Omelie 2021 di don Giorgio: DOPO L’OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE

3 gennaio 2021: DOPO L’OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE
Sir 24,1-16b; Rm 8,3b-9a; Lc 4,14-22
I tre brani della Messa
Nel primo brano il Siracide parla della Sapienza, che si auto-elogia come una divinità femminile, nel secondo brano l’apostolo Paolo più volte contrappone senza mezzi termini ciò che è carnale a ciò che è spirituale, infine nel terzo brano l’evangelista Luca presenta Gesù che nella sinagoga di Nazaret legge un passo di Isaia, applicando poi alla sua persona la profezia della effusione dello Spirito santo sul futuro Messia.
La profezia di Isaia
Chiariamo subito il brano del Vangelo. La profezia di Isaia viene fatta propria da Gesù, che rivela così, con chiarezza, evitando ogni equivoco, la sua vera missione messianica, che si svolge sotto le ali dello Spirito, la cui realtà ha un unico nome: liberazione. Se è Spirito di libertà non può che essere Libertà, il cui agire è liberazione. Liberazione da che cosa? Dalla schiavitù della carne, direbbe san Paolo.
Cristo non è venuto per liberare la carne dalle sue schiavitù, come se bastasse purificare la carne. San Paolo poi chiarirà dicendo che c’è una contrapposizione tra la carne e lo spirito. La missione di Gesù è stata quella di liberare lo spirito dalla carne, ovvero di far riemergere il mondo dello spirito sepolto dal mondo carnale.
Il Figlio di Dio si è fatto carne per liberare l’essere dal corpo. Gli antichi filosofi greci, e non solo, ritenevano il corpo come la prigione dell’anima o spirito. Senza cadere in estremismi del tutto pessimistici, non si può negare la verità, ovvero che siamo prigionieri di un corpo che talora ci reprime nel nostro mondo interiore.
In Gesù di Nazaret c’è qualcosa di paradossale: come uomo, come corpo (o carne), ha dovuto anch’egli subire tutti i limiti dell’essere uomo, dell’essere corpo (o carne), insegnando con una parola carnale e compiendo gesti carnali, e la gente non capiva e fraintendeva, così gli stessi discepoli, e le autorità religiose reagivano in malo modo, tanto da condannarlo a morte sulla croce. E proprio sulla Croce si compì il miracolo: il corpo di Cristo ha lasciato il posto al dono dello Spirito.
E sarà lo Spirito del Cristo risorto a realizzare la profezia di Isaia: non si tratta di una liberazione del tipo carnale, ma di una liberazione del tipo spirituale o mistico. Rileggendo i Vangeli, messi per iscritto dopo anni e anni dalla Risurrezione, non sono più da intendere come un susseguirsi di fatti e di parole del Cristo storico, ma del Cristo risorto.
Notate le parole di Gesù che, dopo aver letto il brano di Isaia, dice: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Noi sappiamo il senso profondo dell’oggi o dell’ora che troviamo nei Vangeli. Un oggi e un’ora senza tempo, perché richiamano l’Eterno presente. Nell’oggi e nell’ora avviene la liberazione spirituale, ma non è nel tempo come cronologia. In greco c’è il tempo come “cronos”, come il susseguirsi degli istanti, dei minuti, delle ore, ecc. e il tempo come “kairòs”, il tempo della grazia divina, che è al di là del tempo, perché è l’Eterno presente.
Anche alla Samaritana Gesù dirà: “Viene l’Ora, ed è questa…”. Oggi, non domani, oggi come l’Eterno divino.
Auto-elogio della Sapienza
Vorrei ora soffermarmi sul primo brano della Messa. Ogni volta che lo leggo rimango affascinato dalla bellezza delle immagini che sembrano così azzardate da lasciarmi trasportare, senza distinguere troppo tra la fantasia e la realtà, verso un Mistero, quello divino, che resterà sempre un Mistero, qualcosa di nascosto dall’eternità, ma che appare nel mondo proprio nella Donna di nome Sapienza.
Secondo le tradizioni d’Israele, elaborate soprattutto dopo l’esilio di Babilonia (terminato nel 538 a.C. con l’editto del persiano Ciro il Grande), la Sapienza è il pensiero di Dio, il suo disegno, il suo progetto, la sua volontà. Dall’eternità questo disegno era racchiuso (per così dire) nella mente stessa di Dio. Era un “mistero”, ossia una realtà nascosta (il verbo greco “myo”, da cui “mysterion”, vuol dire “racchiudere”, “celare”; da notare che anche la parola mistica deriva dal verbo “myo”, ovvero “io racchiudo”, “io nascondo”).
Ma poi il disegno è diventato “sapienza”, vale a dire una cosa aperta, manifesta, chiara (l’aggettivo greco “saphes”, dal quale deriva il sostantivo ”sophia”, sapienza, significa appunto “terso”, ”chiaro”, “genuino”, “evidente”).
In effetti il progetto di Dio si è rivelato palesemente, quando Egli ha creato l’universo. La creazione tutta quanta, con la varietà degli elementi che la adornano, e la storia umana, segnatamente quella d’Israele, sono il libro aperto in cui si può leggere la sapienza di Dio.
E a proposito del popolo eletto, dobbiamo chiarire una cosa. Il Siracide scrive: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele». Sembra quasi che la Sapienza abbia messo la sua dimora solo nel popolo d’Israele e si sia incarnata nella Torah.
Ci penserà Giovanni nel Prologo del quarto Vangelo a chiarire le cose. L’evangelista non parla di Sapienza, ma usa il termine Logos, che indica sempre il disegno di Dio sul mondo, un piano che non mira solo alla bellezza armonica del creato, ma anche alla salvezza degli uomini dalle tenebre, che nel mondo li circondano.
Anche qui chiarezza: la Natura di per sé non ha bisogno di salvezza, ma di essere protetta dagli esseri umani, i quali sì che hanno bisogno di essere salvati dal loro ego, che è quell’”amor sui”, o amore di appropriazione o di conquista, riducendo la Natura a oggetto di sfruttamento.
Anche Giovanni usa la stessa espressione “porre o fissare la tenda” (”E il Verbo, Logos, si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi”, che viene tradotto così: “venne ad abitare in mezzo a noi”). Non si tratta dunque solo del popolo eletto, Israele, ma dell’umanità per la quale Cristo si è incarnato. Ma attenzione: l’errore del popolo ebraico di credersi l’unico privilegiato di possedere la Sapienza divina è stato poi ripetuto dalla Chiesa. Quando si confondono i mezzi con i fini!
Possiamo dire che il Figlio di Dio, il Logos, la Sapienza ha messo la sua dimora nell’Universo, da quando l’ha creato, e che pone la sua dimora nel nostro essere interiore.
Dentro di noi c’è la dimora di Dio Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
Già la parola “tenda” indica leggerezza a differenza della parola casa o abitazione in muratura. Dio non mette la sua tenda tra le strutture, e tanto meno tra quelle religiose.

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