
da www.huffingtonpost.it
25 Ottobre 2026
Marcello Flores:
“I carri armati a Budapest misero in crisi il Pci.
La sinistra pro-Putin non disdegna Stalin”
di Federica Fantozzi
Lo storico e saggista commenta con l’HuffPost il 70esimo anniversario della rivoluzione ungherese: “Fu la dimostrazione più significativa della crisi del sistema comunista. Togliatti e Ingrao trattarono da fascisti studenti e operai che si erano ribellati a Mosca. Oggi la logica di Putin è stracciare gli accordi fatti dopo il collasso dell’Urss. E la sinistra che lo giustifica non ha giudizi così negatii né dell’Urss né di Stalin”
Marcello Flores, saggista, già professore all’Università di Siena, è uno dei principali storici italiani. Il suo ultimo libro – scritto con Emanuela Fronza per Editori Laterza – si intitola Caos. La giustizia internazionale sotto attacco. Con HuffPost commenta l’anniversario dei 70 anni dall’invasione sovietica in Ungheria.
Professore, l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss – di cui ricorre il 70esimo anniversario in questi giorni – è stata un buco nella Cortina di Ferro o la prima fiammata della Guerra Fredda?
È stata forse la dimostrazione più importante e significativa della crisi del sistema comunista che si era allargato con l’Armata Rossa dalla Russia a mezza Europa. Imponendosi con una serie di regimi che nella storia di quei Paesi non avevano un punto di riferimento ed erano diventati una forma di sudditanza allo straniero, non paragonabile a quella al nazismo ma egualmente una forma di sottomissione che non tutti volevano accettare.
Come fu vissuta in Italia l’invasione? Pur appoggiata dal Pci di Palmiro Togliatti, che addirittura solidarizzò con l’impiccagione dell’ex premier ungherese Nagy, causò spaccature e uscite dal partito. La Cgil di Giuseppe di Vittorio inizialmente firmò un documento di solidarietà ai rivoltosi.
Più che un evento divisivo fu un fatto che mise in crisi dirigenze granitiche: Togliatti e Pietro Ingrao, allora direttore dell’Unità, trattarono da fascisti gli studenti, gli operai e i soldati che si erano ribellati ai sovietici. Di Vittorio fu purtroppo una voce isolata. È vero che alcuni politici, di cui il più rappresentativo fu Antonio Giolitti, uscirono dal partito perché consideravano inaccettabile la situazione. Ma il Pci accettò di rischiare di perdere – come avvenne – decine di migliaia di iscritti e centinaia di migliaia di voti pur di rimanere legato in modo ferreo a Mosca. E la sudditanza rimase finché Togliatti fu in vita e oltre, fino alla fine degli anni Settanta.
Usa, Francia, Gran Bretagna, Germania non intervennero e lasciarono sola Budapest. Per non rimettere in discussione la spartizione di Yalta o per timore della Terza Guerra Mondiale?
L’accordo stipulato tra le due grandi superpotenze, che resse anche durante la Guerra Fredda, era che all’interno del proprio campo ognuno faceva quello che voleva. Perciò nessuno è intervenuto. C’era però la propaganda degli Usa con Radio Free Europe che ha illuso molti e creato false speranze nei rivoltosi. Non a caso gli unici famosi a salvarsi furono i giocatori della nazionale di calcio che erano all’estero e vi rimasero, diventando poi in molti stelle del calcio europeo.
Con la scelta di Togliatti finisce anche l’alleanza con il Psi e l’unità delle sinistre. Col senno di poi, la storia della sinistra e del riformismo italiano avrebbe potuto essere diversa?
Immaginare quello che avrebbe potuto essere aiuta a mettere in luce i fatti avvenuti realmente. Se la dirigenza del Pci avesse scelto la stessa strada del Psi sarebbe comunque sopravvissuto un partito comunista ortodosso ma più povero, e il riformismo socialdemocratico avrebbe cambiato il corso della storia.
Giorgio Napolitano poi si pentì e disse: voi eravate dalla parte giusta della storia. Sarebbe stata un’ipotesi realistica?
No, perché il dirigente massimo, cioè Togliatti, era strutturalmente legato a Mosca e Stalin e non riteneva che la democrazia fosse un orizzonte in cui il partito si dovesse muovere. O meglio, lo era tatticamente, ma lui puntava a una sorta di rivoluzione socialista perché considerava il modello sovietico migliore e preferibile. Questo non valeva per tutti: i giovani, come Giorgio Napolitano, erano molto critici ma anche per loro l’unità del partito era la cosa più importante.
Con Giolitti uscirono Loris Fortuna, Enzo Siciliano, Italo Calvino, Alberto Asor Rosa e altri.
Uscirono degli intellettuali, di cui Calvino era il nome più noto, ma erano figure che non pesavano nella logica del partito e Togliatti riuscì in poco tempo a riassorbire le difficoltà. Va detto che molti divennero consapevoli solo dopo della natura del potere sovietico. E il capo dei riformisti di allora, Giorgio Amendola, era il più filo-sovietico di tutti.
Questa scelta rappresenta uno dei motivi per cui in Italia è sempre stato impossibile fare le riforme istituzionali e portare a compimento la transizione democratica?
È il motivo per cui ci sarà un antagonismo molto forte tra i partiti del centrosinistra, perché il Pci riteneva che il Psi avesse tradito. Magari governavano insieme nei Comuni, ma rimaneva la polemica ideologica contro l’arrendevolezza dei socialisti alla Dc. Quello è stato uno dei momenti che hanno reso difficile continuare con la stagione delle riforme che stava iniziando.
Oggi con l’invasione di Kiev da parte di Mosca la storia si ripete? Un po’ peggio perché allora l’Ungheria faceva parte della sfera di influenza sovietica e oggi l’Ucraina è oggetto delle mire di chi vuole ricostruire quella sfera?
La logica di Putin è non solo dimenticare ma stracciare tutti gli accordi internazionali fatti quando l’Urss è collassata e i suoi ex membri sono diventati Paesi indipendenti. L’Ucraina ha restituito le armi atomiche – un terzo di quelle ex sovietiche – con la garanzia e la promessa dell’integrità territoriale e dell’indipendenza. Proprio quello che Putin ha messo in discussione, rompendo anche con la logica delle grandi potenze che non attaccano il Paese vicino. Infatti, quando l’Iraq occupò il Kuwait, Russia e Usa furono concordi nell’inviare forze contro Saddam Hussein. Quella di Putin è stata una rottura epocale avvenuta su diversi piani del diritto internazionale.
Dopo il 1956 è iniziata una faticosa riflessione sul comunismo reale, che 33 anni dopo i fatti di Ungheria ha portato al cambio di nome del Pci. Oggi, 70 anni dopo, si è metabolizzato che il comunismo sovietico è stato un fallimento politico e sociale. Sembrava un patrimonio ideale acquisito: la simpatia a sinistra per Putin implica una rimozione collettiva?
Non solo e non tanto una rimozione perché i tanti che ammirano o giustificano Putin – le due posizioni non coincidono ma poi convergono nelle reazioni – dal punto di vista storico non hanno un giudizio così negativo dell’Urss e nemmeno di Stalin. Non giustificano la violenza ma vedono un Paese che era assediato dal capitalismo e ha avuto 20 milioni di morti durante la II Guerra Mondiale. C’è nella tradizione comunista e dei suoi eredi una scarsa inclinazione alla supremazia della democrazia nei confronti di regimi totalitari. È un aspetto che mi è difficile comprendere, ma è così.
Commenti Recenti