoco per dire che le cose non vanno.
Nei casi di emergenza, non ci si mette a litigare, scannandosi a vicenda, per addossare le colpe sugli altri. Ci si mette insieme. Si studiano piani “intelligenti”. Ad accomunare gli intenti di tutti, di destra e di sinistra, deve essere il bene comune. Così si dica della Chiesa, la quale deve abbandonare la via dei sacri canoni, se vuole veramente il bene dell’essere umano.
Finalmente Angelo Scola ha detto qualcosa. Timidamente, nelle omelie dei Santi e dei Morti. Un breve accenno alle paure dell’altro. Più esplicito il suo intervento nella intervista rilasciata subito dopo la sua omelia al Monumentale. Scola si è sbilanciato di più.
Eminenza, se per un verso mi hai un po’ sorpreso, per l’altro non posso non spingerti ad andare oltre.
Che cosa hai fatto finora per sostenere i preti di frontiera? Li hai sentiti di persona qualche volta? Sei andato da loro? Perché mandi da solo il tuo Vicario episcopale, Luca Bressan, al Quartiere Greco, e non ci vai anche tu ad ascoltare i disagi e le paure degli abitanti in rivolta?
Ammiro ciò che sta facendo don Colmegna, ma perché non dargli una mano, invitando parrocchie, preti e laicato a prendere coscienza del fenomeno dell’immigrazione?
Perché, caro Scola, non ti trovi personalmente con il Sindaco e il Presidente della Regione Lombardia a discutere e a progettare qualcosa in comune per tentare di affrontare il fenomeno dell’immigrazione in città?
Si mettano da parte stupide diatribe sulla registrazione dei matrimoni di gay celebrati all’estero, e ci si trovi a discutere sul bene comune.
Il problema dell’immigrazione, caro Scola, c’è ed è grave. La gente è stufa. I preti di frontiera sono anch’essi stanchi di essere soli. Non bastano parole di convenienza a sostenerli. Occorre ben altro!
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da ChiesadiMilano.it
Scola: «Costruire insieme una società
giusta come cristiani e cittadini»
Presiedendo la Celebrazione eucaristica per i Defunti al Cimitero Monumentale, il cardinale Scola, con una forte omelia, ha richiamato il dovere di vivere la convivenza senza paure e contrapposizioni sterili in vista del bene comune
di Annamaria BRACCINI
1.11.2014
«Convivere è questione di buon senso, dal momento che dobbiamo vivere insieme, anche con gli immigrati che arrivano. La paura può essere comprensibile, ma la si batte solo ascoltandoci reciprocamente, non contrapponendoci in una maniera che finisce per diventare sterile e che porta a dividerci ancora di più. Nella nostra esperienza personale spesso abbiamo paura, ma la vinciamo quando ci facciamo aiutare e ascoltiamo gli altri, trovando le ragioni per rendere accettabile il cambiamento anche se costa sacrifici. Credo che Milano abbia in sé tutte le risorse per fare ciò e lo stia facendo concretamente. Penso però che ognuno, a partire da chi ha maggiori responsabilità nei diversi campi, anche i politici, debba lavorare in vista di un tale fine. Ricordiamoci che il più grande nemico dell’amicizia civica è l’ideologia. Quando noi trasformiamo un problema reale – quale è l’assorbire in pochi anni tanti immigrati – e lo strumentalizziamo a scopi che non sono quelli del bene comune, cadiamo nell’ideologia e non costruiamo nulla. Questo è un rischio che corriamo tutti, come gruppi, corpi intermedi, partiti. Sono, tuttavia, convinto che Milano abbia le risorse perché si possa concorrere insieme a costruire vita buona».
Lo dice il cardinale Scola, usando, rispetto alla più stretta attualità, quel filo rosso che lega la sua intera omelia, pronunciata al Cimitero Monumentale durante la Celebrazione per i Defunti.
«Abbiamo bisogno – scandisce, infatti, l’Arcivescovo –, di uomini e donne che cercano davvero la verità e vogliono vivere l’esistenza con un senso esplicito, ossia con una direzione e un significato; di uomini che siamo promotori di amicizia civica. Il momento difficile che stiamo vivendo ormai da anni deve affratellarci, non estraniarci l’uno dall’altro. Sempre, nei momenti di grande cambiamento, la paura tende a dominare, ma è una cattiva consigliera. Occorre, invece, costruire una società giusta. Non importano le nostre fragilità, conta il nostro desiderio di coltivare quell’amicizia civica e quella comunione ecclesiale di cui ha tanto bisogno il terzo millennio».
Questo il forte appello che il Cardinale rivolge non solo ai fedeli – tanti – riuniti per la Celebrazione, ma a tutta la città.
Presenti anche rappresentanti delle Istituzioni, per il sindaco di Milano, il consigliere Fanzago e per la Provincia, l’assessore Pagani, sotto un cielo che sarebbe piaciuto a Manzoni – il cui monumento funerario, nel Famedio, è a pochi metri da dove si celebra Messa –, la memoria dei Defunti diviene così anche un richiamo «non per il passato, ma per il presente e il futuro».
Ecco il significato del venire, ogni anno, in tutti i cimiteri delle nostre terre ambrosiane e in modo più solenne in questo cimitero Monumentale, nota il Cardinale.
«I nostri cari non sono separati da noi se non nell’aspetto della loro presenza fisica. Essi sono nella comunione dei Santi in un rapporto di amicizia stretta che, se siamo vigilanti, tende ad aumentare con il passare del tempo e non a cadere nella dimenticanza. La morte è un passaggio, psicologicamente parlando, doloroso e pur tuttavia il suo senso ultimo e profondo non è portarci al niente ma, al contrario, farci vivere nel figlio Gesù con il Padre e nel farci guadagnare, così, la nostra dimora definitiva e stabile, dove la sete dei pellegrini terreni sarà colmata dal faccia a faccia con Dio».
Da qui, ciò che l’Arcivescovo definisce «una responsabilità importante e decisiva»: affrontare quel tratto di esistenza che ci rimane «nella prospettiva del lasciarsi attirare dall’amore di Gesù verso il Padre».
«Tutti, infatti, percepiamo che la vita cambia direzione se comprendiamo di essere orientati verso la dimora della Trinità, verso la vita eterna. Siamo spesso vittime della dimenticanza, viviamo le nostre giornate dimentichi di Dio, dimentichi che la vita, attraverso il lavoro, il riposo, il male fisico e morale, l’edificazione di una società giusta, assume un senso diverso se ci ricordiamo di Colui che ci ha predestinato, che ha voluto ciascuno di noi personalmente e ci accompagna ogni giorno. Dobbiamo ritrovare la consapevolezza quotidiana di tutto questo, nella preghiera, nella fraternità, nella solidarietà radicata «pur se la conversione come il cambiamento – secondo quanto sottolineano le Letture del giorno – implica sacrificio e disposizione a pagare di persona».
Anche (e forse soprattutto) perché, suggerisce l’Arcivescovo, «questi valori che, certo, non sono amplificati dalla mentalità dominante del mondo, non si spengano in un’attualità che sembra più attenta al danaro, alla lussuria, al piacere e all’egoismo». Tornano alla mente le Beatitudini appena risuonate nel Vangelo di Matteo: «quelle che Dio ci propone e che non sono esattamente ciò che il modo ama». Eppure la beatitudine non è teoria, ma realtà, pratica vissuta da Gesù «che ci chiama a partecipare di questo stile umile, semplice, franco, diretto, costruttivo di vita».
«Come cambiano i rapporti se ci concepiamo in questo modo nella cura dei figli e nipoti – fondamentale il ruolo dei nonni, evidenzia Scola – , nei rapporti con i vicini di casa, con i colleghi di lavoro, con la gente, qualunque sia l’appartenenza di etnia e religione, nel rapporto di comunione nelle parrocchie e realtà ecclesiali».
Questo ci richiamano i nostri morti che, collocati nella definitività, dicono: «cammina nella legge del Signore perché così non guadagnerai solo la vita eterna, ma vivrai ogni giorno, in maggiore pienezza e verità».
Insomma, parole chiare per non dimenticare che il fare memoria di chi non c’è più non può essere solo una «questione sentimentale», ma è un impegno a cambiare «qui e ora», secondo l’esistenza riuscita della sanità, guardando la realtà. Tanto che, riguardo delle proteste emerse da alcuni abitanti del quartiere Greco per la futura apertura del “Refettorio Ambrosiano” previsto per Expo e che resterà una mensa di Caritas anche terminata l’Esposizione mondiale, Scola aggiunge: «Ripeto che occorre confrontarsi. Infatti per la sera di giovedì 6 novembre ho già incaricato il mio vicario episcopale per la Carità e l’Azione sociale, monsignor Luca Bressan, di partecipare all’assemblea di quartiere convocata per discutere la questione del Refettorio. Ricordo che è una scelta pensata e discussa per mesi, presentata anche in assemblee parrocchiali cui hanno partecipato rappresentanti del Consiglio di Zona. Rinnoverò l’invito a non aver paura proprio perché l’importante è parlare e ascoltarci».
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Il card. Scola:
«Costruire insieme una società giusta
come cristiani e cittadini»
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da La Repubblica di domenica 2 novembre 2014
La crisi ha aumentato il livello di diffidenza:
“Ma basta conoscersi per superare i timori”
ZITA DAZZI
Una paura che parte dalle periferie e che contagia anche la gente che va in chiesa, quelli che sono abituati a sentire predicare l’accoglienza, il dialogo, la disponibilità. I parroci di frontiera lo dicono chiaramente che non è facile di questi tempi invitare i fedeli alla solidarietà verso gli immigrati. Appena il Comune ha annunciato la messa al bando di un’area per costruire una moschea in via Esterle, nel multietnico quartiere di via Padova, la protesta ha cominciato a montare. Gli anziani sono andati al consiglio di Zona, si annuncia per la prossima settimana un’accesa seduta, alla presenza anche degli assessori del Comune.
Ma anche senza l’annuncio di una nuova moschea, la rabbia è forte. Basta fare un giro in un quartiere pieno di stranieri come il Corvetto. «La situazione sembra sfuggita di mano, gli inquilini delle case popolari si sentono abbandonati, indifesi di fronte alle occupazioni degli abusivi, che sono anche extracomunitari, non sono certo solo loro, ma vallo a spiegare alle persone – confessa don Antonio Longoni, parroco di San Michele e Santa Rita, in piazza Gabrio Rosa –. E poi ci sono i rom, le baraccopoli. Stanno anche nell’area giochi dei bambini, qui davanti alla mia chiesa. Al mattino mi alzo, c’è gente che dorme sulle panchine e si lava nelle fontana. Non è più nemmeno questione di paura, è rabbia per il degrado, sensazione di essere soli. Mancano le regole della convivenza civile».
Parole che si ripetono da un capo all’altro della città. Don Carlo Luoni, della parrocchia di sant’Elena, in via Novara, racconta che quando il Comune ha deciso di dare un’ex scuola alla cooperativa “Farsi Prossimo” per ospitare i profughi siriani, «ci sono stati mugugni, malumori. Non che si sia verificato mai qualsiasi incidente, non ci sono stati problemi, a dire il vero. Ma lo stesso la gente si sente insicura, perché magari vive una difficoltà economica e quindi è piena di preoccupazioni».
E non è che la musica cambi, se si sente un laico che si occupa di disperati, come Mario Furlan, capo dei City Angels: «Secondo me non è razzismo, a parte qualche eccezione patologica. Piuttosto la paura mi sembra che nasca dall’ignoranza, è timore di una cosa che non si conosce, che appare strana. E poi adesso che c’è la crisi, l’immigrato viene visto come quello che ti ruba il lavoro. Oggi i nostri disoccupati sono disposti a fare anche mestieri umili e quindi sentono la concorrenza». Furlan dice che quando parla con i cittadini per strada capisce che a spaventare sono «soprattutto gli immigrati che vengono dai Paesi musulmani. Non sono i cinesi e i filippini a mettere ansia, ma gli islamici, i nordafricani, perché la gente vede le immagini dei tagliagole dell’Is e pensa di essere in pericolo anche qui».
Finisce così che chi vive in trincea cercando di aiutare i poveri delle periferie, viene preso di mira «come se fossimo noi a creare i problemi, invece che cercare soluzioni», per dirla con Luciano Gualzetti, vicedirettore Caritas, che giovedì andrà a Greco a cercare di tranquillizzare gli abitanti del quartiere, che non vogliono la nuova mensa a cinque stelle progettata per Expo, imbrattata ieri con vernice verde: «C’è la preoccupazione di perdere quello che si ha, ci sono tensioni nelle famiglie per i debiti, per la perdita del lavoro. E si cerca il capro espiatorio. Chi meglio dello straniero, del profugo, del clochard? Io credo che si possa superare questo momento solo creando un’alleanza fra il mondo della cura e quello dei bisogni, per evitare che qualche politico speculi sull’allarme. Ma certo, è come scalare una montagna».
Le proteste ci sono in tutti i quartieri, qualunque sia l’opera caritativa che viene allestita, laica o religiosa, per stranieri o per senza tetto. Padre Clemente Moriggi, presidente della Fondazione Fratelli San Francesco, con i suoi sandali e il saio marrone, è un veterano dei confronti con i comitati dei cittadini che non vogliono i poveri sotto casa. Ha cominciato quando stava in pieno centro, in piazza Sant’Angelo, ma continua anche ora che il Comune lo ha spedito nella periferia sud di via Saponaro e via Calvino, dove in dormitori e mense accoglie senzatetto, profughi, immigrati, minori stranieri non accompagnati: «C’è gente che ci accetta e ci aiuta, ma c’è anche chi non ci vuole. Ci sono persone terrorizzate, prevenute, anche se benestanti. Ci danno l’elemosina ma si lamentano dicendo che gli immigrati sono troppi. Le ondate di profughi quest’anno hanno creato inquietudine, per non dire delle decapitazioni dell’Is. Mi ha appena telefonato un signore e mi ha coperto di insulti solo perché i nostri ragazzini stranieri stanno al giardinetto davanti al dormitorio». Che fare? Padre Clemente ha la sua ricetta: «Io cerco di fare ragionare le persone, le invitiamo a venire a vedere da vicino i nostri ospiti. La conoscenza elimina la paura, il pregiudizio. Capire il dramma di questi immigrati può essere utile. Fra l’altro parlare con i profughi, insegna che sono loro i primi a volersene andare da Milano».
“il don angelo” vuole stupirci
http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Scola-mette-asta-105-rega.aspx?utm_content=buffer3d01a&utm_medium=social&utm_source=facebook.com&utm_campaign=buffer
L’idea è stata del cardinale Tettamanzi. Scola è costretto a continuare la tradizione.
beh ! c’è anche da dire che la chiesetta in oro con i rubini è veramente brutta, la venderei anch’io
tutti parlano, tutti commentano, ma nessuno non prende iniziativa per fare qualcosa. Per me è molto meglio agire, piaccia o non piaccia piuttosto che fare niente.
L’italia puo’ sostenere in base alle proprie risorse sia economiche che materiali un numero finito di individui purtroppo non c’e’ posto x tutti gli immigrati.Quando perdono reddito x sopravvivere al fine di garantire la pace sociale si deve rmandarli nei loro paesi di origine,in attesa di tempi piu’ floridi x tutti non penso che cio’ sia egoismo ma semplice stato oggettivo.L’immigrato e’ frustato perche’ vede gente che sfoggia il lusso,di fatto alcuni italiani sono ricchi e possono permettersi molto,ma la maggior parte ormai di fronte alla crisi perde potere di acquisto e si arriva male a fine mese.La tensione sociale di disuguaglianza e iniquita’ spinge nel tempo l’immigrato e non solo a reagire male nella societa’.L’integrazione non e’ facile se mancano le risorse si rischia la guerra tra i poveri,ed oggi e’ difficile cercare di arginarla a fronte di un futuro incerto dei giovani italiani.
Cio’ che scrivi e’ giusto e ragionevole. Preparati a farti dare del razzista.
Abituati a leggere e/o studiare (qualcuno sicuramente c’è riuscito) la storia come una sequela di conflitti più o meno importanti tra sovrani di piccoli stati che adesso forse neanche esistono più, inframmezzati da brevi periodi di tregua, pomposamente chiamati pace, siamo stati colti di sorpresa dalle due laceranti guerre del secolo scorso che, probabilmente, hanno segnato un punto di non ritorno. La vecchia Europa e la sua ex colonia di oltre oceano, che nel breve volgere di poche centinaia d’anni l’ha spodestata nella graduatoria dei paesi economicamente più evoluti, non sono più il centro del mondo e, in virtù del progresso tecnologico che ci ha avvicinato a paesi lontanissimi, riusciamo a sapere in tempo reale tutto quello che accade, anche se i filtri dei canali d’informazione ufficiali cercano in tutti i modi di far trapelare solo ciò che è ritenuto più opportuno. E così, mentre siamo ancora presi dalle nostre beghe interne, nel tentativo di proteggere dai vicini il nostro piccolo orticello, il resto del mondo ci investe come un violentissimo tsunami, rovesciandoci addosso tutti gli enormi problemi e le orribili tragedie che lo affliggono (di cui probabilmente in gran parte è responsabile proprio l’evoluto occidente), oltre a una massa incontenibile di profughi senza più patria, che cercano disperatamente rifugio in paesi più fortunati. Anche se, spesso, non si rendono conto di esserlo. Dobbiamo ammetterlo, siamo stati colti impreparati, perché eravamo convinti di essere indenni da qualsiasi contagio e ci sentivamo sicuri di poter continuare all’infinito a dedicarci alle nostre tranquille abitudini e al tran-tran quotidiano, nonostante una scontentezza ed un malessere di fondo, tipico di chi ha troppo e non sa accontentarsi. La situazione già grave di per sé, tende a peggiorare ancor più a causa della cronica mancanza di attenzione verso regole fondamentali di igiene e di rispetto per l’ambiente che sembrano resistere alle campagne di sensibilizzazione degli organismi più avveduti ed intraprendenti. In tutto ciò il mondo della politica e della diplomazia, ingabbiato nel suo modo minimale di affrontare e “risolvere” le cose, attraverso compromessi e rattoppi spesso inadeguati e rimandando a “tempi migliori” l’attuazione di piani di intervento radicali e articolati, non riesce a scrollarsi di dosso le proprie abitudini e compiere quel cambio di passo che sarebbe necessario. E l’apparato ecclesiastico dal canto suo, salvo rare straordinarie eccezioni, continua a distribuire a piene manie belle parole di incoraggiamento ed esortazione, ricordando sempre però l’importanza della virtù della rassegnazione e dell’ubbidienza.
I temi trattati e l’intervento di Scola consentono alcune riflessioni, da suddividere tra il tema della immigrazione in quanto tale ed il come viene trattato da molti, sopratutto in chiave cattolica e cristiana.
Sotto questo secondo aspetto, l’intervento di Scola, per certi versi, non si discosta dal riferimento all’accoglienza ed alla conoscenza, al confronto, che sono tipici di certa tradizione, per la verità non solo cristiana e cattolica.
Le parole del cardinale presentano in questa occasione, peraltro, un messaggio che si discosta dal suo tipico ermetismo espressivo.
Sarà stata l’occasione….
Purtroppo, devo anch’io dire che queste parole pur rappresentando nobili ideali e sicuramente un invito, in primis, ai cristiani, rimangono tali, se non sono accompagnate da concrete indicazioni su cosa fare operativamente, in quanto non credo basti il riferimento alle beatitudini o financo a visioni escatologiche, per arrivare ad una soluzione dei problemi.
Certo, gran parte delle beatitudini propongono una visione di ideale felice, ma nel regno dei cieli, per chi ci crede, non per questo mondo.
E qui veniamo al tema di fondo: come affrontare la questione?
Io sarò anche ripetitivo, ma….
Parto dalla considerazione che uno stato, un paese, è una grande infrastruttura, e se non tutti, i principali problemi anche e sopratutto di questo periodo, hanno un denominatore comune, la mancanza di soldi.
Come ho detto in altri interventi, se si stampasse denaro, poi utilizzato per varie opere, intanto si smentirebbe la tesi inflazionistica sul creare moneta, in quanto aumenterebbe si la massa monetaria, ma al tempo stesso si incrementerebbe il pil, quindi a parità di aumento del denaro in circolazione, aumenterebbe il controvalore di tale denaro, e quindi niente problema inflazione.
Il discorso è complesso e qui ho sintetizzato un punto fondamentale.
Con questo denaro, non solo si potrebbe iniziare ad affrontare il debito pubblico, ma realizzare appunto una serie di opere che risolvono.
Con il denaro gli stessi enti pubblici potrebbero assumere personale da immettere in opere varie, compresi istituti di accoglienza e qualificazione professionale.
Gli stranieri che vengono da noi, extracomunitari o meno, potrebbero essere adibiti ad una serie di lavori, professionalmente preparati dagli enti di cui sopra e, almeno provvisoriamente, accolti come si deve.
Poi gli enti, se proprio non sanno quali lavori dare, ne facciano vigili urbani e guardie cittadine.
In questo modo non solo l’extracomunitario sarebbe degno di una vita civile, con un suo stipendio, ma passerebbe dalla parte delle istituzioni, nel senso di integrarlo in esse.
Se poi uno decidesse di scegliere altra strada, cioè non voler fare i corsi di lingua, e poi i successivi, allora quello potrebbe essere rimandato al suo paese.
Intanto che seguono i corsi si dia un minimo di retribuzione, poi seguirebbe l’integrazione culturale e lavorativa.
Perchè non si fa?
Perchè non si stampano soldi, e quelli che ci sono non bastano.
Ancora una volta.
Con i soldi creati, si potrebbero poi realizzare condizioni migliori negli stessi paesi di provenienza, per cui anche i paesi di provenienza sarebbero migliorati e consentirebbero, almeno in parte, a molti di stare lì.
Io infatti non propongo di abbandonare l’euro, ma di riformare i trattati economici che ne sono alla base, che ora vietano di stampare.
Attenzione: non dico di stampare alla vecchia maniera, cioè emettendo titoli del debito da far acquistare alle banche centrali, ma di stampare certi quantitativi programmati di denaro, di spettanza immediata dello stato, in funzione di determinati obiettivi economici.
Comunque, pur stampando alla vecchia maniera, e questo non lo condivido, pare che negli USA la massa monetaria creata stia facendo superare a quel paese la recessione, la cosa potrebbe funzionare anche da noi, ed anche per fini, come quelli di cui sopra, che normalmente non vengono associati a certe politiche monetarie.
Ovviamente, tutto questo nulla ha a che fare con i programmi della BCE, per cui, si, Draghi stamperà denaro…ma per darlo alle banche.
La volta precedente che questo è successo, le banche hanno incamerato il denaro prestato da Draghi e se lo sono investito in titoli di stato.
Non è la partita di giro che prevedo io, in quanto penso che il nuovo denaro andrebbe finalizzato a creare opere sociali ed economiche.
Risolverebbe anche il problema della nostra crisi.
Lo stato che stampa denaro, ad esempio, può giuridicamente farne oggetto di prestiti cosiddetti a fondo perduto, cioè in pratica denaro da non restituire, a favore di imprese che assumono.
Quindi l’impresa è interessata a questo denaro ed invitata a creare occupazione.
Sia perchè investe senza dover restituire il capitale in effetti donato, sia perchè abbattendo certi costi, deve comunque assumere, per avere il capitale.
Quanto dico non è una mia fantasia, ma quello che si era fatto in passato in molti casi, e l’economia cresceva, ed ora perchè non si fa?
Perchè i trattati UE lo vietano.