
dal Corriere della Sera
4 gennaio 2026
La lotta al narcotraffico? Una scusa.
Trump non vuole la democrazia,
ma il controllo del Venezuela
(che resterà un narco-Stato)
di Roberto Saviano
L’ex presidente dell’Honduras Hernandez è stato condannato per narcotraffico e poi graziato (da Trump). L’obiettivo degli Usa non è la democrazia. È governare l’esito. I narcos vicini a Maduro verranno eliminati. Non il narco-Stato. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto. Non l’economia criminale del Venezuela
La vera forza politica di Donald Trump non è la brutalità, né il populismo, né l’isolazionismo. È l’incoerenza. La coerenza obbliga la politica a una verifica costante: dei fatti, delle promesse, delle conseguenze. L’incoerenza, al contrario, libera il potere da ogni rendicontazione. Non deve dimostrare nulla, perché non chiede consenso razionale ma fiducia personale. Fiducia nel capo, non nelle istituzioni. Fiducia come atto di fede.
In questo schema non contano la correttezza delle scelte né il raggiungimento degli obiettivi dichiarati. Conta la delega. Una delega in bianco, alimentata da una promessa tanto vaga quanto potente: un generico miglioramento della vita e il ritorno della nazione al centro del mondo. È un potere che non si misura sui risultati, ma sulla capacità di occupare il racconto. È qui che Trump è un fuoriclasse.
Dentro questa logica può permettersi di invocare la lotta al narcotraffico contro il Venezuela e, allo stesso tempo, di graziarne uno dei protagonisti politici più compromessi. Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, è stato riconosciuto colpevole da un tribunale federale statunitense per aver facilitato l’importazione di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti e per aver ricevuto milioni di dollari in tangenti da organizzazioni criminali, incluse reti legate al cartello di El Chapo.
Il 26 giugno 2024 viene condannato a 45 anni di carcere in un penitenziario federale americano. Poco più di un anno dopo, il 1° dicembre 2025, Trump gli concede una grazia completa. Hernández esce dal carcere.
Non è una contraddizione. È il funzionamento stesso del potere trumpiano. Hernández serve perché, in Honduras, può sostenere politiche antimigratorie e tutelare interessi americani direttamente collegati alla presidenza. La lotta alla droga non è un principio, ma una retorica modulabile. La giustizia non è un criterio, ma uno strumento. Ciò che resta costante non è la linea politica, ma la fedeltà al racconto: quello di un capo che decide, assolve, punisce e riscrive le gerarchie del mondo senza dover rendere conto a nessuna coerenza, se non a quella della propria autorità.
Saviano: «L’attacco di Trump in Venezuela è una mossa geopolitica che nulla ha a che fare con la lotta al narcotraffico, che invece ne uscirà rafforzato»
Detto questo, per anni il rapporto tra Nicolás Maduro e il narcotraffico è stato negato dall’estrema sinistra internazionale — dall’Italia alla Spagna, fino all’Argentina — come se ogni accusa fosse solo propaganda imperialista. Eppure le prove non sono mai mancate. Alcune sono strutturali, altre indirette. Ma ce n’è una che, da sola, basterebbe: l’affare dei narcosobrinos.
Nel 2015 vengono arrestati ad Haiti Efraín Antonio Campo Flores e Franqui Francisco Flores de Freitas, nipoti di Cilia Flores, moglie di Maduro. Non figure marginali. Cresciuti dentro il palazzo del potere, protetti, accreditati, convinti di essere intoccabili.
Vengono intercettati mentre organizzano una spedizione di 800 chili di cocaina diretta negli Stati Uniti. Non parlano come piccoli trafficanti. Parlano come funzionari. Promettono accesso a piste militari, coperture istituzionali, protezione politica. Dicono chiaramente che la droga serve a finanziare il potere, a “difendere la rivoluzione”, a mantenere in piedi il regime.
Nel processo, celebrato a New York, non emerge solo un traffico. Emerge un metodo di Stato: l’uso delle infrastrutture venezuelane — aeroporti, forze armate, passaporti diplomatici — come strumenti logistici del narcotraffico. I due vengono condannati nel 2017 a 18 anni di carcere ciascuno. Nel dicembre 2022 Maduro ottiene la loro liberazione nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti: sette cittadini americani in cambio dei nipoti della First Lady. La condanna resta. L’impunità viene ristabilita.
È una storia lunga, strutturale, ricorrente: quella che lega una parte dell’estrema sinistra armata al narcotraffico. Non come deviazione occasionale, ma come scelta strategica, sempre coperta da una giustificazione ideologica: non lo facciamo per arricchirci, lo facciamo per finanziare la rivoluzione. Una formula che ovunque si è rivelata una menzogna funzionale.
Le FARC colombiane hanno finanziato per decenni la propria guerra attraverso la tassazione e poi la gestione diretta della cocaina. Sendero Luminoso ha fatto lo stesso nelle zone di produzione peruviane. L’ELN, pur rivendicando una diversità ideologica, ha gestito traffici di marijuana e sistemi di estorsione con dinamiche analoghe.
Il caso cubano è più opaco ma non meno significativo. Nel 1989 Arnaldo Ochoa Sánchez, generale simbolo della rivoluzione, viene accusato di traffico di droga in collaborazione con reti legate a Pablo Escobar. Si assume pubblicamente ogni responsabilità, scagionando il vertice politico. Viene fucilato dopo un processo televisivo: un sacrificio rituale per salvare il regime eliminando l’uomo che sa troppo.
A confermare che non si tratta di una specificità latinoamericana, ma di un modello politico-criminale, c’è il caso dei Khmer Rossi. Durante e dopo il loro regime genocidario, finanziarono le proprie strutture residue attraverso il traffico di oppio, legname e pietre preziose. Anche qui, il traffico veniva giustificato come necessità rivoluzionaria, mentre serviva a mantenere in vita apparati armati e gerarchie criminali. Il punto comune è sempre lo stesso.
La droga non è mai stata uno strumento temporaneo in attesa della vittoria. È diventata il cuore economico dei movimenti armati. L’ideologia ha funzionato come schermo morale: neutralizzare il dissenso interno, legittimare la violenza, giustificare l’arricchimento dei quadri dirigenti. La rivoluzione non ha mai visto quei soldi.
Li hanno visti i comandanti, le famiglie, gli apparati. E quando la lotta finisce, resta sempre la stessa eredità: non uno Stato giusto, ma una classe dirigente criminalizzata.
Da decenni il potere venezuelano è intrecciato ai cartelli criminali. Non come deviazione, ma come architettura di governo. Le inchieste più autorevoli in particolare quelle di InSight Crime hanno mostrato come il Venezuela non sia un paese produttore di cocaina, bensì uno dei principali snodi logistici del narcotraffico globale.
Al centro di questo sistema c’è il Cartel de los Soles: non un cartello classico, ma una struttura militare-statale che garantisce copertura, impunità e infrastrutture al traffico soprattutto colombiano usando aeroporti, porti, documenti ufficiali e apparati di sicurezza.
Accanto alla dimensione istituzionale emerge una figura chiave: Wilmer Varela, detto Vilmito. Non un semplice narco, ma un broker politico-criminale. Gestisce le spedizioni verso Honduras e Caraibi, coordina le rotte, mantiene rapporti con l’apparato militare e controlla segmenti decisivi del sistema carcerario. È il punto di contatto tra cartelli, Stato e repressione.
Il Venezuela è così diventato un narco-Stato di transito. La droga non infiltra il potere: è il potere che organizza, protegge e monetizza il traffico. La criminalità non sfida lo Stato. Lo utilizza.
Uno dei grandi fallimenti della politica estera di Barack Obama è stato proprio il Venezuela. Non per ingenuità, ma per scelta strategica. Obama comprese che Maduro non sarebbe caduto sotto la pressione di un’opposizione democratica fragile e divisa. E comprese qualcosa di più profondo: che il regime non era più solo autoritario, ma criminalizzato. Questa lettura è stata argomentata con lucidità da Moisés Naím, che ha descritto il Venezuela come uno Stato-mafia.
In uno scenario simile, la caduta del regime può avvenire solo offrendo garanzie di sopravvivenza all’élite al potere. Obama lo sapeva. Ma aprire quel canale avrebbe significato legittimare un narco-regime e sconfessare la retorica democratica americana. Il risultato è stato l’immobilismo. Trump, invece, non ragiona in termini di transizione democratica. Ragiona in termini di controllo. Agisce come un gambler: alza la posta, usa il narcotraffico come clava politica, promette la caduta del regime e raccoglie consenso. Ma l’obiettivo non è la democrazia. È governare l’esito. Un’insurrezione popolare o una transizione elettorale autentica non permetterebbero a Washington di controllare direttamente il nuovo Stato venezuelano. Un cambio di potere gestito dall’alto, invece sì.
Per questo il narcotraffico diventa lo strumento perfetto: delegittima Maduro, giustifica l’intervento, consente una selezione mirata delle élite da sacrificare. Ma nulla indica che questo cambierà la natura del sistema. I narcos vicini a Maduro verranno eliminati. Non il narco-Stato. Al loro posto emergeranno nuovi intermediari, nuovi broker, nuovi nomi — già noti agli apparati di sicurezza e all’intelligence. Cambieranno le facce. Cambierà il racconto. Non l’economia criminale. Forse si starà meglio che sotto Maduro. Ma quanto meglio? La miseria resterà. Il controllo criminale, nella prima fase, aumenterà. La libertà di espressione si allargherà, le vecchie corruzioni petrolifere verranno smantellate e sostituite da altre. E ancora una volta il Venezuela verrà “liberato” senza essere davvero restituito ai suoi cittadini.
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dal Corriere della Sera
Le conseguenze dell’azzardo di Trump
di Federico Rampini | 3 gennaio 2026
Il timore che il nuovo ordine internazionale vada verso «tre imperi e tre autocrati» non è scontato. Sono ancora gli Stati Uniti a dare le carte
La cattura di Maduro è stata un successo sul piano militare che può trasformarsi in un disastro internazionale. Tanto più se Trump vuole davvero assumersi l’onere di un protettorato sul Venezuela, governandolo provvisoriamente da Washington. La tesi è suggestiva. È molto diffusa in Europa. Ucraina, Taiwan, sarebbero le prossime vittime di questo atto di prepotenza.
Affermando in modo brutale che il Venezuela fa parte della sfera d’influenza degli Stati Uniti, che lì possono agire a loro piacimento, Trump ha dato un implicito via libera a Putin e Xi Jinping per fare altrettanto nei rispettivi «cortili di casa». E quindi: io mi prendo il Venezuela, voi fate quel che vi pare con i vostri vicini, Kiev e Taipei non rappresentano interessi vitali per gli Stati Uniti. È una tesi fondata. Ma non è certo che Putin e Xi condividano questa interpretazione.
L’idea che Trump avalli un nuovo ordine internazionale fondato su «tre imperi e tre autocrati», liberi di spadroneggiare calpestando il diritto internazionale e imponendo la logica bruta della forza, piace in Europa perché è così che Trump viene descritto fin dall’inizio. Ci sono però dei fatti che contraddicono questo teorema. Putin e Xi hanno vissuto ieri una sconfitta, simile a quella che avevano subito il 21 giugno 2025 di fronte ai bombardamenti Usa sui siti nucleari dell’Iran. Russia e Cina hanno costruito delle coalizioni internazionali, in funzione antiamericana e antioccidentale, e per la seconda volta in sette mesi si rivelano incapaci di difendere i loro alleati. Teheran non venne protetta né dai russi né dai cinesi nonostante tutte le armi che vende a Mosca e tutto il petrolio che vende a Pechino. Maduro non è stato difeso né dai russi né dai cinesi nonostante l’antico sodalizio con Putin e gli intrecci economici con la Repubblica Popolare. Queste sono prove d’impotenza, che altre nazioni e altre classi dirigenti osservano per trarne delle conseguenze. L’impero cinese, così avanzato nella sua penetrazione in tutto il mondo, è però un impero di serie B se non contrasta questi atti di forza degli Stati Uniti. Tutti i leader del mondo misurano i rapporti di forze, e al momento l’America non appare in declino.
L’operazione «chirurgica» che è stata la cattura di Maduro, Putin sognava di farla con Zelensky nel febbraio 2022. Non ci è riuscito e da quattro anni l’armata russa è impantanata al fronte, perché la resistenza eroica degli ucraini glielo ha impedito, mentre nulla di simile si è visto ieri in Venezuela. Ma gli ucraini possono combattere perché ricevono armi americane e finanziamenti europei. Il sostegno continua sotto Trump. E di recente, grazie alla preziosa intercessione degli europei, Trump sembra essersi convertito a un piano di pace che accoglie molte richieste di Zelensky. In questa conversione un ruolo lo ha svolto il segretario di Stato Marco Rubio, figlio di esuli cubani, che su Maduro è un «falco».
In quanto a Xi Jinping, respingerebbe con sdegno i paragoni tra Venezuela e Taiwan. Giudicherebbe inaccettabile parlare di «sfere d’influenza». Per lui Taiwan è una provincia ribelle, non ha nulla a che vedere con la relazione tra Stati sovrani come Usa e Venezuela. Da anni Xi annuncia che si prenderà l’isola perché è un suo sacrosanto diritto. I cinesi sono attenti alle questioni di principio. Quando organizzano le periodiche simulazioni di attacco all’isola respingono ogni critica come un’interferenza nei loro affari interni. Se l’America di Trump vorrà davvero difendere Taiwan è tutt’altro che certo, come non era sicuro ai tempi di Biden, Obama, Bush. L’unica certezza è che Trump ha appena venduto a Taipei le più importanti forniture militari della storia. E Pechino non l’ha presa bene.
Per valutare i riflessi dell’operazione Maduro sull’ordine internazionale bisogna guardare anche in altre direzioni. In America latina anzitutto. Dove i candidati di destra hanno vinto elezioni recenti in Argentina, Cile, Ecuador: non tanto per un «effetto emulazione» verso Trump, ma perché le stesse cause strutturali che hanno fatto vincere Trump agiscono anche altrove. Emigrazione illegale (tanta dal Venezuela ridotto alla fame da Maduro), narcotraffico, violenza criminale, sono le cause di questo spostamento a destra. Poi bisognerà valutare come il blitz in Venezuela viene recepito dall’elettorato statunitense. Che certo non è rimasto sorpreso da un’operazione lungamente annunciata, e con tanti precedenti storici, ma dalla sua brevità e mancanza di costi. Bush padre, un repubblicano moderato e multilateralista, ci mise molto più tempo e subì gravi perdite umane per catturare il narco-dittatore Noriega a Panama. Trump però imbocca una strada pericolosa, ed estranea all’isolazionismo dei Maga, se davvero si prende il compito «provvisorio» di governare il Venezuela. Questo assomiglia al «nation building» che lui stesso rimproverava a Bush figlio e Obama.
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