Omelie 2014 di don Giorgio: Domenica dopo l’Ottava del Natale

5 gennaio 2014: Domenica dopo l’Ottava del Natale

Sir 24,1-12; Rm 8,3b-9a; Lc 4,14-22

Sembra che la liturgia in questi giorni natalizi abbia voluto continuamente stimolarci con brani della Sacra Scrittura, che meriterebbero un maggiore approfondimento. Lo so, l’ha scritto anche Papa Francesco, nella sua Esortazione apostolica, Evangelii gaudium, le omelie non devono essere pura esegesi della Parola di Dio, altrimenti dovremmo tenere dei corsi a parte, fuori dalla celebrazione eucaristica, ma neppure devono essere le solite parole, per di più a carattere moralistico, che lasciano indifferente l’assemblea, annoiandola.

Cerco sempre, anche quando ero a Monte, di spiegare il brano o i brani della Messa, incarnando poi la parola di Dio nella realtà dell’oggi. Ma per poterla applicare nella vita reale bisogna prima cogliere l’essenza o la radicalità della parola di Dio.

Anche i brani di questa domenica meriterebbero un’attenzione particolare. Partiamo dal primo, tolto dal libro del Siracide. L’antica versione latina della Bibbia, cosiddetta Vulgata, aveva intitolato questo libro “Ecclesiastico” che, come dice il nome “ecclesiastico”, che deriva da “ecclesia”, ovvero comunità, era molto letto nella comunità cristiana, a causa della vastità dei suoi insegnamenti: una vera e propria sintesi della sapienza ebraica. Il nome Siracide deriva dall’autore del libro, vissuto nel secondo secolo a.C.

Si tratta di un libro sapienziale: non è un libro storico o profetico. La sapienza non è da intendere solo come saggezza, ma ha un ruolo importante, tanto importante da essere identificata con Dio stesso. La Sapienza divina si presenta come mediatrice tra Dio, il creato e l’umanità. Comprendete allora perché la liturgia ha scelto come primo brano una pagina del Siracide, proprio là dove si dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele”». Avete notato: anzitutto, la sapienza parla, dunque è presentata come una persona; inoltre, il Signore invita la sapienza a stabilire la sua dimora privilegiata in Israele (Giacobbe sta per Israele), anzi nella tenda sacra di Sion, cioè nel Tempio di Gerusalemme. “Fissare la tenda in Giacobbe” richiama le parole di Giovanni, nel suo Prologo: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare (letteralmente: pose la sua tenda) in mezzo a noi». Anche il termine Verbo, Logos in greco, richiama la Sapienza personificata. Secondo gli studiosi, il Prologo di Giovanni è stato influenzato dal libro del Siracide.

Due osservazioni. Anzitutto: è vero che il Figlio di Dio si è incarnato come maschio, ma la Scrittura ci presenta la sapienza come una donna. A prendere dimora nel popolo ebraico, addirittura nel Tempio, è la sapienza divina, in quanto donna. A me non piace tirare in fretta delle conclusioni. Basta qualche intuizione, da lasciare sempre aperta, per ulteriori riflessioni. La Bibbia dice più di quanto le facciamo dire. Non è un libro chiuso per sempre. Proprio perché è parola ispirata, lasciamola parlare con quel linguaggio che è tipico dello Spirito santo, che solitamente non scrive su fogli di carta e non incide su delle pietre. Se la Chiesa fosse stata più disponibile all’ascolto dello Spirito, non sarebbe ancora qui a temere la presenza della donna, relegandola a ruoli inferiori a quelli dei maschi. Timori che ho notato anche leggendo l’Esortazione apostolica di Papa Francesco.

Seconda osservazione. Gli esegeti ci fanno notare che l’autore del Siracide, Ben Sirach, identifica esplicitamente la Sapienza creatrice e rivelatrice con “il libro dell’alleanza del Dio altissimo, la legge che Mosè ci ha prescritto”, cioè la Torah, i libri sacri del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio). Occorre però chiarire una cosa. Il significato originario del sostantivo Torah, tradotto in modo riduttivo col termine “legge”, significa in senso proprio “insegnamento”; solo in seguito, l’insegnamento divenuto normativo verrà espresso con il termine parziale “legge”. Ora, che alcuni insegnamenti possano diventare precetti, comandi, leggi, ciò può anche essere accettabile, direi più che normale, a patto però che la legge messa per iscritto o fissata in un codice rispecchi lo spirito dell’insegnamento divino. Non c’è bisogno di dimostrare quanto sia rischioso un simile procedimento: dall’insegnamento alla legge. Ogni legislatore sarà sempre tentato di tradurre l’insegnamento in un codice di leggi conformemente alla struttura della religione. Ciò, comunque, succede in ogni campo, anche in quello educativo e in quello civile.

Lo spirito di Dio non può essere codificato, così la democrazia, la libertà e la giustizia ispirano le leggi civili per una pacifica convivenza sociale (è chiaro che ci vogliono), ma non si identificano con le leggi. Le leggi religiose sono in funzione di Dio, ma non della religione; così le leggi civili sono in funzione della Democrazia, e non dello Stato.

Ora, identificare la Sapienza divina con la Torah, intesa come un codice di leggi è pericoloso, così è pericoloso identificare il mondo divino con la religione come un insieme di dogmi e di leggi morali. Le leggi ci vogliono, ma che siano anzitutto rispettose dello Spirito di libertà, e poi non devono moltiplicarsi oltre misura, perché ciò significherebbe che la Chiesa è composta di immaturi e che lo Stato è composto di cittadini incoscienti. Non siamo degli impediti che hanno bisogno continuamente delle stampelle: dovremmo camminare anche da soli, ma occorre che qualcuno ci educhi a farlo.

Non mi soffermo sul brano di san Paolo: meriterebbe una spiegazione troppo impegnativa. Mi soffermo invece sul brano del Vangelo. L’evangelista Luca pone l’episodio di Nazareth all’inizio dell’attività pubblica di Gesù: il discorso tenuto nella sinagoga assume così il valore di un discorso inaugurale e, per così dire, “programmatico”. Gesù, come al solito, cita i profeti, precisamente un passo di Isaia, i primi due versetti del capitolo 61. Poi conclude: «Oggi si è compiuta questa scrittura che voi avete ascoltato». Anche qui, le cose da dire sarebbero tante. Mi preme ora soffermarmi sulla parola: liberazione.

Per lo più si parla di liberazione dalla schiavitù: nelle parole di Isaia si tratta di una schiavitù anche di tipo politico: liberare i prigionieri e gli oppressi da un certo tiranno. Gesù nel suo ministero pubblico ha parlato soprattutto di una liberazione di tipo più spirituale: liberazione dal peccato. Del resto, anche la schiavitù di tipo politico è frutto di un peccato: il vero peccato è il male che colpisce la dignità dell’essere umano. Ogni peccato ha anche un riflesso sociale: ricade sulla convivenza umana. Pensate all’egoismo, al potere, alla sete di avere.

Ma vorrei chiarire due preposizioni che specificano la parola liberazione: “da” e “per”. Noi solitamente diciamo: liberare da… Certo, è importante liberare qualcuno da una schiavitù. È la premessa. Ma non basta. Bisogna procedere: liberare per…

Se qualcuno mi farà uscire da questa crisi economica che sta facendo impazzire tutti, poi che cosa succederà? Non dobbiamo dire: cominciamo a uscire, poi vedremo. C’è schiavitù, e schiavitù. Possiamo anche sentirci cittadini in uno stato democratico, e poi non ci accorgiamo di cadere sotto altri condizionamenti: quello ad esempio di un consumismo che ci fa perdere l’uso saggio delle cose. Non c’è solo il problema della droga fisica, o altro. C’è una droga che intacca il nostro equilibrio: il non accontentarci mai. Siamo sempre insoddisfatti. Abbiamo una cosa, e ne vogliamo un’altra. Qui forse avremmo bisogno di un po’ di filosofia orientale.

Usciremo dalla crisi? Prima o poi succederà, magari e senza magari per merito di nessuno. Le crisi sono anche fisiologiche di un certo sistema socio-politico e religioso. E il sistema poi le riassorbe, pronto a scatenarne altre. Il cittadino comune non vuole capire che purtroppo succederà sempre così, se non imparerà a ragionare diversamente. Diversamente significa cambiare sistema o stile di vita, significa uscire da un’ottica che mi fa vedere questa esistenza nel suo aspetto più esteriore: occorre fare quel famoso salto di qualità, di cui alcuni parlano, ma da cui la politica sta volentieri lontana.

Non basta, dunque, liberare da, occorre liberare per. Il Vangelo dice: per il regno di Dio. Che cosa significa? Vedete, basterebbe leggere bene la Bibbia, e capiremmo tante cose: scopriremmo soprattutto qual è la soluzione dei nostri problemi. Il regno di Dio di cui parlava Gesù era quel regno di cui parlavano già i profeti. I profeti insistevano nel far capire al popolo eletto che non doveva tradire l’alleanza con Dio. Ma che cos’era l’alleanza? Dio ha creato il mondo con un progetto da realizzare. L’uomo deve collaborare. Se non collabora, il mondo va a rotoli. Gesù si rifà continuamente al disegno originario di Dio. Ecco come intendere il regno di Dio. Cristo, in altre parole, è venuto per riportare l’uomo nella sua dignità originaria. Una dignità, che era stata tradita anzitutto dalla religione, che aveva messo in primo piano la legge, poi la dignità dell’essere umano. Il sabato, ovvero la legge, è al servizio dell’uomo, e non viceversa. Le schiavitù nascono quando si inverte la gerarchia dei valori. C’è sempre di mezzo la legge per giustificare i tradimenti del piano originario di Dio. La legge! La legalità! Ma quale legge, quale legalità? La legge o la legalità a servizio di che cosa? Del potere o di Dio? Del potere o della dignità dell’essere umano?    

Fino a quando non avremo idee chiare sulla gerarchia dei valori, fino a quando lotteremo ma per liberare o liberarci da, ma non ci preoccuperemo anzitutto di liberare o di liberarci per, saremo sempre daccapo. Usciremo da una schiavitù, e ricadremo nelle braccia di un’altra. Usciremo da una crisi, e cascheremo in un’altra.

Sentiamo ancora oggi parlare di liberazione dalla schiavitù del peccato, ma chiediamoci: che cos’è il peccato e che cos’è il regno di Dio, per il quale Cristo è venuto a liberarci?

 

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