Omelie di don Giorgio: DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE

5 aprile 2026: DI PASQUA NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE
At 1,1-8a; 1Cor 15,3-10a; GV 20,11-19
Il Preconio Pasquale (o Exsultet, dalla prima parola in latino, che significa “gioisca”) è l’antico e solenne canto di lode che annuncia (“preconio” significa banditore) la risurrezione di Cristo durante la Veglia Pasquale nella notte del Sabato Santo. Cantato dal diacono alla luce del Cero Pasquale, celebra la vittoria della luce sulle tenebre e riconcilia la storia della salvezza. Possiamo dire che è l’inno di esultanza che apre la “Madre di tutte le sante veglie” (come ha scritto sant’Agostino), proclamando Cristo come luce vera che sconfigge il peccato e la morte. Il Preconio inizia invitando dunque il coro degli angeli e l’assemblea a esultare, prosegue col ringraziamento a Dio per il dono del Figlio e si conclude con la menzione del Cero Pasquale, simbolo della colonna di luce che accompagnava gli Ebrei, liberati dalla schiavitù egiziana verso la terra promessa.
Da notare che il Preconio è ricco di simboli, i principali riguardano il Cero Pasquale, la Croce, le lettere greche Alfa e Omega, l’anno in corso, i cinque grani d’incenso e l’Agnello.
Dunque, il Cero Pasquale: rappresenta Cristo Risorto, “Luce del mondo”, che dissipa le tenebre del peccato e della morte; poi, la Croce, incisa sul cero, ricorda la passione e la vittoria di Gesù; poi Alfa e Omega (la prima e l’ultima lettera dell’alfabeto greco), incise sopra e sotto la croce, indicano che Cristo è il principio e la fine di tutte le cose; poi l’Anno in corso: inciso alle estremità della croce, sigla che Cristo è Signore del tempo e della storia; inoltre, i Cinque Grani d’Incenso: inseriti sulla croce, rappresentano le cinque piaghe gloriose di Gesù (mani, piedi e costato); infine, l’Agnello: Simbolo di Cristo vittorioso, il sacrificio pasquale che porta vita nuova.
Ma qual è il simbolo centrale, attorno a cui ruotano tutti gli altri? È la Luce che sintetizza perfettamente il senso della Pasqua. Grazie a questo momento di crescita spirituale è emerso che da sempre le tenebre, nella simbologia cristiana, hanno rappresentato la condizione dell’uomo che vive l’angoscia, il dubbio, la paura, lo smarrimento, la morte.
Basti pensare a grandi figure di santi e non santi che hanno scritto opere rilevanti in cui parlavano del loro travaglio interiore (tenebre) e attendevano la luce (Cristo) che rischiarasse il loro animo.
La conversione che cos’è allora? Non è forse una Pasqua, ovvero, come dice la parola, un passaggio dalla schiavitù, simbolo di morte, alla libertà, simbolo della vita che scaturisce dalla luce del Risorto? Vorrei ricordare tra numerosi altri, due santi, San Paolo e Sant’Agostino, e un laico, Giovanni Papini.
Possiamo dire che la conversione dell’ebreo Saulo è avvenuta attraverso una illuminazione: sulla via per Damasco, dove andava a perseguitare i cristiani, fu accecato da un bagliore che gli permetterà poi di vedere. Vedere chi o che cosa? Non nulla, come sembrerebbe dire il testo di Luca negli Atti degli Apostoli. Meister Eckhart, il più autorevole rappresentante della Mistica speculativa medievale, dà una sua originale interpretazione del bagliore che ha accecato momentaneamente Paolo. Inn quel momento non ha visto nulla, ma ha visto il Nulla, ovvero Dio, inteso nella sua più pura essenzialità d’Essere. Quasi a dire: bisogna che tu diventi cieco nella tua realtà carnale, se vuoi vedere il Nulla divino, ovvero quel Dio che lo stesso Eckhart chiamava Divinità, per evitare di confonderlo con il dio religioso, chiamato Dio, un ente inventato dalla stessa religione, quindi un idolo, immagine della stessa struttura religiosa. Ci si converte quando la Luce divina ci acceca nei nostri sensi o come credenti in un dio religioso. Sulla via per Damasco Paolo è stato dunque accecato fisicamente tanto da farlo cadere da cavallo per permettergli di vedere la realtà più pura del Mistero divino.
Ricordiamo il famoso e stupendo dipinto di Caravaggio: un fascio luminoso, simbolo della Grazia, squarcia l’oscurità dello sfondo, illuminando intensamente Paolo riverso e il possente cavallo, mettendo in risalto il contrasto tra l’umana fragilità e la potenza divina.
Anche sant’Agostino è rinato con una conversione radicale: prima grande peccatore, grande eretico, poi, qualcuno dice anche per merito delle lacrime della madre Monica e soprattutto per l’incontro con sant’Ambrogio, ha cambiato totalmente la propria esistenza. Agostino descrive la sua conversione non come un semplice atto di volontà, ma come l’intervento salvifico della Grazia divina che squarcia la sua cecità e sordità spirituale. Nel suo famoso libro autobiografico “Le confessioni” Agostino riconosce che il suo vero male stava nell’essere fuori di se stesso, perciò lontano dal Bene Sommo, e chiama “dis-somiglianza da Dio” il suo stato esistenziale. Era su una strada di allontanamento da quell’immagine o somiglianza divina che è in ogni essere umano. Vorrei invitarvi a rileggere la preghiera di Sant’Agostino, nota come “Tardi ti amai”, che è contenuta nel libro X delle “Confessioni”. È una commovente riflessione sul ritardo nel trovare Dio, descritto come una “bellezza tanto antica e tanto nuova”, che risiede dentro l’uomo nonostante questi lo cerchi fuori.
Gustiamola in tutta la sua sincerità e bellezza. Ecco il testo: «Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace».
Infine, una riflessione sulla conversione di un fiorentino, prima al servizio del male o anch’esso, come Agostino, sulla via della dis-similitudinis, e poi per un totale ribaltamento: qui la Grazia ha agito nel silenzio, ma non meno potentemente di quella che ha illuminato Paolo e Agostino. La conversione al cristianesimo di Giovanni Papini (nato a Firenze nel 1881 e qui morto nel 1956), annunciata nel 1921 con la pubblicazione della “Storia di Cristo”, fu una svolta clamorosa e sincera che trasformò il noto intellettuale “iconoclasta”, chiamato la “belva di Firenze”, in un fervente cristiano. La sola cosa che vorrei farvi notare è la sua radicalità, prima nel male e poi nel bene. Non conosceva mezze misure. Così opera la Grazia illuminante. Quanti ancora si chiedono a che cosa serve ogni anno festeggiare il Giorno di Pasqua, quando tutto sembra come prima, prima che il Cristo fosse risorto, forse si dimenticano di porre la vera domanda: se Cristo non risorge in noi, a nulla servirebbe la Pasqua. La Grazia ha illuminato tanti altri, forse anche Hitler, ma costui è rimasto nel male, invece chi, come Paolo, Agostino e Papini, ha lasciato che la Grazia entrasse nel proprio cuore, allora tutto è cambiato. Forse bastava che Hitler si lasciasse convertire e non avremmo avuto la seconda guerra mondiale, e ciò che ancora oggi ne segue. E neppure basterebbe la conversione di Paolo, di Agostino e di Papini e di altri a cambiare il mondo, se ciascuno di noi non si convertisse, rientrando in se stesso.

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