
Il maestro prepara l’85esimo compleanno con tre concerti dell’orchestra giovanile Cherubini. «Ai politici consiglio di non atteggiarsi a Farinelli» Riccardo Muti alla direzione dell’orchestra giovanile Cherubini (Getty Images)
da Corriere della Sera
18 luglio 2026
Riccardo Muti: «Oggi l’Italia
non è più il Paese della musica.
E io per risarcire i ragazzi insegno i segreti di Verdi»
di Antonio Polito
«Auguri, Maestro!». Riccardo Muti compie 85 anni tra dieci giorni. La Repubblica è appena più giovane di lui. «Sono nato sotto il segno del Leone, è una delle due cose che mi legano al pontefice; l’altra è Chicago, la sua città natale, dove sono stato nominato direttore emerito a vita della Simphony Orchestra». A questa età, e con la sua storia alle spalle, se ne potrebbe «stare a panza n’copp e purtusiello sotto», come gli diceva da bambino la madre napoletana. Cioè in panciolle. E invece per scambiare due chiacchiere con lui bisogna aspettare che termini la seconda lunga seduta di prove della giornata. Sta per realizzare un altro grande progetto. Tre concerti con l’orchestra giovanile che ha fondato, la Cherubini, cui parteciperanno anche seicento allievi dei conservatori italiani. Il primo a Pompei, alle porte di Napoli, la città dove è nato. Il secondo a Lucca, nella regione dove sono nati i figli. E il terzo a Ostuni, nella Puglia del padre. «Voglio offrire a questi giovani l’esperienza unica di provare un repertorio vasto, dall’Ottocento di Bellini, Rossini e Verdi, fino al Novecento di Mascagni, Puccini e Nino Rota, musiche all’apparenza “popolare” ma di grande impegno esecutivo».
Gli dico che questa missione che sembra essersi dato, di tramandare la sua cultura musicale ai più giovani, mi ricorda molto da vicino la filosofia americana del «give back», del «restituire» alla comunità ciò che si è avuto in dono nella propria vita. «È così», risponde.
«Ho avuto la grande fortuna di avere insegnanti straordinari innanzitutto dal punto di vista dell’etica della nostra professione, che mi hanno fatto capire che non facciamo i musicisti per noi stessi ma con il compito di offrire arricchimento culturale e spirituale. Ho studiato a Napoli nel primo liceo classico d’Italia, il Vittorio Emanuele II, che ha avuto come allievi Benedetto Croce, Francesco De Santis, Giuseppe Mercalli. Ma anche al Conservatorio, che oggi spero sia in condizioni un po’ meno sgarrupate di quando l’ho visto io l’ultima volta: ho camminato sulle pietre calpestate da Paisiello, Cimarosa, Cilea. Che senso avrebbe non provare a trasmettere questa tradizione? A Milano ho studiato direzione d’orchestra con Antonino Votto, che era stato assistente di Toscanini, il quale a sua volta aveva suonato il violoncello nella prima alla Scala dell’Otello di Verdi. Mi sono stati raccontati i suggerimenti interpretativi che Verdi dava a Toscanini, e Toscanini al suo assistente, frasi che non sono nei libri. Perché lasciarle scomparire? Voglio parlarne ai ragazzi. Anche per risarcirli dell’ingratitudine di questa Italia con troppe poche orchestre, che lascia migliaia di diplomati senza uno sbocco professionale. Non siamo più il Paese della musica, ma siamo ancora il Paese della storia della musica».
È per questo che vent’anni fa Muti fondò l’orchestra giovanile Luigi Cherubini, per dare una prima occasione a strumentisti tra i 18 e i 30 anni. «Ma, purtroppo, non sono ancora riuscito a ottenere, nonostante le mie suppliche, di far riportare in Italia le spoglie di questo gigante della nostra musica; oggi è sepolto a Parigi, al Père-Lachaise, ma il suo posto è in Santa Croce, nella sua Firenze, nel nostro piccolo Pantheon, dove dall’Ottocento c’è un cenotafio che l’aspetta. Vede, anche la salma di Bellini era a Parigi, ma il popolo catanese pretese che fosse riportato a casa, nella Cattedrale di Sant’Agata. Il feretro viaggiò lungo tutta l’Italia su un treno, e alle stazioni la gente si riuniva in silenzio per salutarlo. E io mi domando sempre: che cosa ci è successo? Perché allora un compositore di musica rappresentava a tal punto la nazione, e oggi sembra non importarci più nulla?».
Forse perché in questi ottant’anni abbiamo dimenticato che la cittadinanza non è solo rivendicare diritti ma anche, come dice la Costituzione, adempiere «doveri inderogabili di solidarietà?». «Le racconto un episodio cruciale della mia vita. Era la sera di Sant’Ambrogio del 1986, la mia prima volta come direttore musicale alla Scala. Davamo il Nabucco, che da tempo non era in cartellone. Dopo il coro del “Va, pensiero” il pubblico esplode in un applauso fragoroso e mi intima a gran voce il bis. Da allievo di Votto, sapevo bene che dai tempi di Toscanini alla Scala i bis erano vietati. Ho provato perciò più volte ad alzare le braccia per riprendere a dirigere, ma ogni volta la platea protestava. Non sapevo che fare. Se eseguivo il bis contravvenivo a una grande tradizione, se non lo facevo tradivo quel sentimento patriottico che il pubblico esprimeva. Ho rivolto allora lo sguardo al coro davanti a me. In prima fila c’erano bassi e tenori vestiti da antichi ebrei con la barba, li ho guardati negli occhi per cercare una risposta. E loro lentamente, solennemente, hanno annuito. Così ho concesso il bis. Il giorno dopo, apriti cielo: i giornali avevano in prima pagina il dibattito se era stato giusto oppure no. Interpellarono perfino Bettino Craxi, che era in sala da presidente del Consiglio. Ecco, di nuovo, quando vedo di che cosa si dibatte invece oggi in prima pagina, mi chiedo: che cosa ci è successo?».
A proposito di «Va, pensiero»: Muti ha di recente guidato un evento che a me è parsa la migliore celebrazione degli ottant’anni della Repubblica. Ha riunito 3.800 coristi da tutta Italia, età variabile tra i quattro e gli ottantaquattro anni, tutti accorsi a Ravenna a spese proprie per uno stage di due giorni con lui, per imparare a cantare. Il progetto, citazione di Sant’Agostino, si chiamava «Cantare amantis est». Se qualcuno non l’ha ancora rivisto su RaiPlay, sbrigatevi a farlo: è una emozione unica, si capisce che cosa è l’Italia e perché è ancora un grande Paese.
«Ho tentato di spiegare che quello è un canto nostalgico, sussurrato, quasi sottovoce. Non è “vappensiero”. Ma “Va, virgola, pausa; pensiero, punto, pausa”. È un lamento. Per questo non può essere un inno nazionale. E mi ha colpito ancora una volta, come mi succede sempre nei teatri e nelle piazze italiane, il silenzio commosso che cala alle prime note dell’orchestra. Perché attraverso il dolore e la tragedia del popolo ebraico, deportato a Babilonia e separato dalla sua amata patria, dal Giordano e da Gerusalemme, Verdi ha fatto il miracolo di evocare negli italiani i sentimenti che portarono alla liberazione del nostro Paese e alla sua unità. E ancora oggi vi riconosciamo qualcosa di antico che ci appartiene».
Ma quel silenzio, chiedo a Muti, non è anche la prova che siamo molto più disciplinati di quello che sembriamo, se solo siamo chiamati a grandi imprese?
«La disciplina è il segreto del genio. A Verdi, quando gli chiedevano come facesse a raggiungere certe vette, rispondeva: lavoro, lavoro, lavoro. È l’artigianato la nostra grandezza, per cui sono fiero di essere nato in questa penisola. Parlare di Patria oggi suona retorico, ma siamo un Paese unico al mondo che si sta perdendo».
Perché?
«Faccio sempre un paragone con la musica. L’orchestra è un assieme, suonano insieme violini, oboe, fagotti, che seguono linee diverse. Tu hai questa linea (facciamo conto che una linea musicale sia un’idea) ma deve sposarsi con l’altra: non combattere, ma unirsi. È il concetto del contrappunto, “punctus contra punctum”, dove “contra” non vuol dire “contro”. Lui ha dei pieni, io devo riempire i suoi vuoti, per concorrere al bene comune dell’armonia finale. Non devo contrastare, bensì completare. Ma se il violoncello non ascolta l’idea del violino, come si fa a tenere insieme la società? E il direttore dell’orchestra rovina tutto se non sa coordinare saggiamente».
Vuol dire che i nostri problemi nascono dal fatto di non avere buoni direttori d’orchestra?
«Lei mi vuole far parlare di politica, non è il mio campo. Però se mi guardo intorno nel mondo non vedo quelle grandi figure di leader, che non vuol dire dittatore ma armonizzatore. E il problema è che il pubblico si sta abituando sempre più, così come nella musica, a vedere più che ad ascoltare, e ad apprezzare perciò direttori con atteggiamenti clowneschi. Sa come si dice a Napoli? Non fare ‘o Fareniello, non darti arie da grande seduttore tutto infarinato per sembrare più giovane, o imitando il grande soprano castrato del Settecento Carlo Brioschi, detto il Farinelli. È un consiglio che mi sento di dare oggi a molti politici».
Commenti Recenti