Fuga dalle baraccopoli. “Anche noi Rom desideriamo una casa”

da www.huffingtonpost.it
02 Settembre 2025

Fuga dalle baraccopoli.

“Anche noi Rom desideriamo una casa”

di Silvia Renda
Reportage da via di Salone, periferia est di Roma. Andrea, Desideria e la piccola Amelia vanno in un appartamento, e certo non rimpiangono la baraccopoli dove vivono ancora i loro parenti, tra topi, scarafaggi e rifiuti. Oggi solo 10mila Rom, il 6% del totale, vivono ancora nei campi
Per la piccola Amelia lo scivolo è senza dubbio l’oggetto più prestigioso nella sua stanza dei giochi. Sale i due scalini che la portano già in cima, e scivola ancora e ancora una volta, pavoneggiandosi per quella destrezza, in un’instancabile ripetitività che accomuna i bambini di tre anni come lei. Oggi sfreccia giù disinvolta; prima di compiere nove mesi non aveva invece ancora cominciato a gattonare. Nel container ampio circa sei metri per tre dove ha abitato sin dalla nascita, insieme a lei vivevano altri otto membri della famiglia, i genitori e i fratelli della madre. Sul pavimento spesso si rincorrevano topi e scarafaggi. Desideria, la mamma di Amelia, non osava lasciarla libera.
Del campo rom di via di Salone, nella periferia orientale di Roma, Amelia probabilmente non conserverà ricordo. Saranno i genitori a raccontarle che quello è il posto dove ha trascorso i suoi primi mesi di vita. Un giorno le insegneranno anche a parlare il romanì, ma ora è più importante concentrarsi sull’apprendimento dell’italiano, per integrarsi meglio a scuola. Ne frequenterà una nel quartiere Centocelle, dove la sua famiglia ha da poco preso una casa in affitto. Una casa vera, con le mura, l’acqua corrente, l’elettricità. Persino la stanza dei giochi. Non un container rattoppato alla bell’e meglio con scotch e pezzi di legno.
Il padre Andrea ha invece ottima memoria della vita nel campo rom. Ha passato qui buona parte dei suoi ventotto anni di vita, ma il suo ultimo ricordo non è di quelli che suscitano nostalgia. Un rogo, uno dei tanti, era scoppiato nei pressi del campo e i fumi avevano occupato lo spazio circostante. Aveva dovuto serrare ogni spiraglio del container che ospitava la sua famiglia con stracci bagnati di acqua: tentativo inefficace di filtrare l’aria tossica che si ficcava nei loro polmoni.
Il tanfo dell’immondizia è il benvenuto che il campo rom di via del Salone dà a chiunque si avvicini da quelle parti. E la puzza dei roghi è un ingrediente a cui spesso si mescola. È facile che scoppino dei piccoli incendi anche a causa dei cavi elettrici distesi per le strade, tra i rivoli di acqua che scorrono dalle abitazioni. Le lamiere dei tetti sono pericolanti, dissestate da chissà quali temporali, da chissà quale colpo di vento, da chissà quanto tempo. Perché ora è estate, e nei container estate significa un caldo senza sconti. Poi arriverà l’inverno, e il problema sarà affrontare il gelo. Non ci sono mura spesse a mitigare la rigidità del clima, i topi rosicchiano anche i cavi delle stufette, e allora per sopportare il freddo devi inventarti qualcos’altro.
“Ma cosa ci fate ancora qui? Perché non andate via?”: Desideria lo chiede ai fratelli rimasti ancora a vivere a via di Salone col tono con cui si pongono domande per le quali non si attendono risposte. Suona come un interrogativo, ha l’intento di essere un’affermazione: andate via da qui. Con la mano copre naso e bocca quando torna a trovarli nel luogo che per anni è stata casa sua, il fetore le provoca nausea. “Ma come fanno a non sentirlo?”, eppure anche lei non lo sentiva più, assuefatta. L’immondizia, i topi, gli scarafaggi, una vita senza una fetta di spazio per sé, senza una prospettiva. Il campo rom non le manca, e a nessuno, è certa, potrebbe mancare: “Tutti vorrebbero andare via da qui. Se non lo fanno, è perché non possono o hanno paura”.
In Italia sul censimento dei rom e sinti non si è stati ancora in grado di elaborare stime precise. Se ci atteniamo ai numeri forniti dal Consiglio d’Europa, sul territorio se ne muovono in totale circa 180mila. Solo il 6% di loro ancora vive nei campi. Nel 2010 erano 40mila le persone concentrate al loro interno, oggi ne restano poco più di 10mila. Sono numeri che segnalano un trend: il superamento delle baraccopoli è desiderato da chi le abita e le stesse amministrazioni comunali stanno riconoscendo l’importanza di creare un’alternativa a una realtà ghettizzante. I dati citati sono stati raccolti dall’Associazione 21 luglio – che si occupa dei diritti di rom e sinti – la Onlus a cui il VI municipio di Roma si è rivolta per un progressivo superamento della realtà di via del Salone. L’insediamento era nato come “villaggio della solidarietà” nel 2006 per l’accoglienza iniziale di 600 cittadini originari dell’ex Jugoslavia e delle Romania. Oggi sono rimasti a vivere qui un centinaio di persone, e l’obiettivo è di portare la cifra a zero entro dicembre 2026.
Un malinteso comune è credere che ai rom vivere nei campi piaccia, così come un malinteso è identificarli come un popolo nomade. Il fenomeno dei campi rom affonda le sue radici nei primi flussi migratori degli anni Settanta, quando piccoli gruppi provenienti dalla Repubblica Jugoslava arrivarono in Italia in cerca di alternative alla grave crisi economica che colpiva il loro Paese. Le amministrazioni locali interpretarono tali spostamenti non come migrazioni forzate, ma come espressioni di un nomadismo volontario legato a tradizioni culturali differenti. Da questa visione nacquero politiche dedicate e la creazione di insediamenti specifici, pensati per riflettere tale presunta peculiarità.
Dal centro città, dalle scuole, da possibili impieghi, i campi rom sono lontani un mondo. Sorgono distanti dal tessuto urbano, dove i mezzi pubblici spesso non passano o magari saltano le corse o magari chiudono. Andrea ci racconta che quest’estate molti suoi amici di via del Salone hanno lasciato il lavoro perché non sapevano come spostarsi. La stazione del treno più vicina ha chiuso per via dei continui atti vandalici registrati nella struttura, così prossima al campo rom: la colpa è di alcuni, forse anche di tanti, la punizione di sicuro è per tutti.
La vita del campo è una vita in cui sei rassegnato a sentirti escluso, a sentire una cittadinanza amputata, ci dice Carlo Stasolla, fondatore e presidente dell’Associazione 21 luglio. Sei lontano dal tessuto urbano, sei isolato. Il campo, ancora prima di essere uno spazio fisico, è uno spazio mentale, sia per la città sia per chi lo abita, è un buco nero dove vive lo scarto umano. Gli abitanti del campo sentono questo stigma, lo fanno proprio, l’autostima è bassa. Questo tante volte blocca i processi di inclusione e li rende difficili. Solo per il fatto di viverci, sei già condannato a un certo destino: è difficile trovare un lavoro se la tua residenza è a via del Salone, i datori non si fidano. Così vivono qui giovani che sono nati nei campi e non conoscono altre vite: fai il lavoro di tuo padre, che ha fatto il lavoro di tuo nonno, che ha fatto il lavoro di tuo bisnonno. E tuo figlio probabilmente farà il tuo stesso lavoro, la tua stessa vita. Congelati.

Superare i campi, la scuola: una vita migliore

La catena per Amelia si è spezzata. “Avrà una vita migliore della mia, ora che ha una casa fuori dal campo”, la mamma Desideria ne è convinta, “Non penserà che il suo scopo sia trovare un marito, andrà a scuola”.
Scuola: sono i primi di settembre e a via del Salone non si parla d’altro. “Federì, a che sezione andrà Gioia?”, “Ma Belen quando ricomincia le lezioni?”: le urla rimbalzano da un container all’altro e sono rivolte agli operatori dell’Associazione 21 luglio. ‘Ogni parola che non sai oggi è un calcio in culo che prenderai domani”, la schietta sintesi, presa in prestito da don Luciano Milani, campeggia sul container numero 73, quello in cui la Onlus ha adibito un doposcuola per i più piccoli. Studiare, lo ha inteso bene chi cresce bambini qua dentro, è l’unico modo per permettere a quei figli un giorno di uscire da una realtà che ha i confini disegnati da una distesa di immondizia.
Dal 2018, l’Associazione 21 luglio collabora con diverse amministrazioni comunali offrendo servizi di consulenza per supportare azioni volte al superamento delle baraccopoli istituzionali. Nel 2021 l’organizzazione ha messo a punto un modello denominato MA.REA. (MAppare e REAlizzare comunità) che si pone in esplicita discontinuità con il passato degli sgomberi, per ancorarsi a due pilastri: l’abbandono di un approccio etnico e l’adozione di un modello integrato partecipativo. L’operazione è strutturata in sei fasi: si parte con una mappatura di circa tre mesi che raccoglie dati dettagliati su persone, minori, documenti, salute, lavoro e aspirazioni. Segue la creazione di un gruppo di azione locale che coinvolge leader del campo e stakeholder istituzionali e sociali, con l’obiettivo di redigere un piano condiviso, alla ricerca di case, istituti scolastici, parrocchie, centri per l’impiego. La terza fase consiste nell’elaborare un piano sostenibile e monitorabile, la quarta nella sua realizzazione. Parallelamente si sviluppa una campagna comunicativa e, infine, si procede al monitoraggio e alla valutazione d’impatto.

Il campo si supera con l’inclusione, non con l’azione di forza

Nel biennio 2025-2026 saranno diversi gli insediamenti rom autorizzati in Italia per i quali è previsto il superamento: 2950 persone troveranno casa. La baraccopoli di via di Salone verrà chiusa, e i campi rom autorizzati nella Capitale resteranno quattro. Erano 17 nel 2010, sul territorio nazionale se ne contavano invece 250, oggi sono 106. “Il campo si supera con l’inclusione, non con l’azione di forza, ogni azione di forza è sempre un fallimento, un fallimento di chi la fa”, dice Stasolla dell’Associazione 21 luglio, “Abbiamo condotto degli studi nel merito: gli sgomberi generano traumi permanenti, soprattutto nei minori”.
Lo sgombero significa solo andate via, senza preoccuparsi della questione andate dove e andate come. Non si tratta solo di tutelare la dignità umana, non è utile alla città alimentare un sentimento di esclusione nei rom, negando prospettive di sopravvivenza che non passino da elemosina e delinquenza. Se ne sono rese conto anche le amministrazioni comunali: l’Associazione 21 luglio ha interlocutori di ogni colore politico, che si appellano a loro per cercare di guardare oltre i campi. Desideria e la sua famiglia hanno potuto prendere una casa in affitto grazie anche allo stipendio che il compagno Andrea guadagna lavorando per la Onlus. Per la maggior parte si tratta invece di entrare nelle liste di accesso alle case popolari.
È vero, una percentuale irrisoria di rom è diffidente all’idea di lasciare il suo container. Come diceva Stasolla, il campo è prima di tutto uno spazio mentale. Sai cosa c’è qui, non sai cosa c’è fuori e anche i pregiudizi possono suscitare paura. Ma la quasi totalità di loro è disposta ad affrontare il rischio. Al campo di via del Salone si discute di quella possibilità, che per tanti è una speranza: “Se mi dicono che c’è una casa disponibile, vado via da qui senza neanche sistemare le valigie”. Ribatte un altro di loro: “Io non ci metterei dentro neanche una camicia, altrimenti gli scarafaggi si trasferirebbero con me”.

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