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4 di novembre 2026
Byung-Chul Han, sul lavoro:
«La società del XXI secolo produce
depressi e falliti»
Il pensatore sudcoreano sostiene che l’ossessione per il successo abbia trasformato la libertà in una forma di autosfruttamento
Lucía Fernández Moreno
Esiste una forma di esaurimento che non scompare al termine della giornata lavorativa. Persiste quando si spegne il computer, durante il fine settimana e persino durante le vacanze, quando il riposo si trasforma in un’altra occasione per sfruttare al meglio il tempo. La sensazione di non riuscire mai a fare tutto convive con l’obbligo di migliorarsi, imparare e raggiungere nuovi obiettivi. Fermarsi sembra un lusso e non farlo, una prova di impegno.
Il filosofo Byung-Chul Han sostiene che le società del XXI secolo non producano più folli e criminali, come accadeva nel modello disciplinare descritto da Michel Foucault, bensì «depressi e falliti». La differenza, secondo la sua analisi, sta nel fatto che il potere non ha più bisogno di imporre costantemente i propri ordini dall’esterno: è sufficiente che ogni individuo interiorizzi l’esigenza di rendere sempre di più. Così, la promessa di libertà può finire per trasformarsi in un obbligo che non trova mai piena soddisfazione.
Il filosofo della società della stanchezza
Nato a Seul nel 1959, Byung-Chul Han è un filosofo di origine sudcoreana che sviluppa la propria opera in lingua tedesca e si è affermato come una delle voci più autorevoli del pensiero contemporaneo. Giunto in Germania all’età di ventidue anni, inizialmente per studiare metallurgia, abbandonò presto quell’indirizzo per avvicinarsi alla letteratura, alla teologia e alla filosofia. Nel 1994 ha conseguito il dottorato in Filosofia presso l’Università di Friburgo, con una tesi sul pensiero di Martin Heidegger.
Dal 2012 insegna all’Università delle Arti di Berlino. La sua opera affronta temi come la tecnologia, la comunicazione, la politica, la religione e le trasformazioni dell’individuo nelle società contemporanee. In libri come La società della stanchezza, analizza le forme di potere che agiscono sulle persone non soltanto attraverso divieti imposti dall’esterno, ma anche mediante i loro desideri, le loro aspirazioni e le loro aspettative di successo.
Dalla società disciplinare alla società della performance
Per comprendere il pensiero di Han bisogna partire da una trasformazione: il passaggio da una società fondata sull’obbedienza a una che esige un’iniziativa costante. Nel modello disciplinare analizzato da Foucault, le istituzioni imponevano norme e limiti attraverso ordini, divieti e meccanismi di sorveglianza. L’individuo doveva obbedire ed evitare tutto ciò che era proibito.
Nella società della performance, invece, il comando assume una forma apparentemente più benevola. Non prevale più soltanto il «devi», ma il «puoi»: puoi migliorarti, intraprendere nuove iniziative, raggiungere i tuoi obiettivi e diventare la versione migliore di te stesso. Come scrive Han, «i progetti, le iniziative e la motivazione sostituiscono il divieto, il comando e la legge». Il controllo non scompare, ma cambia sede: l’individuo impara a imporsi da solo le proprie esigenze, di propria iniziativa.
Quando la libertà si trasforma in una forma di autosfruttamento
Il paradosso di questa nuova organizzazione sociale è che una persona può sentirsi libera mentre è sottoposta a una pressione costante. In assenza di un’autorità che la costringa direttamente, finisce per convincersi che tutto dipenda dal proprio impegno, dalla capacità di adattamento e dalla volontà di migliorarsi. Se non raggiunge i propri obiettivi, il problema sembra risiedere in lei stessa e non nelle condizioni in cui vive o lavora.
Il filosofo mette in relazione questa dinamica con l’esaurimento che caratterizza le società contemporanee. «L’eccesso di lavoro e di rendimento si intensifica e si trasforma in autosfruttamento», sostiene. L’esigenza di produrre sempre di più non si limita all’ambito lavorativo, ma investe anche il corpo, le relazioni personali e il tempo libero. Bisogna mantenersi attivi, curare la propria immagine, sviluppare competenze e sfruttare ogni opportunità.
Questa pressione permanente aiuta a comprendere il significato di un’altra delle sue affermazioni più incisive: «La società del XXI secolo produce depressi e falliti». Con questa affermazione Han non intende sostenere che tutti i casi di depressione abbiano un’unica causa sociale, ma invita a interrogarsi sul contesto in cui nasce la sofferenza.
In una società in cui persino il tempo libero può trasformarsi in un impegno da portare a termine, fermarsi non è necessariamente un segno di fallimento: può diventare un modo per sottrarsi, anche solo per un istante, all’obbligo di dover dimostrare continuamente di essere capaci di fare tutto.
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